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Arancia meccanica: la libera scelta del male

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arancia meccanica

Arancia Meccanica (in originale “A Clockwork Orange”), il più celebre romanzo dell’autore inglese Anthony Burgess, esce nel 1962 e si inserisce nella proficua corrente di genere distopico. Il romanzo contiene una profonda riflessione sul male e sul libero arbitrio.

Ciò che ha sconvolto maggiormente il grande pubblico, ancor più grazie alla geniale trasposizione cinematografica di Kubrick, è la violenza delle azioni di Alex.

Cosa ci fa più paura, il fatto che dei ragazzi come Alex esistano veramente o che anche noi potremmo avere qualcosa in comune con lui?

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La locandina del film recita così: “le avventure di un giovane i cui interessi principali sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven.”

Perché “Arancia Meccanica”?

In cockney (dialetto londinese) l’espressione “queer as a clockwork orange” significa “strano come un’arancia a molla”: per ammissione dello stesso Burgess, possiamo interpretare il titolo come “applicazione di leggi pavloviane o meccaniche su un organismo”. L’autore aveva inoltre lavorato in Malesia, e racconta che lì la parola “orang” significa uomo: la lingua ha sempre un suo perché.

Sul passaggio da uno stato naturale ad uno stato artificiale si struttura tutta la trama del libro.

Nella prima parte assistiamo alle nefandezze compiute da Alex, in testa al suo gruppetto di drughi (si noti la somiglianza con l’inglese “drug“), tra cui uno stupro in casa e un omicidio. Nel compiere queste azioni i ragazzini sembrano perfettamente a proprio agio: sono semplicemente spinti dal proprio istinto e nessuna sovrastruttura etica scatena ripensamenti o sensi di colpa. A questo punto interviene lo Stato, che imprigiona Alex e lo destina ad un trattamento sperimentale, definito cura Ludovico, una forma di terapia dell’avversione atta a condizionare chimicamente il paziente. Ciò significa che, contrariamente a quanto molti pensano, ad Alex non viene fatto un “lavaggio del cervello”: non è la sua mente ad essere deviata, ma il suo fisico. Associando le immagini di violenza che è costretto a guardare con nausea e conati di vomito provocati da un farmaco, alla lunga il corpo di Alex sarà letteralmente addestrato a collegare il male ad una sensazione di malessere fisico, inibendo, di fatto, la sua facoltà di scelta.

Alex passa così dallo stato di Natura ad uno stato di cultura in cui è innaturalmente spinto ad agire da buon cittadino.

La celebre scena del film in cui Alex è sottoposto alla "cura Ludovico"
La celebre scena del film in cui Alex è sottoposto alla “cura Ludovico”, così chiamata perché le scene violente mostrate sono accompagnate dall’amata nona sinfonia di Beethoven.

L’ambientazione distopica

I fatti narrati in Arancia Meccanica avvengono in un futuro imprecisato, in una Londra tipicamente distopica nella quale si fronteggiano, senza possibilità di mediazione, due differenti concezioni dell’individuo: da un lato la repressione degli istinti individuali, tipica di un regime totalitario ed invasivo; dall’altro l’individualismo esasperato ed anarchico di Alex e della sua banda.

Entriamo quindi nell’ambito della filosofia, nell’irriducibile vexata quaestio tra libertà e sicurezza: preferireste un mondo in cui ciascuno è pienamente libero di governare se stesso, potendo quindi scegliere anche la via della violenza, oppure un regime che reprime l’espressione individuale, ma garantisce la sicurezza generale? Chiaramente il romanzo esemplifica i due poli estremi, ma sarebbe troppo facile rispondere che “in medio stat virtus”.

La questione del libero arbitrio si pone tutt’ora, non solo a livello politico ma anche psichico, nella mente di ciascuno di noi.

Quel che avevo cercato di scrivere era tanto un racconto quanto una sorta di allegoria del libero arbitrio cristiano. L’uomo è determinato dalla sua capacità di scegliersi le linee della propria condotta morale. Se sceglie il bene, deve avere anche la possibilità di scegliere il male: il male è una necessità teologica. Volevo anche dire che è preferibile compiere un’azione malvagia piuttosto che essere assoggettati attraverso il condizionamento a compiere solo ed esclusivamente ciò che è socialmente utile.  (A. Burgess)

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“Allora che si fa, eh?”
L’incipit del romanzo ci proietta da subito nella vita notturna dei drughi, fatta di droghe e scorribande.

La figura di Alex

Burgess riflette sul nome del protagonista:

il nome dell’anti-eroe è Alex, abbreviazione di Alessandro, che significa “difensore degli uomini”. Ma Alex ha altre connotazioni: [a lex], una legge (a sé); [a lex(is)], un linguaggio (a sé), a (greco, privativo) lex, senza legge.

L’interpetazione più diffusa, di tipo psicanalitico, vuole che Alex rappresenti il nostro inconscio, cioè l’aspetto pulsionale, non dominato dalla ragione né dall’etica e dalle leggi imposte dalla società, presente in ognuno di noi.

Secondo Kubrick

Alex rappresenta l’inconscio, l’uomo allo stato naturale. Con la cura Ludovico è stato civilizzato, e la nevrosi che ne segue può essere vista come la nevrosi imposta dalla società.

In tal senso, quindi, in ciascuno di noi c’è un po’ di Alex. È difficile accettare la parte violenta di noi stessi, ma anche se riuscissimo a farlo una domanda resterebbe ancora irrisolta: accettando il libero arbitrio come presupposto, è meglio vivere da “cattivi”, ma liberi di averlo scelto, o costretti dal sistema ad essere docili come agnellini?

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

Arancia Meccanica“, A. Burgess, con un’intervista a Stanley Kubrick e una testimonianza di Anthony Burgess, Einaudi

Singin’ in the brain. Il mondo distopico di A Clockwork Orange”, a cura di F.Gregori, Lindau, Torino 2004

Arancia meccanica: meglio cattivi ma liberi di scegliere… blog a cura del prof. Lucio Celot

Immagini: google images

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