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Il Velo di Maya: l’aldilà dell’io nelle filosofie orientali

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Il Velo di Maya: aldilà dell’io – attraverserà i confini delle coscienze umane ripercorrendo l’esistenza e la veridicità delle filosofie orientali.

Cari lettori, non fatevi intimidire dai paroloni filosofici né sopraffare da qualche riga di troppo. La nostra esistenza è già colma di rinunce, ridotta al minimo, a tal punto che mi sembrerebbe banale ridurre perfino le parole – o parolacce – per descriverla.

L’intento di questa rubrica è quello di ripercorrere l’esistenza e la veridicità delle filosofie orientali per mostrare l’autenticità delle tematiche culturali che variano a seconda dei differenti usi e costumi dei popoli.

Magari l’80% di voi in questo momento avrà già chiuso la pagina home e l’altro 15% sicuro starà sbadigliando o sorridendo (nella migliore delle ipotesi) . Malgrado ciò, confido almeno nell’esistenza di un 5% di esseri umani a cui magari interessa, per cultura o semplicemente per noia mattutina domenicale, saperne di più.

Cos’è il velo di Maya?

Il termine Maya significa illusione, magia. Il vecchio Schopenhauer sosteneva che:

“È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente.”

Velo di Maya
Il Velo di Maya

In altre parole, tutto ciò che ci circonda in realtà non esiste in forma percepibile, e se esiste, è distorto. La percezione che abbiamo delle cose non è reale bensì effimera e banale. Le filosofie orientali, a differenza di quelle occidentali che cristianizzano la diversità celando l’ignoto, non amano piangersi addosso e conservano molte tradizioni mistiche atte alla ricerca e alla comprensione di ciò che ci circonda. Per gli indù, come per molti altri asiatici, la natura, l’arte e la magia conservano, a loro modo, dei gradi di realtà relativa, se non proprio assoluta. Il termine maya si identifica anche nell’espressione giapponese Ukiyo, la quale significa esattamente mondo fluttuante in riferimento alla dottrina buddista della impermanenza di quella realtà che si può cogliere con i nostri sensi.

Se il mondo fluttuante è transitorio, dunque impermanente alla stregua di un fiume che scorre, non per questo è anche irreale, né dal punto di vista terreno degli uomini né da quello sublime del Buddha. Ben lungi dall’essere un impedimento alla visione diretta della realtà suprema e permanente, la maya può essere, anzi è l’unico tramite per giungere alla Liberazione finale, all’Illuminazione. In fondo Maya è pur sempre il nome della madre naturale del Buddha, dell’Illuminato; e questo non è certamente un caso. Ella morì subito dopo averlo dato alla luce e non poteva essere diversamente.

Aldilà dell’io significa andare oltre l’apatia terrena. Nessuno si è mai preoccupato di guardare la realtà dell’essere umano quanto le filosofie orientali: esse hanno dato adito ad un confronto dualistico generazionale teso agli antipodi. L’Occidente, nel corso dei secoli, è diventato materialmente ricco  fino a decadere in un profondo squilibrio. La ricchezza esiste, ma le persone non si sentono affatto ricche anzi, al contrario, si sentono estremamente povere. L’Oriente, invece, ha consolidato la ricchezza spirituale ed interiore tralasciando, secondo usi, culture e tradizioni diverse, la ricchezza economica.

Per ulteriori informazioni: http://spazioinwind.libero.it/terzotriennio/rom/scho-kier.htm

Sabrina Mautone

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