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Assassinio in sacrestia di Francesco Testa, l’analisi

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assassinio in sacrestia

Assassinio in sacrestia (2021, Graus Edizioni) è il capitolo conclusivo della trilogia di romanzi iniziata dallo scrittore Francesco Testa nel 2019 con Indelebile come un tatuaggio e proseguita, nel 2020, con La bambola col tuppo. Come i suoi predecessori, Assassinio in sacrestia è un’opera che spazia tra tematiche, generi e situazioni molto differenti. Riconducibile al mondo dei romanzi storici, Assassinio in sacrestia è attraversato da una forte venatura critica di matrice social-popolare che, in certi passaggi, assume il piglio deciso della denuncia giornalistica, senza, tuttavia, rinunciare al piacere della narrazione.

Protagonista dell’opera è don Davide, l’Uccio di Indelebile come un tatuaggio che, ormai divenuto uomo, ha indossato l’abito talare consacrando la propria esistenza ai meno fortunati. Prostitute, criminali, tossicodipendenti e barboni sono i principali – benché non unici – beneficiari dell’azione di don Davide che, lungo un arco temporale di venticinque anni – dal 1975 al 2000 – , cerca in tutti i modi di migliorare la situazione del proprio quartiere e dell’intera Napoli. Il suo compito, però, è reso estremamente difficile dai numerosi mali che affliggono la città e dall’ambiguo interesse mostrato nei suoi confronti da Paolo ‘O Chianchiere, killer su commissione destinato a scalare i ranghi della Nuova Camorra Organizzata.

Assassinio in sacrestia: trama e tematiche principali

Assassinio in sacrestia si apre con un’immagine forte: un prete di mezz’età che, sporco di sangue, chiede perdono a Dio. Cosa gli è accaduto? Di che peccato si è macchiato? E a chi appartiene quel sangue?

Queste domande sono destinate a restare prive di risposta fino alla parte conclusiva del romanzo, lasciando al lettore il piacere di formulare ipotesi. Dopo il Prologo, infatti, la narrazione torna al 1975, quando il giovane don Davide si prepara ad affrontare una normale giornata di preghiera e volontariato. La sua routine è però turbata dall’apparizione di un individuo di cui ignora l’identità che, senza troppe cerimonie, intima al sacerdote di seguirlo. La presenza del prete, infatti, è ritenuta indispensabile per sanare i contrasti sorti con un rivale dell’organizzazione a cui è affiliato. Desideroso di salvare una vita, don Davide accetta, dando avvio a una sequenza di avvenimenti che creerà grossi contrasti tra la sua volontà d’aiutare il prossimo e la sua coscienza.

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La copertina di Assassinio in sacrestia

Il confronto tra don Davide e la camorra rappresenta, senza dubbio, una delle tematiche più accattivanti del romanzo. Nell’affrontarla Francesco Testa si sforza di comprendere dall’interno modi di pensare e dinamiche di difficile interpretazione. I camorristi di Assassinio in sacrestia sono personaggi complessi e verosimili; li si disprezza ma, al tempo stesso, li si capisce, trovando, nella loro interiorità, sia elementi agghiaccianti che sprazzi di umanità.

Anche il 1980 è un anno fondamentale per don Davide, costretto a confrontarsi con la tragedia del terremoto dell’Irpinia, le sue cause e conseguenze. Lo sguardo del sacerdote non si limita a indugiare sulle sofferenze delle vittime ma si proietta all’indietro individuando i colpevoli della tragedia.

L’analisi della società partenopea, nei suoi pregi e nelle sue storture, è un’altra tematica cardine portata avanti dall’autore. Tanti sono, infatti, gli eventi narrati che ne hanno condizionato lo sviluppo; dalla prima Estate a Napoli al terremoto, dal rapimento dell’assessore Ciro Cirillo all’edilizia abusiva, dallo sviluppo dell’ILVA alla sua crisi.

