Il David di Michelangelo e la rappresentazione dell’Umanesimo

Il David di Michelangelo Buonarroti è solo una delle tante rappresentazioni di questa eroica figura che hanno attraversato la storia dell’arte. David è, infatti, simbolo di rivalsa dell’intelletto e delle capacità umane sulla forza bruta e sulla tirannia, sentimento che, anche se con intenzioni diverse, è fatto proprio da moltissime epoche storiche.

In questo articolo introdurremo la figura di David e analizzeremo l’opera di Michelangelo nel sul contesto storico, artistico e sociale, mettendola in relazione con altre opere che rappresentano lo stesso soggetto.

Chi è David nella Bibbia

David (o Davide) è un personaggio biblico. Figlio del pastore Jesse, è un giovane ragazzo di bell’aspetto e dai colori chiari. Nonostante le sue umili origini, riesce a farsi accogliere a palazzo guarendo re Saul con un canto a Dio.

Nel primo Libro di Samuele è raccontata la sua impresa contro il gigante Golia, terrore delle truppe ebraiche che erano impegnate nella lotta agli invasori filistei. David sfida a duello Golia, lo tramortisce con una pietra lanciata con una fionda e, dopodiché, lo decapita. La sua gloria e il suo prestigio lo fecero eleggere re di Israele alla morte di re Saul. Saul infatti, geloso della gloria del giovane, tenta di sbarazzarsi di lui tramite una serie di prove. David le supera tutte e può quindi sposare la figlia di Saul, Mikal. Secondo la tradizione, una volta divenuto re David compose i Salmi, per questa ragione in alcune rappresentazioni compare in età matura durante il suo canto.

Le raffigurazioni tipiche di David sono quindi due: una in giovane età, in cui si glorifica o si racconta l’epica vittoria contro il temibile gigante; una in età avanzata, in abiti regali e con in mano il salterio, strumento musicale a corde che il re usava per accompagnarsi nel canto.

Le rappresentazioni di David

La figura del David attraversa i secoli. Dalle miniature e le vetrate del Medioevo, passando per le epoche rinascimentale e barocca e giungendo fino a introspettive rappresentazioni contemporanee. Lasciando da parte la rappresentazione di re David, più legata all’aspetto votivo, ci concentreremo sul modo in cui viene raffigurato il giovane eroe.

A questa rappresentazione si sono dedicati artisti di grande fama e prestigio: Donatello, Michelangelo, Bernini, Caravaggio, Verrocchio e Guido Reni sono alcuni esempi; ma si può arrivare fino a prove pienamente contemporanee, come la lettura che fa di David Giacomo Manzù. Quella che infatti muta è proprio la lettura che artisti o committenti fanno della figura del giovane eroe e del gesto che compie. Momenti, intenzioni e chiavi di lettura stravolgono il modo in cui le diverse epoche si approcciano a questa figura mitica.

Come tutte le storie, infatti, la vicenda del combattimento tra David e Golia può essere divisa in diversi momenti. Semplificando, si possono distinguere tre atti principali. C’è un prima, quando David si trova faccia a faccia con il gigante e deve sferrare il suo colpo; un durante, quando il masso ha raggiunto Golia e il giovane si appresta a decapitarlo e a ringraziare Dio per la vittoria; e un dopo, in cui David viene rappresentato con la testa di Golia al suo fianco (solitamente ai piedi o direttamente tenuta in mano).

Il David di Michelangelo

David, Michelangelo Buonarroti (1501-1504), Galleria dell’Accademia, Firenze

In una video intervista in merito alla statua di Michelangelo, Giacomo Manzù ci racconta l’opera dal suo punto di vista di scultore: “In quel blocco di marmo lui ha fatto seguire tutto un suo pensiero formale, perché a lui non interessava il personaggio e non interessava David, perché i personaggi, siano sacri o profani, non interessano mai lo scultore o il pittore, il quale si rifà solamente alla forma”, dice l’artista e si può dire che abbia colto il punto.

Senza dilungarci troppo sulla sua persona, Michelangelo è uno degli artisti più rappresentativi del Rinascimento maturo. Enfant prodige della cultura fiorentina, la sua formazione avviene all’interno della cerchia neoplatonica fiorentina creatasi attorno alla figura di Lorenzo il Magnifico che, preso il giovane a ben volere, lo accoglie in Palazzo Medici. Questo rapporto culturale è importante, perché nel David Michelangelo affronta il tema umanistico dell’eroe.

Cosa rappresenta il David di Michelangelo?

