Home Medioevo Dante e la Firenze del '300 Un’immagine di Dante Alighieri secondo Franco Sacchetti

Un’immagine di Dante Alighieri secondo Franco Sacchetti

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Franco Sacchetti Dante Alighieri

In questo articolo osserveremo un interessante esempio della considerazione quasi leggendaria di cui Dante Alighieri, morto nel 1321, gode già pochi anni dopo la sua scomparsa. Tra i più importanti ammiratori non possiamo non ricordare Giovanni Villani, che nella sua Cronica (scritta tra il 1320 e il 1348) offre la più antica biografia di Dante, tessendo le lodi di colui che “fu sommo poeta”. Giovanni Boccaccio diede uno dei contributi maggiori alla conservazione dei testi e alla nascita dell’esegesi dantesca: nel primo caso quando, nel 1359, invia a Petrarca un proprio codice della Commedia, con un invito alla lettura; nel secondo, grazie alla stesura dopo il 1350 di quel Trattatello in laude di Dante in cui viene lodata la sua iniziativa di elevare il volgare a lingua letteraria.
Tuttavia l’autore e il testo si cui ci soffermeremo sono il fiorentino Franco Sacchetti (1330-1400) e la sua grande raccolta di racconti, il Trecentonovelle, dove possiamo leggere un gustoso aneddoto su Dante in una delle novelle.

L’autore e l’opera

Franco Sacchetti, nato in Dalmazia ma vissuto quasi tutta la vite a Firenze, dove la famiglia occupava cariche politiche e civili, intraprese una produzione letteraria che varia dalla poesia alla prosa. Pur definendosi, nel proemio del Trecentonovelle, un uomo illetterato, i criteri con cui i 223 racconti sono ordinati tradiscono una certa consapevolezza nel campo.

Probabilmente Franco Sacchetti preferiva piuttosto non porsi in competizione con la figura di Boccaccio, da cui del resto si distacca incrementando la componente popolaresca nella scelta dei racconti da inserire. Le novelle mostrano infatti varie scenette pittoresche con spesso come protagonista un buffone, con l’unico intento di divertire a discapito di qualunque altro messaggio; anche rispetto a Boccaccio infatti i personaggi sono descritti solo maniera sommaria e mancano completamente di psicologie complesse. Lo stile inoltre è facile e immediato, rinunciando però ad essere incisivo.

La novella che ci interessa è la CXIV (ma la storiella continua anche in quella successiva), dove, come si legge, Dante Allighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo“.

Dante Alighieri secondo Franco Sacchetti

Come si vede, la storia ruota intorno all’eccellentissimo poeta volgare intento a redarguire due popolani per aver infarcito il suo poema, cantandolo, di espressioni appartenenti a nuovi volgari, e questo ci indica almeno due fattori: innanzitutto, l’alta risonanza e notorietà che la Commedia aveva già raggiunto presso tutti gli strati popolari; infine, per “nuovi volgari” si deve intendere le espressioni dialettali, ovvero quelle stigmatizzate da Dante nel De Vulgari eloquentia, al momento di cercare di delineare il ritratto del perfetto volgare illustre italiano, privo di qualsiasi espressione di basso rango proveniente dai dialetti. Dunque, se non possiamo tenere per veritiera la vicenda narrata, essa è senza dubbio plausibile. Ma vediamone nel dettaglio il resto.

Si racconta di un cavaliere degli Adimari sotto processo, e raccomandato dalla famiglia a Dante (probabilmente siamo nel 1300, durante la sua carica di priore) in cerca di uno trattamento di favore nel giudizio, questi aveva in un primo momento accettato magnanimamente, ma avendo incontrato l’imputato girare a cavallo per strada aveva cambiato avviso, in quanto viene descritto come:

un giovane altiero e poco grazioso quando andava per la città, e spezialmente a cavallo, che andava sí con le gambe aperte che tenea la via, se non era molto larga, che chi passava convenía gli forbisse le punte delle scarpette

Questo comportamento così poco civile dispiacque tanto al Poeta che al giorno del processo lo raccomandò, sì, ma perché ricevesse una pena molto maggiore per questa sua arroganza. Infine Franco Sacchetti ci dice che, per ripicca, gli Adimari, famiglia appartenente ai guelfi neri, contribuirono alla cacciata di Dante da Firenze (1302) in quanto guelfo bianco (cioè sostenitore del papato, ma più favorevole al mantenimento delle autonomie comunali)

