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Industria: un nuovo interesse della letteratura italiana

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Elio Vittorini

L‘industria, nella letteratura successiva al dopoguerra, sembra assumere un ruolo centrale. Il lavoro, la fabbrica, la condizione operaia sono i nuovi temi su cui dibattono gli intellettuali. Se l’istanza di fondo del neorealismo era quella di impegnarsi nella ricostruizione civile e materiale della nazione, ora l’intellettuale che a quella ricostruzione ha preso parte non può lasciare il suo ruolo di “impegno”, di “engagement” studia la realtà, si interroga sui rapporti di produzione, sul ruolo dell’industria e sui modelli e ritmi di vita che questa produce. Non è un caso che i più attenti osservatori del nascente mondo dell’industria siano per l’appunto gli stessi che erano stati protagonisti (chi in un modo, chi in un altro) della stagione neorealista: Calvino e Vittorini.

Sul finire degli anni Cinquanta e lungo tutta la prima metà degli anni Sessanta, in Italia si assiste al boom economico. Dopo anni in cui sono state ricostruite infrastrutture e luoghi di produzione dell’industria, l’Italia di colpo si riscopre un paese avanzato e all’avanguardia in quasi tutti i settori della produzione: l’industria porta nelle case delle masse popolari elettrodomestici e altri confort, la televisione entra in ogni casa ed è straordinariamente in grado di mostrare sullo schermo ciò che in tempo reale succede nell’altra parte del pianeta.
Inevitabilmente le mutate condizioni materiali di vita degli Italiani condizionano i rapporti umani, i comportamenti e la mentalità. Nel giro di pochi anni sono distrutte le secolari strutture patriarcali della famiglia, tanto uno dei maggiori intellettuali di questo periodo, Pier Paolo Pasolini non esita a definire il fenomeno come una vera e propria “mutazione atropologica”.

Industria nella letteratura: Vittorini e Calvino fondano il Menabò

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Italo Calvino

Il tema dell’industria è fondamentale in Vittorini e la sua attività saggistica è proficua di questi temi in questo periodo. Viene fondata dunque, nel 1959, una rivista “di critica letteraria e sociale” da Calvino e Vittorini chiamata “Il Menabò” (il titolo rimanda ad un tecnicismo del gergo giornalistico-editoriale). La rivista era quasi completamente incentrata sul rapporto tra letteratura e industira; ospitava riflessioni di scrittori che ora si interrogavano sul nuovo ruolo assunto dall’intellettuale di fronte a questo fenomeno, sulle nuove forme di produzione, su come la divisione del lavoro potesse incidere sulle vite umane e sui comportamenti. Era la prima volta, infatti, nella storia che l’intellettuale diventa un salariato dell’industria culturale.

Vittorini sosteneva che il boom economico e questa nuova rivoluzione industriale avesse colto totalmente impreparato il mondo intellettuale e vedeva il rischio di un’impossibilità da parte del letterato di essere non solo totalmente tagliato fuori dal mondo dell’industria, ma addirittura di non riuscirne a capire i meccanismi, le strutture di fondo, ma soprattutto di non riuscire a capire la nuova visione del mondo generata dalla divisione del lavoro. Non è infatti un caso che alcuni esponenti della Neoavanguardia come Pagliarani e Sanguineti, che avevano sostenuto la necessità da parte della letteratura di mimare e riprodurre i ritmi di vita dell’industria come dispositivo di corrosione e disintegrazione delle strutture poetiche e narrative tradizionali, avevano guardato con interesse e pubblicato sul Menabò.

Calvino sostenne invece nel celebre saggio La sfida al labirinto sostenne la necessità di guardare al mondo dell’industria, in tutta la sua complessità, come complesso è la condizione umana nel senso più generale del concetto, di studiare il sistema della realtà industriale ma di non fermarsi ad una mimesi passiva della realtà industriale, sia essa anche un potente strumento di smascheramento dell’ideologia e demistificazione di un universo come quello dell’industria che si pone come totalizzante. La letteratura ha un compito più grande quello di non rinunciare a farsi guida morale della società, quello di tutelare i valori della bellezza che gli aspetti più turpi del capitalismo industriale sembrano minacciare; di continuare, nonostante la complessità a interrogarsi e individuare il senso della storia, sul senso dell’esistenza umana.

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Franco Fortini

Altre forme di interesse verso il mondo dell’industria nella letteratura

Negli stessi anni anche altri scrittori si ponevano gli stessi interrogativi. Non è tralasciabile, in tal contesto, il pensiero della scuola di Francoforte che era completamente incentrato sul mondo dell’industria e sull’appiattimento culturale che esso produceva. Un grande autore, influenzato molto dal pensiero negativo di questa scuola è senza dubbio Franco Fortini, poeta fortemente ancorato al marxismo che aveva sempre visto in maniera poco fiduciosa il nuovo decollo industriale. L’atteggiamento di scetticismo e sfiducia nei confronti del ruolo dell’industria era espresso anche da altri autori come Mastronardi e Parise.

Luca Di Lello

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