Home Cinema di Hollywood Cinema di Hollywood moderno (1960-1999) Easy Rider: il capolavoro di Dennis Hopper

Easy Rider: il capolavoro di Dennis Hopper

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Nel mondo artistico non sempre va tutto bene, non sempre si riesce ad avere successo, così anche per Hollywood, che ha da sempre rappresentato uno dei centri cinematografici mondiali per eccellenza, ci fu un periodo di crisi all’inizio degli anni sessanta. Una crisi dovuta in parte al successo della televisione statunitense, che era riuscita ad allontanare gli americani dal cinema, proponendosi come portatrice di grandi novità, in parte per il grande livello raggiunto proprio negli anni sessanta dal cinema europeo, che secondo molti critici del tempo, sembrava molto più avanti rispetto al cinema hollywoodiano, sia nei temi che nella tecnica cinematografica. Ma come ci insegna la storia, ad una crisi è seguita una ripresa; fu così che verso la fine degli anni sessanta due film diedero l’impulso alla nascita della Nuova Hollywood, parliamo del film Il Laureato e di Easy Rider.

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Easy Rider, prodotto nel 1969, è diretto da Dennis Hopper e sceneggiato dallo stesso insieme a Peter Fonda (entrambi protagonisti nel cast del film). Da segnalare la presenza di un giovane Jack Nicholson, il quale decise dopo questo film di abbandonare il suo progetto di diventare regista e iniziò a dedicarsi alla recitazione.

È un film che si colloca in un momento della storia molto particolare, un momento in cui soprattutto i giovani statunitensi ed europei, sentivano l’esigenza di evadere dalla piatta e noiosa cultura borghese, e questo senso di evasione trovò diverse forme di espressione, una di queste fu proprio il cinema e da questo punto di vista, Easy Rider può essere considerato come uno dei portavoce di questo senso di fuga e di liberazione dalle convenzioni borghesi, che solo chi ha vissuto quegli anni saprebbe realmente descrivere.

La trama

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Il film  ha inizio con Billy (Dennis Hopper) e Wyatt (Peter Fonda) che fanno da corrieri della droga per un giovane. Il ricavato dell’operazione ha un’unica destinazione: partire, andare lontano, rigorosamente in sella a due chopper. Così dopo il famoso gesto della rottura dell’orologio, ha inizio il loro viaggio. Un viaggio fatto di incontri e di contatti con altre mentalità, differenti tra loro. Il primo è quello con un hippy, che chiede loro un passaggio per ritornare alla sua comunità.

Abbandonato quel mondo diverso, i due ritornano alla realtà ma questa volta Billy e Wyatt vengono arrestati per aver preso parte alla sfilata di una banda in una piccola cittadina. In carcere però fanno conoscenza con George Hanson (Jack Nicholson), un avvocato finito dentro per aver alzato un po’ troppo il gomito. Dopo i primi dissidi, fra i tre nasce una sincera amicizia e decidono di partire assieme alla volta di New Orleans in occasione del Martedì grasso.

Il loro viaggio sembra destinato a scontrarsi contro la cultura americana fortemente conservatrice e borghese, così vengono trattati dalla gente del posto come nemici da allontanare se non addirittura meritevoli di violenza, che culminerà nella morta di George. Dopo la tragica morte del loro amico, Billy e Wyatt decidono di continuare il viaggio.

Arrivati a New Orleans passeggiano per le vie della città in festa accompagnati da due prostitute e, dopo aver preso l’acido in un cimitero, iniziano ad avere delle enigmatiche visioni; l’esperienza si rivela un pauroso incubo. Attraverso brevi flash, visioni spaventose, i giovani vivono l’alterazione della coscienza non come liberazione ma come l’ingresso in un mondo opprimente, angoscioso e disperato. Sì arriva così al tragico finale, che rappresenta lo scontro di due generazione, dove una sembra essere destinata a soccombere sull’altra.

Easy Rider, simbolo di una rinascita artistica

Easy Rider fu fondamentale nel processo di rivoluzione del cinema americano. Un film che è riuscito a dare una svolta alla crisi del cinema hollywoodiano, con una tecnica all’apparenza dilettantistica e piuttosto discreta. Eppure una delle cose che più resta di questo film è proprio la tecnica. Le lunghe inquadrature totali celebrano una visione della natura che testimoniano il profondo legame di Hopper e Fonda con l’America, ma non l’America vissuta in quegli anni.

Un’America lontana, appartenente ad un tempo ormai passato e irrecuperabile, della quale però sopravvivono i paesaggi. Particolarmente apprezzata la fotografia, il film si serve inoltre anche di una colonna sonora che diventa un inno alla libertà. Ma la scena senza dubbio più rivoluzionarie e più scioccante del film, è quella del lungo trip onirico, derivante dall’assunzione dell’LSD.

Easy Rider

Sarebbe azzardato dire che senza Easy Rider, non ci sarebbe stata la rivoluzione di Hollywood. Ma è giusto considerare che l’opera di Hopper fu un grande atto di coraggio, fu la goccia che fece traboccare il logoro vaso del cinema americano; un cinema che aveva paura di cambiare e che aveva davvero bisogno di una spinta decisiva per uscire da quella situazione di “stagnamento artistico”.

È da allora infatti che i registi americani iniziarono ad avere la meglio sui loro produttori; furono proposti temi fino ad allora poco trattati, furono rinnovati generi che da troppo si adagiavano sui fasti del passato. Fu il ritorno in grande del cinema americano, un cinema che ancora oggi, dal punto di vista commerciale, domina incontrastato nel mondo cinematografico.

Roberto Carli

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