Il giardino dei ciliegi di Cechov: la decadenza è di scena

Il 17 gennaio del 1904 va in scena, al teatro d’arte di Mosca, Il giardino dei ciliegi. Si tratta dell’ultima opera scritta da Anton Cechov, che morirà sette mesi dopo in Germania.

Trama

L’aristocratica Ljubov “Ljuba” Andreevna, dopo aver trascorso cinque anni a Parigi, decide di tornare nella sua vecchia proprietà situata in una provincia russa. I motivi del suo ritorno  sono economici: la donna ha accumulato un mare di debiti e per estinguerli si ritrova costretta a mettere all’asta l’abitazione. A darle una mano si presenta il mercante Lopachin, il quale fa una proposta alla donna: lottizzare il terreno e costruirvi delle abitazioni, che verranno usate in estate dalle famiglie in vacanza.

Ljuba però è restia ad accettare la proposta, poiché è strettamente legata alla proprietà. Lì infatti ci sono dei maestosi alberi di ciliegio che le rammentano l’infanzia felice trascorsa in quei luoghi. Nel dramma si sussegue poi una galleria di personaggi vari: Troflimov, studente iscritto perennemente all’università ed ex-educatore di uno dei figli deceduti della donna. Fris, il servo rimasto fedele alla proprietà nonostante l’emancipazione della servitù. Le figlie di Ljuba, Anja e Varja, preoccupate per la situazione finanziaria della madre.

Il dramma prosegue così, con la questione della proprietà che sembra accantonata, fino a quando è Lopachin a fare un annuncio durante una festa da ballo. Annuncia infatti di aver comprato lui stesso la proprietà, poiché quelle terre appartenevano a suo padre. Alla fine Ljuba, le figlie e i servitori abbandonano per sempre la proprietà, mentre in sottofondo si sente il rumore dei ciliegi che vengono abbattuti.

Una commedia tragica

In una lettera del 1901 rivolta alla moglie, Cechov scriveva queste parole:

La prossima commedia che scriverò sarà da ridere, molto da ridere, molto da ridere, per lo meno nelle intenzioni […] Nemmeno un colpo di pistola.

Rispetto ad opere come Il gabbiano o Zio Vanja che erano commedie soltanto di nome, Cechov era intenzionato a scrivere una commedia che davvero rispettasse il significato aristotelico del termine. Così, nonostante le condizioni di salute continuino a peggiorare, Cechov termina il dramma nel 1903 e lo invia sotto forma di telegramma a Kostantin Stanislavskij, il regista teatrale che fu anche artefice del successo de Il gabbiano. Tuttavia la moglie di Cechov, Ol’ga Knipper, lo informa delle reazioni del regista in una lettera:

[…] è impazzito: il primo atto l’ha letto come commedia, il secondo l’ha fortemente colpito, al terzo ha sudato, al quarto ha pianto ininterrottamente.

Il giardino
Illustrazione di ALE+ALE ispirata a Il giardino dei ciliegi

Così, alla prima avvenuta al teatro di Mosca il 17 gennaio del 1904, lo scrittore rimane deluso quando scopre che Stanislavskij ha trasformato la sua commedia in una tragedia. Ciononostante, il giardino dei ciliegi conoscerà un grande successo, anche fuori dai territori russi.

Il giardino dei ciliegi, il dramma del cambiamento

Il giardino dei ciliegi è un dramma che riflette i cambiamenti sociali e politici avvenuti in Russia tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX. In quest’arco di tempo una data fondamentale è il 1861, anno in cui avviene l’emancipazione dei servi della gleba voluta dallo zar Alessandro II Romanov. Il personaggio che più riflette questo cambiamento è Lopachin, un mercante figlio di contadini.

Contadinello… eh già, mio padre era contadino, e io, eccomi qua, in gilè bianco e scarpe gialle. Il maiale a corte. Solo che sì, sono ricco, ho fatto i quattrini, ma gratta gratta e salta fuori il bifolco […]

Ma il dramma di Cechov sembra anticipare anche il clima di rivoluzione che avrebbe portato il popolo russo a sbarazzarsi dello zarismo nel 1917. L’espressione di ciò è il personaggio di Trofimov, lo studente universitario che funge da agitatore sociale. Tuttavia lo scrittore fu costretto più volte a riscrivere i dialoghi di questo personaggio, per non incorrere nella censura dei funzionari zaristi.

[…] Da noi, in Russia, a lavorare sono ancora in pochi, troppo pochi. L’enorme maggioranza degli intellettuali che conosco non cercano niente, non fanno niente, a lavorare non ci pensano proprio.Fanno i progressisti, ma ai domestici danno del “tu”, trattano i contadini come bestie, studiano male, non leggono seriamente, non concludono nulla. […] Evidentemente tanti bei discorsi da noi si fanno per non vedere, per distogliere l’attenzione nostra e degli altri … mostratemeli: dove sono gli asili, i nidi, le scuole per analfabeti di cui si parla tanto e così spesso? Solo nei romanzi li trovate, non nella realtà. […]

Il giardino
Una scena tratta da Turnè di Gabriele Salvatores (1990). Il film ruota attorno alla vicenda di due attori teatrali, interpretati da Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio, che portano in tourneè proprio la commedia di Cechov.

In questo clima l’aristocrazia non riesce ad accettare i cambiamenti che avvengono sotto i propri occhi e il fatto che stia pian piano perdendo tutta la propria ricchezza, a vantaggio invece di quei servi (o meglio, kulaki) che inizieranno ad arricchirsi e a possedere proprietà.

La stessa Ljubov’ Andreevna è un’aristocratica che non accetta tutto questo e che fa di tutto per non perdere la proprietà con il tanto amato giardino. Tuttavia, andando avanti nel dramma, è come se la donna in realtà non abbia interesse in questa faccenda e preferisca riflettere piuttosto sul passato, su una nostalgia che è simboleggiata proprio dagli alberi di ciliegio. Ma questi alberi sono anche segno di rinascita, di rinnovamento e di proseguimento della vita, quasi a significare che lo stare attaccati al passato è completamente inutile.

Ciro Gianluigi Barbato