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Modernità e postmodernità nella critica filosofica

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Cosa si intende con modernità? Perchè, per i nostri tempi, si parla di postmodernità? Ecco la riflessione di Habermas, Adorno, Horkheimer e Heidegger.

La modernità

Prima ancora di essere un concetto sociologico e filosofico, la modernità è un periodo storico caratterizzato dalla razionalizzazione e da quella che Max Weber chiamava la “profanizzazione” della cultura, oltre che dall’avvento del capitalismo, dal processo di istituzionalizzazione e dalla conseguente burocratizzazione. La modernità vede inoltre l’affermarsi del principio di soggettività, incarnatosi nell’individualismo, nel diritto alla critica e nell’autonomia dell’agire (la responsabilità personale). Tutti questi fattori hanno causato la dissoluzione delle forme tradizionali di vita, segnando una svolta epocale.

La postmodernità, ovvero la crisi della modernità

Diversi filosofi contemporanei si sono interrogati sulla disillusione della ragione moderna, e sul relativo passaggio a quella che si definisce postmodernità. Secondo Habermas:

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Jürgen Habermas

Quelle stesse separazioni e autonomizzazioni, che dal punto di vista della filosofia della storia aprono la via all’emancipazione da antichissime dipendenze, sono sentite anche come astrazioni, come estraneazione dalla totalità di un contesto di vita etico. Un tempo la religione era l’infrangibile sigillo di questa totalità.

Per questo assistiamo con Nietzsche e con Richard Wagner ad un ritorno al mito. Per Nietzsche, l’unica possibilità di redenzione viene dalla potenza sovrastorica dell’arte, dove la modernità si incontra con l’arcaico eliminando tutte le mediazioni inibitrici. Wagner, invece, individuava nell’arte l’unica forza unificatrice dei simboli mitici che una volta era appartenuta alla religione.

La critica dell’Illuminismo

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Theodor Adorno,antitesi e controforza, rimane pur sempre nella sfera mitica

Due importanti esponenti della Scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer, hanno trattato il tema del potere autodistruttivo della ragione moderna nella Dialettica dell’Illuminismo (1947). I due filosofi rovesciarono il tradizionale rapporto tra mito e Illuminismo. Quest’ultimo, ben lungi dall’essere antitesi e controforza, rimane sempre nella sfera mitica:

Il mito è già Illuminismo, e l’Illuminismo torna a rovesciarsi in mitologia.

L’Illuminismo ha creato una emancipazione non seguita da una reale liberazione, perché non è riuscito a incidere sul potere costrittivo del legame generazionale. Adorno e Horkheimer, quindi, denunciano della modernità l’abbandono dell’istanza teoretico-conoscitiva – a favore della tecnica – e il diffuso scetticismo etico, provocato dalla crisi delle visioni metafisiche del mondo.

La critica di Heidegger

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Martin Heidegger

Anche Heidegger ha denunciato i limiti della modernità, auspicando un recupero dell’istanza teoretica come critica interna della metafisica. Secondo il filosofo, la modernità ha reso l’uomo centro e misura dell’essente e la scienza ha spodestato la filosofia del suo ruolo centrale. Il risultato è stato il dominio della tecnica sulla natura, nell’ossessione dell’autopotenziamento e nel mito di un progresso inarrestabile. Il problema è

…se l’Occidente si creda ancora capace di creare un fine al di là di se stesso e della storia, oppure se preferisca abbassarsi alla conservazione e al potenziamento degli interessi economici e vitali, e accontentarsi di fare appello a ciò che è stato finora, come se fosse l’Assoluto.

L’originalità della critica alla modernità di Heidegger sta quindi nella sua relazione con la riflessione metafisica, della quale auspica un recupero delle origini presocratiche.

Ettore Barra

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