Michelangelo scolpisce il suo David tra il 1501 e il 1504. La scultura ha un’altezza di oltre quattro metri. Michelangelo, che solitamente preferisce scegliere personalmente il mamo su cui lavorare, si mette all’opera su un blocco presente a Firenze, già sbozzato quarant’anni prima da Agostino di Duccio.

In questi anni l’artista ha già scolpito una centauromachia ispirata ai sarcofagi classici ed è divenuto celebre anche a Roma, dove presenta sul finire del XV secolo la sua prima Pietà, ora ai Musei Vaticani. Inizialmente la statua colossale del David era pensata per uno dei contrafforti della facciata di Santa Maria del Fiore. Il governo della repubblica fiorentina che si instaura dopo la cacciata dei Medici decide, però, di porla all’ingresso di Palazzo Vecchio. L’eroe biblico si fa qui simbolo della ribellione dei deboli contro la tirannia: della ribellione del nuovo governo dalla famiglia Medici. Dicendolo con le parole di Manzù “Eccoci qui di fronte a questo giovane fiorentino”.

Gli altri David di Firenze

Quello che è interessante è la scelta del momento rappresentato dall’artista. Secondo la divisione in atti di cui abbiamo parlato all’inizio, possiamo dire che il Buonarroti sceglie di rappresentare il prima.

Michelangelo aveva a Firenze tre importanti esempi scultorei che rappresentano lo stesso tema: il David realizzato in marmo da un giovane Donatello nel 1409; un secondo David dello stesso artista, ma di una fase più matura e in bronzo, realizzato intorno al 1440; il David realizzato sempre in bronzo da Verrocchio tra il 1472 e il 1475. Tutti e tre questi David, oggi conservati al Museo Nazionale del Bargello. Seppur nelle loro differenze estetiche e artistiche, hanno in comune la scelta del momento da rappresentare: David ha vinto. Sconfitto Golia, il giovane si presenta glorioso (anche altezzoso se si vuole, nella rappresentazione del Verrocchio) con la testa del gigante caduto ai suoi piedi.

Il Quattrocento (e quindi questi artisti) aveva infatti concepito la statua come celebrazione dell’uomo e della sua azione nella storia e nel mondo: lo aveva teorizzato Leon Battista Alberti nel trattato De statua e lo avevano dimostrato la scultura di Donatello e la pittura di Paolo Uccello e Andrea del Castagno.

Michelangelo però è figlio di una diversa temperie culturale. Il suo David non ha ancora vinto, anzi, non ha ancora combattuto. Non è l’eroe trionfante che ostenta il simbolo della vittoria, né il guerriero colto nello sforzo della lotta. Sta pensando, sta meditando sulla traiettoria del colpo, la fionda poggiata sulla spalla, lo sguardo fisso e concentrato sull’obbiettivo. Le sopracciglia corrucciate trasmettono a chi guarda la concentrazione e la tensione emotiva del personaggio, facendoci entrare nei suoi pensieri.

Il David di Michelangelo: influenze e contrasti

Come detto, Michelangelo ha come prima formazione la cultura neoplatonica ed è quindi evidente nella sua opera riferimento all’arte classica. La statua segue la formula compositiva del chiasmo, una tecnica di rappresentazione della posa umana naturalistica ereditata dalla statuaria classica. Si può citare come suggestivo esempio il Doriforo, databile tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. conservata presso il museo archeologico nazionale di Napoli. La statua, ritrovata a Pompei, è una copia romana di un originale bronzeo di età classica. Questo originale è attribuito a Policleto e databile intorno al 450 a.C.

La figura di Michelangelo è concentrata, compressa, il lancio è tutto nella carica di questa tensione, possiamo solo immaginarlo. Il moto è solo in potenza. Il peso del corpo è spostato sulla gamba destra, sulla quale sono evidenti i muscoli contratti nello sforzo; la gamba sinistra è invece flessa in avanti, creando una bilanciata asimmetria. Il braccio sinistro si piega a sciogliere la fionda mentre il destro si tende, serrando le dita della mano.

Su questa mano si concentra Manzù, anche lui scultore, percependone la forza: “Guardate quella mano. Quella mano a me fa pensare che sia quella di Michelangelo, perché una mano così può fare questi miracoli. Ed è quella mano che contiene il genio sconvolgente di Michelangelo, e questo genio sconvolgente si sente, come ripeto, dai capelli ai piedi”.

L’attenzione di Michelangelo è però focalizzata sulla testa del David. I muscoli del collo sono tesi, dando al volto una violenta ma contenuta torsione. L’espressione del viso è corrucciata, lo sguardo fisso verso il nemico lontano, le sopracciglia aggrottate. Sembra quasi di intuire nel marmo la pulsazione delle vene, la tensione muscolare. L’artista dimostra un incredibile virtuosismo anatomico e, al contempo, riesce a rendere una tensione emotiva tutta interiore.

