Paolo Sorrentino: un innegabile ed inguaribile napoletano

Non ditelo, zitti, zitti, non ce n’è bisogno. Ogni strada è già stata battuta. “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino (2013) è infatti al crocevia, esattamente sotto il palo da cui cartelli a forma di freccia si lanciano ognuno in direzione del proprio rispettivo sentiero, recando l’indicazione “Capolavoro”, “Mi è piaciuto ma quanto parlare per un film”, “Gli Oscar non valgono niente”, “Vuole fare il nuovo Fellini, o Scola, ma non ce la fa”, “Lo odio”, “Lo adoro”, “Piangevo”…

Se accennassimo a “Youth” (2015), poi… che il Cielo ci assista nel cercare qualcosa di illuminante da dire.

Ma chi scrive, con la sola umile e non esclusiva competenza fornita dai suoi natali, in tutta innocenza pone una domanda.

paolo sorrentinoMa come poter guardare Paolo Sorrentino senza considerare la sua nascita, il luogo, la città? Ecco la sentenza: Paolo Sorrentino è napoletano. E leggete quella parola come si deve, riempitevene la bocca, gonfiate le guance nel serrare le labbra per la ‘p’, e poi allungate la ‘a’… perché una parte ineludibile del cinema del signor Paolo Sorrentino è la bocca piena di napoletanità.

La vecchia bellezza

Proviamo a paragonare Napoli a una vecchia signora. La Signora era nobile, ricca e piuttosto bella, con un certo marciume sotto la gonna ma… insomma, ce l’avevano tutti, ai tempi suoi, e tanto lei aveva imparato con classe a farne parte della sua bellezza. Nel complesso, una signora favolosa. Ora è vecchia, e vive la fastidiosa condizione dell’essere vilipesa da un lato, sia dall’esterno che dall’interno, e dell’essere dall’altro lodata con lealtà e forse una vena di malinconia.

Napoli guarda se stessa autoglorificandosi e autocommiserandosi, paolo sorrentinobeandosi della sua innegabile bellezza di natura, lamentandosi di ogni sfortuna che le è capitata, dell’invidia degli altri per “il mare che teniamo solo noi che gli altri se lo sognano”, della camorra, dei Borboni, delle chance che gli altri non le danno…

Napoli è vittimista per tradizione. Che se ne stia seduta a non far niente o che in uno sprizzo di entusiasmo si alzi per migliorare la sua condizione, ha sempre nel cuore l’intima convinzione di essere disprezzata, e disprezzata in-giu-sta-men-te, “perché” – borbotta tra sé – “la verità è che sono bellissima”.

Allo stesso modo, da bravo napoletano, Paolo Sorrentino è intimamente convinto di essere davvero molto bravo. E il “guaio” è che lo è. Film come Il Divo (2008) ne hanno definitivamente confermato il talento del creare qualcosa di bello, ma è anche il percorso precedente – “L’uomo in più” (2001), “Le conseguenze dell’amore” (2004) e “L’amico di famiglia” (2006)paolo sorrentino – che ne mostra l’evoluzione, gli interessi e la poetica.

Paolo Sorrentino filosofeggia

Altra simpatica/insopportabile caratteristica del napoletano medio è che ha una passione per la retorica filosofeggiante. Se va male potrebbe essere una catenella di luoghi comuni, di chiacchiere da bar; se va bene, potrebbe essere una seria riflessione quantomeno utile a far porre a se stessi domande intelligenti: fatto sta – sarà il mare, sarà il sole, sarà il passato glorioso, sarà il presente così così – che il napoletano filosofeggia sulla condizione dell’essere.

In effetti, Paolo Sorrentino ama alla follia filosofeggiare. Probabilmente ama il suono dei suoi pensieri che echeggia nella voce di Toni Servillo o di chi per lui: qualche volta gli va male, qualche volta gli va bene. Capitano i “la leggerezza è una perversione” di Michael Cane (e qui le battute sui Baci Perugina si sprecano), e capitano i monologhi ispirati che in bocca al già citato attore feticcio risultano davvero toccanti.

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Il guaio con la riflessione intima diventata battuta cinematografica, è che non si può mai essere certi che essa arrivi allo spettatore nel modo originariamente inteso: l’aforisma abbandonato tra vistose pause di silenzio ha evidentemente qualche significato per chi l’ha scritta, paolo sorrentinoma il rimbombo di tale significato è troppo assordante perché costui se ne distacchi e lo ascolti con orecchie imparziali.

E c’è chi dirà che “This must be the place” (2011) è un film meraviglioso che tocca certe corde, e che non tutti possono capirlo, solo alcuni provano le emozioni giuste. Ecco, bene: quell’aforisma, di cui si diceva prima, ha trovato lo spettatore giusto nel giusto stato d’animo. Che fortuna! E se per tutti gli altri è un Bacio Perugina, amen, saranno dei superficiali.

Ma è qui che chi scrive pone la seconda domanda: se il regista ha un tema da discutere, non ha anche l’incarico di farne arrivare il succo allo spettatore in modo forte e chiaro? Oppure va bene che si accucci, che diluisca un messaggio già forse di per sé molto scarno in un’opera fatta di perfezione per gli occhi, che affidi il compito di applaudire a chi con il cuore aperto è pronto ad emozionarsi, e che scrolli le spalle di fronte a chi invece domanda un po’ di più del sospiro corrucciato che allude a impegnativi pensieri di raro spessore senza dargli né nome né sostanza?

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Conclusione

Paolo Sorrentino è un regista di una bravura che inorgoglisce. E di una presuntuosità che irrita.

paolo sorrentinoI suoi primi personaggi era microcosmi di ricchezza: basti pensare all’usuraio “amico di famiglia”, un personaggio di una bruttezza inverosimile, e così bello da scavare, pian pianino, sempre più in profondità. Quei personaggi sono andati rarefacendosi, in favore di una pluralità di figure emblematiche che sotto il vigile e compiaciuto sguardo del regista vogliono rappresentare la realtà umana nei suoi stereotipi.

I luoghi si sono fatti sempre più belli, e sempre più simbolici, da sporchi e squallidi che erano in partenza.

I silenzi sono andati dilatandosi, perché l’atto di parola fa della misteriosa potenziale intelligenza una più misera e limitata concretezza.

Napoli si chiude nel suo bozzolo di bellezza e si ripete di essere bella, contro tutto e tutti. E Paolo Sorrentino, serio e compassato sotto le intemperie dell’odio snervato di chi lo trova pretenzioso e sopravvalutato, rimane chiuso nel suo bozzolo di bravura, tremendamente consapevole di essere bravo.

Chiara Orefice