Le vicende collettive, però, non sono isolate da quelle di don Davide e dei suoi cari che ne vivono sulla propria pelle le conseguenze. E sono proprio tali conseguenze che, in un modo o nell’altro, producono le vicende del romanzo contribuendo allo sviluppo e all’evoluzione dei protagonisti. Nulla, infatti, in Assassinio in sacrestia rimane statico; lo stesso tono della narrazione muta con il variare dell’argomento e l’evolversi delle convinzioni dei personaggi.

Grande importanza riveste, infine, il tema della fede, connotata come bisogno e, al tempo stesso, ideale a cui tendere. Del Cristianesimo, infatti, non vengono sottolineate tanto le componenti teologiche, quanto quelle morali; l’amore per il prossimo, in particolare, viene vissuto concretamente dai protagonisti che, spesso, sacrificano i propri bisogni a favore di quelli degli altri. La fede, però, non è mai priva di dubbi e anche l’uomo più nobile può, in particolari circostanze, smarrire la retta via.

I personaggi

Don Davide, protagonista indiscusso dell’opera, è di gran lunga il personaggio più intrigante e soggetto al cambiamento. Nonostante l’apparente conclusione del suo percorso in Indelebile come un tatuaggio, don Davide ha ancora tanto da dire; la sua vicenda mostra, dunque, come, nella vita, non ci sia mai un reale punto di arrivo nello sviluppo della propria personalità.

Il don Davide del 1975, benché saldo nelle proprie convinzioni, si trova, infatti, a rimettere tutto in discussione quando nuove sfide gli si pongono davanti. Il sacerdote cambia, si adatta, si pente, si arrabbia e si fortifica, pur senza mai rinnegare le conquiste precedenti. La curiosità che lo caratterizza fin da bambino cresce parallelamente all’età, spostandosi dalla fantasia alla religione per poi approdare all’uomo nel suo complesso. Don Davide non investiga per giudicare ma per comprendere, perché solo attraverso la comprensione si può instaurare una vera comunicazione e, quindi, raggiungere il prossimo e salvarlo.

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Francesco Testa

Tommaso, il migliore amico di don Davide, rappresenta il proverbiale porto nella tempesta a cui don Davide può attraccare nei momenti più bui. Vittima di un’ingiusta condanna dovuta alla discriminazione verso chi, come lui, è “figlio della guerra“, Tommaso lotta contro traumi e paure per ricostruirsi una vita. È un uomo riservato ma affidabile che, lentamente, rivela la propria interiorità al lettore spingendolo a tifare per lui.

Paolo ‘O Chianchiere è il personaggio più complesso e ambivalente dell’opera. Si tratta di un criminale violento, estremamente cinico, ma dotato di un proprio codice d’onore lontano sia da quello degli uomini comuni che da quello dei camorristi. Freddo, egoista ma, al tempo stesso, in grado di compiere atti di grande generosità, Paolo ‘O Chianchiere è strettamente legato a don Davide per il quale nutre una grande ammirazione e con cui instaura un rapporto ai limiti dell’abusività ma, al tempo stesso, simile a una distorta amicizia. I suoi scopi non immediatamente comprensibili, uniti al suo carisma e alla sua insolita saggezza, rendono le sue azioni imprevedibili, contribuendo a provocare nel lettore una certa angoscia durante le sue apparizioni.

Beatrice è una ragazza dal passato difficile, vittima di una serie di circostanze sfavorevoli e di scelte sbagliate. La sua storia e quella di don Davide sono destinate a incrociarsi dando vita a un rapporto d’affetto filiale in nome del quale il sacerdote sarà pronto a rischiare ogni cosa. Forte ma debole, saggia ma sciocca, riflessiva ma impulsiva, Beatrice è un personaggio costruito sui contrasti per mostrare tutte le difficoltà legate alla loro risoluzione.

Alessandro Ruffo

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