L’Aulularia di Plauto: il vizio dell’oro

Il vizio dell’oro: l’Aulularia di Plauto

Accumulare ricchezze su ricchezze, senza spendere neanche un po’ di quello che si è accumulato: questa è l’avarizia, quello che tra i sette vizi capitali è forse il più innaturale di tutti. Mette il denaro al centro della propria esistenza e questo comporta una degenerazione dei valori più fondamentali: l’affetto, l’onestà e l’umanità. Accumulare e accumulare, sempre di più e senza mai essere sazi. Naturalmente la letteratura non poteva restare indifferente a questo tema e ci ha offerto opere diverse che mostrano il modo in cui  disumanizza gli uomini e crea disuguaglianze sociali. Partiamo allora per un viaggio che ci mostrerà i rapporti tra avarizia e letteratura e il nostro punto di partenza sarà l’antica Roma e una commedia di Tito Maccio Plauto: l’Aulularia.

L’Aulularia. Trama

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Ritratto di Plauto

Il vecchio Euclione ha trovato, sepolta sotto le pietre del focolare domestico, una pentola (la aulula, da cui il titolo Aulularia) contenente una grossa somma di denaro. Abituato da sempre a vivere nella povertà Euclione rimane sorpreso dal ritrovamento, ma inizia a divenire possessivo e giura a sè stesso che non riferirà mai a nessuno il suo ritrovamento. Chiunque potrebbe portargli via il prezioso tesoro e inizia a sospettare di tutti: dalla serva al gallo domestico.

Un giorno si presenta a casa l’amico Megadoro, un anziano benestante che è interessato a prendere in moglie Fedria, la giovane figlia del vecchio avaro. Euclione accetta, ma ad una condizione: la sposa gli verrà concessa senza dote (cioè, priva di beni) e all’allestimento del banchetto dovrà provvedere lo stesso Megadoro. Quello che però i due uomini non sanno è che Fedria è stata ingravidata da Licònide, il nipote di Megadoro.

Naturalmente Euclione non si fida neanche del futuro genero e quando scopre che questi ha mandato alcuni cuochi a casa sua per preparare il pranzo di nozze, va su tutte le furie e li caccia a legnate. Decide allora di nascondere la pentola nel tempio della dea Fede, ma il destino vuole che nello stesso istante vi si trovi il servo di Licònide, Stròbilo. Inviato dal suo padrone per avere notizie delle nozze tra Megadoro e Fedria, trova la pentola e decide di tenersela tutta per sè.

Scoperto di essere stato derubato, Euclione si dispera e nel mentre giunge anche Licònide e gli confessa di aver ingravidato la figlia ma, per una serie di equivoci, il vecchio crede che sia il ladro della sua amata pentola. Risolto il disguido, Licònide scopre che il vero responsabile è Stròbilo e questi gli suggerisce la soluzione a tutti i problemi: restutire la pentola ad Euclione, a patto che questi lo liberi dalla condizione di schiavo. Alla fine Euclione ha di nuovo la sua pentola, salvo poi donarla come dote alla figlia che viene promessa in sposa al giovane Licònide.

Euclione, padre di tutti gli avari

Con l’Aulularia Plauto ha costruito l’archetipo ideale dell’avaro per eccellenza: una persona che mette il denaro al centro della propria vita.

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Mosaico romano conservato ai Musei Capitolini di Roma, raffigurante due maschere teatrali (I sec. a.c.)

L’avaro plautino ha però una caratteristica particolare: è tale non perché la ricchezza se le è guadagnata con la fatica, ma perché si spaccia per povero e quindi ha una scusa in più per non sperperare il prezioso bottino che ha ritrovato. Nel prologo, infatti, si scopre che è stato il lare domestico (anzi, lo spiega lui stesso al pubblico) ad aver permesso ad Euclione di trovare la pentola per permettere le nozze della figlia, l’unica persona che si è degnata di fare delle piccole offere al suo altarino. Invece prevale in Euclione il desiderio di tenere ben nascoste tutte le ricchezze, adottando un atteggiamento sospettoso verso chi lo circonda e che sfiora a tratti la psicosi.

[…]

Congirone (1): Mi sai dire perché non ci lasci preparare questa cena? (…)

Euclione: E me lo chiedi anche, farabutto! Siete venuti a frugarmi per tutta la casa, a ficcare il naso in tutti gli angoli. Se ti avessi trovato accanto al fuoco dov’è il tuo posto, non avresti la testa rotta. Hai avuto quel che meritavi. E adesso stai bene attento a quel che ti dico: se ti avvicini ancora a questa porta senza mio ordine, ti ridurrò l’essere più infelice della terra. Ora sai come la penso.

[…]

Stròbilo, l’astuzia del servo

L’aulularia si segnala anche per la presenza di una figura molto cara a Plauto, quella del servo Stròbilo. Mandato inizialmente come “spia” da Licònide per osservare le nozze tra Megadoro e Fedriaa, casualmente si impossessa  della pentola nel tempio di Fede. Ovviamente Euclione si insopettisce e, nell’assicurarsi che nessuno gli abbia rubato la pentola, si imbatte proprio in Stròbilo. Da questo incontro ne nasce un vivace battibecco:

[…]

Stròbilo: Ti giuro che non ho toccato niente, che non ho preso niente!

Euclione: Fammi vedere le mani!

S: Eccole, guardale pure.

E: Vedo. Fammi vedere quell’altra (2), adesso!

S:  Quell’altra? Ah, ma sono i fantasmi, il delirio, la pazzia che han preso costui! Lo sai che mi stai rompendo sul serio?

[…]

Ma il ruolo del servo non si limita solo a quello di creatore di imbrogli e garbugli. Riesce anche a fare da paciere quando convince Licònide a ridare la pentola ad Euclione affinché gli venga concessa la figlia in sposa, chiedendo in cambio di divenire un liberto. Proprio questo intervento da parte di una figura umile consentirà alla commedia di avere il consueto lieto fine, con Euclione che rinuncia al tesoro e lo consegna in dote alla figlia.

L’aulularia, “ridere” dell’avarizia

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Una rappresentazione della Aulularia ad opera del Teatro Europeo Plautino

Come si è visto, Plauto usa l’Aulularia per mettere in guardia il suo pubblico sui danni che il possesso di troppo denaro comporta. Lo fa costruendo la leggendaria figura di Euclione, un uomo che rinuncia alla sua umanità per divenire un essere tormentato che trova piacere solo nell’oro e arrivando così ad allontanare tutti i suoi cari. Naturalmente si tratta di una figura grottesca, ridicola e vertiginosamente comica e questo permette al pubblico che cerca un momento di evasione nel teatro (non bisogna dimenticarsi che Plauto scrive gran parte delle sue commedie durante i drammatici avvenimenti della seconda guerra punica), di trarre un insegnamento da applicare nella vita di tutti i giorni. Negli anni avvenire Euclione vanterà anche una serie di “eredi” non meno avari di lui, che però non sempre strapperanno un sorriso.

Ciro Gianluigi Barbato

Note

(1) Si tratta di uno dei due cuochi mandati da Megadoro nella dimora di Euclione, affinché preparassero il pranzo di nozze

(2) Euclione, indispettito, chiede al servo di mostrargli una fantomatica “terza mano”. Da questa battuta si delinea ancora di più la pazzia del personaggio!

Bibliografia

Plauto, MolièreAulularia/L’avaro– Edizioni scolastiche Bruno Mondadori