L’importanza politica del David di Michelangelo

Nel David di Michelangelo si mescolano due piani: la valenza religiosa del racconto biblico e la funzione politica dell’opera. Michelangelo concepisce il proprio David come incarnazione di Fortezza e di Ira, simboli delle virtù del popolo e della giovane repubblica fiorentina. L’eroe si fa rappresentazione di un concetto, di un’idea che si incarna nella storia.

Appena terminata la statua si aprì un dibattito sulla sua collocazione. La scelta era se posizionarlo vicino alla porta di Palazzo Vecchio (come voluto da Michelangelo) o sotto la Loggia dell’Orcagna, come suggerito da Leonardo da Vinci. Questa soluzione prevedeva l’inserimento della statua in una nicchia scura che potesse graduarne pittoricamente i contrasti di luce. Sono evidenti, nel vivace dibattito che ne nasce, le diverse concezioni artistiche ed estetiche che entrano in campo.

Il David dipinto da Michelangelo

Affreschi cappella sistina
Affreschi della cappella sistina, Michelangelo Buonarroti (1508-1512)

Michelangelo tornerà pochi anni dopo, nel 1508, sul tema del David. Questa volta l’eroe non è protagonista, ma inserito all’interno della volta dipinta nella cappella Sistina, commissionata da Giulio II.

Ernst Gombrich nella sua storia dell’arte ci racconta di come Michelangelo avesse lasciato Roma in accesa polemica con papa Giulio II. La discussione tra i due era nata a causa delle difficoltà emerse per la realizzazione del sepolcro del pontefice. Probabilmente il papa era infatti preso dal progetto di una nuova San Pietro.

Sta di fatto che Michelangelo, paranoico e irritato dal rimandarsi del lavoro, lasciò Roma per Firenze scrivendo una violenta lettera al papa, in cui lo invitava ad andarlo a cercare nel caso avesse voluto riaverlo.

Seguono delle trattative in merito tra Giulio II e il governo di Firenze. I fiorentini temettero addirittura che il papa potesse volgersi contro di loro per aver dato ricovero all’artista. Michelangelo si convince a tornare a Roma, dove il papa gli propone una nuova opera: la decorazione della volta della Cappella Sistina. L’artista fece di tutto per declinare la commissione, disse di non essere davvero un pittore, ma uno scultore (era anche convinto che la commissione gli fosse stato proposta per dispetto a causa dell’intrigo di qualche nemico). Le prime elaborazioni dell’artista erano molto semplici, ma ad un certo punto si chiuse nella cappella e iniziò la sua opera, che venne disvelata solo quattro anni dopo.

Dal pensiero umano al pensiero divino

La scena con la vicenda di David è probabilmente una delle prime rappresentate dall’artista sulla volta della cappella, trovandosi sul pennacchio a destra della porta, da dove Michelangelo iniziò a dipingere.

Inseriti nel contesto della volta, i quattro pennacchi rappresentano scene che testimoniano la difesa del popolo d’Israele da parte di Dio. In questo contesto Michelangelo sceglie di rappresentare un momento differente della vicenda epica: David ha già atterrato Golia, il gigante è a terra e il giovane, la fionda a terra e la spada sfoderata, si appresta a decapitarlo. La scena acquista forza grazie all’utilizzo della luce: Michelangelo decide di ambientare la vicenda in notturno, ma di rischiararla con una luce chiara e forte.

Oltre alla maestria tecnica nell’utilizzo dello spolvero e nella creazione di un ardito scorcio prospettico, tutto giocato sulla superficie irregolare dell’angolo della volta, la bravura di Michelangelo è evidente nella diversità con cui affronta lo stesso tema declinandolo a seconda delle proprie necessità comunicative.

Non siamo più nella repubblica fiorentina, non è più l’uomo il centro nevralgico della comunicazione, ma il suo rapporto con Dio e con la creazione. Il significato è diverso, il tema lo stesso. David qui non è più il giovane fiorentino che sconfigge i suoi nemici attraverso l’intelletto, ma un giovanotto apparentemente troppo debole per la prova che gli si presenta. In questo modo si fa emblema (insieme tra l’altro alla Giuditta di un altro pennacchio della volta) della “umiltà vittoriosa” e della vittoria della Chiesa sul paganesimo. In questo contesto non possono esserci dubbi, l’azione non può essere in divenire, non ci si può chiedere se l’eroe vincerà o meno: ha già vinto.

Naomi Serafini

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