Ma possiamo dire che questa vicenda è quasi in secondo piano, e sia più che altro un piacevole ‘diversivo’ per quella che viene presentata fin da subito come il vero argomento della novella, ovvero la querelle col fabbro e l’asinaio. Il modo migliore è leggerla dalle stesse parole dell’autore:

Quando ebbe desinato, [Dante] esce di casa, e avviasi per andare a fare la faccenda, e passando per porta San Piero, battendo ferro uno fabbro su la ’ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, se non che s’accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di molti ferri con che facea l’arte; piglia Dante il martello e gettalo per la via, piglia le tanaglie e getta per la via, piglia le bilance e getta per la via, e cosí gittò molti ferramenti. Il fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice:
– Che diavol fate voi? sete voi impazzato?
Dice Dante:
– O tu che fai?
– Fo l’arte mia, – dice il fabbro, – e voi guastate le mie masserizie, gittandole per la via.
Dice Dante:
– Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie.

Sono descritti qui in contrapposizione il piglio giustamente fiero e orgoglioso di Dante, furente di sentire la sua opera pronunciata come dei cantari, e il comportamento rozzo, l’ “atto bestiale” del fabbro; tuttavia la personalità del primo ha la meglio sul secondo, che preferisce tacere, raccogliere le sue cose e tornare ai suoi affari, “e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante”. Lo stesso accade, nella novella successiva, con l’asinaio:

[…] Il quale asinaio andava drieto agli asini, cantando il libro di Dante, e quando avea cantato un pezzo, toccava l’asino, e diceva:
– Arri.
Scontrandosi Dante in costui, con la bracciaiuola li diede una grande batacchiata su le spalle, dicendo:
– Cotesto arri non vi miss’io.
Colui non sapea né chi si fosse Dante, né per quello che gli desse; se non che tocca gli asini forte, e pur:
– Arri, arri.
Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante, cavandoli la lingua, e facendoli con la mano la fica, dicendo:
– Togli.
Dante veduto costui, dice:
– Io non ti darei una delle mie per cento delle tue.

Franco Sacchetti Dante Alighieri

Come si vede, anche qui lo schema oppositivo è il medesimo: sebbene Dante, sentendo le incitazioni che l’asinaio inframmezza i suoi versi, lo colpisce con la bracciaiuola, cioè con un bracciale proveniente probabilmente dall’antibraccio dell’armatura, l’asinaio si mostra subito ben più rozzo e diretto, facendogli le fiche, ovvero quel gesto, all’epoca considerato osceno, compiuto inserendo il pollice tra l’indice e il medio col pugno chiuso.

Di questo gesto si può leggere nello stesso Dante, nell’Inferno (XXV, 1-4), anche in questo caso accompagnate dall’esclamazione “togli!”. Probabilmente questo allude non al significato sessuale del gesto, ma al richiamo all’usanza di costringere i condannati a morte, per dileggio, a staccare delle escrescenze cistiche dal posteriore degli asini, le fiche appunto.

Ad ogni modo, anche in questo caso le parole di Dante, ora un vero e proprio motto di spirito pieno di goliardia, con cui il poeta si abbassa al livello dell’interlocutore, mettendolo a tacere con una “cosí savia parola, la quale gittò contro a un sí vile uomo come fu quell’asinaio”.

Secondo G. Scaramella, in Franco Sacchetti sussiste una palese vena satirica, la quale però non colpisce Dante, e si limita a dileggiare il decadimento delle istituzioni e della vita civile fiorentina (simboleggiate nel nostro caso dalla ignominiosa cacciata di Dante per la prima, dalla figura del cavaliere arrogante per la seconda); di certo, la figura dantesca è stata fin da subito tenuta in grande considerazioni da quanti, anche immediatamente contemporanei, riuscirono ad avere la lucidità di riconoscere in quell’uomo il vero spirito della Firenze comunale, oltre tutte le altre identità di poeta, di sapiente, di divulgatore e semplicemente di genio.

Daniele Laino

Bibliografia:
Asor Rosa A., Storia europea della letteratura italiana, Le Monnier, 2008.
Sacchetti F., Trecentonovelle.
Scaramella G., Personaggi sacchettiani, in “Rassegna bibliografica della letteratura italiana”, XXI, 1913, p. 324-328.

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