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Il tardo antico nel dibattito storiografico britannico

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tardo antico
Anonimo mosaicista tardoantico, Ritratto di Virgilio con due Muse, prima metà del III sec. e.v.

Il tardo antico, considerato come periodo storico a sé stante e potenzialmente come disciplina accademica a tutti gli effetti, sembra condividere la medesima sorte del Carneade di manzoniana memoria. Nell’immaginario collettivo si verifica di frequente uno sconcerto cronologico. Si ha difficoltà sia a collocare tale periodo nel suo contesto fattuale di appartenenza, sia a riuscire ad individuarne le specificità. È pur vero, però, che queste difficoltà coinvolgono in maniera più incisiva la gran parte del mondo scientifico, che faticosamente si approccia ad esso. Pertanto, in questo articolo si presenteranno i principali contributi della storiografia britannica, che dimostrano, invece, quanto sia stimolante occuparsi sistematicamente anche di questo periodo.

In principio fu Gibbon

Il primo studioso a proporre una lettura specifica sul tardo antico fu lo storico britannico Edward Gibbon (1737-1794), autore di una monumentale opera storiografica dall’emblematico titolo: The History of the Decline and Fall of the Roman Empire. Si tratta di un’opera sulla quale tanto si è scritto. Risulta, perciò, difficile dire qualcosa di originale su di essa. Tuttavia, non si può non considerare che la teoria espressa dal suo autore riguardo una fase di grave crisi che avrebbe colpito l’Impero Romano nei suoi ultimi secoli di vita, prima del definitivo trapasso nel 476 e.v., abbia fatto scuola, soprattutto in Gran Bretagna.

Generazioni di storici (e non solo) hanno creduto di vedere nel tardo antico (più spesso rubricato semplicisticamente come “tardo Impero”) quella decadenza che solo nel Medioevo avrebbe trovato nuova linfa vitale (si pensi all’immagine delle città risorte come fenici dalle ceneri del sec. V).

Il tardo antico e le fonti

Il caso di Jones

Un ritorno propositivo al tardo antico si ha solo a partire dalla metà del sec. XX, grazie alla pubblicazione dell’altrettanto monumentale opera dello storico Arnold H.M. Jones (1904-1970): The Later Roman Empire 284-602. A social economic and administrative survey. tardo antico "-" JonesL’opera si caratterizza per l’utilizzo esclusivo di fonti primarie (in Latino e Greco, ma anche in Siriaco). In essa sono analizzati fenomeni, quali urbanizzazione, sistema fiscale, forme di potere, giustizia.

L’ arco cronologico prescelto per questa analisi va dal 284 e.v., anno in cui fu eletto imperatore Diocle (futuro Diocleziano) al 602, anno di morte dell’imperatore Maurizio (e che coincise con l’inizio del collasso della parte orientale dell’Impero).

I dati archeologici sul tardo antico erano, inoltre, esigui in quegli anni. Si aggiunga, poi, la scarsità di letteratura secondaria, che, ancora condizionata dalle teorie di Gibbon, preferiva gli “anni ruggenti” della Roma antica. Pertanto, l’opera di Jones continua a rappresentare una condicio sine qua non per i dati analizzati, sebbene la lettura dello storico non avanzi teorie storiografiche determinanti.

Genesi di un cambiamento

Peter Brown

Negli ultimi 30 anni, la ricerca sia storiografica sia archeologica ha fatto passi in avanti, arricchendo un campo ancora in fieri. Un cambiamento di rotta nello studio del tardo antico si deve, però, a Peter Brown (1935-), professore emerito di Storia alla Princeton University e autore di significativi contributi sull’argomento. La sua analisi tardo antico "-" Peter Brown del tardo antico, infatti, si concentra sui rapporti (spesso dialettici) tra la religione cristiana, la cultura ancora tradizionalmente pagana e la politica imperiale romana.

Egli circoscrive il campo d’indagine dalla fine del sec. II  e.v. alla fine del V. In questo arco cronologico individua quella che può essere definita come “la rivoluzione spirituale” che il Cristianesimo mise in atto in ogni ambito imperiale, a partire dalla res privata.
I suoi studi, pertanto, mirano a ricostruire un quadro complessivamente dinamico e di continuità rispetto al passato, sottolineando, altresì, come i valori della classicità ereditati dai secoli successivi sino al nostro contemporaneo siano frutto del filtro tardo antico.

Averil Cameron

Il solco in cui si pone Brown è stato ulteriormente scandagliato da Averil Cameron (1940-), professoressa emerita di tardo antico e di Storia Bizantina alla University of Oxford. Nel volume dedicato alla storia del Mediterraneo (secc. IV-VIII e.v.), la sua attenzione si concentra soprattutto sulla lettura filologica di autori cristiani e non, attivi in quel periodo, a cui, poi, si aggiunge uno sguardo panoramico al Mediterraneo proto bizantino.

Come Brown, anche Cameron dà molta importanza alla “mentalità” caratteristica e caratterizzante di quei secoli, analizzando fenomeni intangibili ma funzionali a descrivere quel cambiamento che effettivamente avvenne.

Un passo indietro

Nonostante l’approccio innovativo di Brown e Cameron, alcuni studiosi britannici sembrano voler tornare nuovamente a Gibbon. Basti citare, a tal proposito, i nomi di Bryan Ward-Perkins e Peter Heather, docenti alla University of Oxford. Sebbene il primo sia un archeologo e il secondo uno storico della guerra, entrambi giungono alle medesime conclusioni. I titoli delle loro pubblicazioni, non a caso, insistono sulle stesse parole-chiave: Fall e End.

Da un lato, Ward-Perkins sottolinea come dopo il sec. V si sia verificato un ritorno ad un passato “preistorico” in termini materiali e “tecnologici”. In questo processo sarebbero implicate anche attività più “intellettuali” come la scrittura e la lettura.

Dall’altro, Heather riporta accuratamente tutti gli eventi verificatesi tra i secc. IV-V. Il suo scopo è dimostrare come essi avessero determinato complessivamente la fine dell’Impero occidentale. Entrambi gli studiosi, dunque, concordano sull’importanza di un ritorno allo studio delle cause del declino di Roma.

Da questa seppur breve disamina, si evince come tra gli studiosi britannici (ma non solo) non vi sia ancora un punto di consenso sullo studio del tardo antico. Ogni fenomeno, infatti, può ancora essere analizzato da prospettive diverse, arrivando a conclusioni spesso dicotomiche. Il cantiere, dunque, rimane ancora aperto.

Bibliografia e Sitografia

Brown P., The Making of Late Antiquity, Cambridge (Mass.) 1978.
Cameron A., The Mediterranean World in Late Antiquity AD 395-700, London and  New York 20122.
Gibbon E., The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 6 voll., London 1776-1789.
Heather P., The Fall of the Roman Empire: A New History of Rome and the Barbarians, Oxford 2005.
Jones A.H.M., The Later Roman Empire 284-602. A social economic and administrative survey, 3 voll., Oxford 1964.
Ward-Perkins B., The Fall of Rome and the End of the Civilization, Oxford 2005.
www.treccani.it/enciclopedia/tardo-antico_%28Dizionario-di-Storia%29/
www.treccani.it/enciclopedia/edward-gibbon/
www.ibs.it/fall-of-rome-end-of-ebook-inglese-bryan-ward-perkins-ward-perkins-bryan/e/9780191517204#
www.lacooltura.com/2016/07/culto-dei-santi-mondo-tardoantico/

Elisa Manzo

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