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Il liberty in Italia: la storia, le influenze, gli artisti

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Liberty Italia
Roma, decorazione architettonica in stile liberty

Con il nome Liberty si designa, in Italia, un indirizzo di gusto relativo prevalentemente all’architettura e alle arti figurative e applicate. Il termine è molto diffuso sopratutto nel nostro Stato e deriva da quello di una ditta inglese, fondata da Arthur Lasenby Liberty nel 1875. La ditta produceva articoli aderenti a questo nuovo stile verso la fine dell’Ottocento. Negli altri Paesi coinvolti in questa esperienza stilistica si parla più frequentemente di Art Nouveau, Jugendstil o Sezessionstil, di Modern Style o Stile Floreale.

La caratteristica più peculiare del liberty è senza dubbio il trarre ispirazione dalla natura, intesa nelle sue linee fondamentali e sintetiche. Questo riferimento è spesso accompagnato da un forte spiritualismo, caratteristico di molte opere di quegli anni. Il liberty si esprime prevalentemente con forme fitomorfe e organiche, ma lineari, che saltano subito agli occhi caratterizzandolo in modo inequivocabile.

Liberty Italia
Roma, decorazione architettonica in stile liberty

Le origini del liberty

Il liberty è basato sulle teorie medieviste di Ruskin e Morris. Questi immaginavano un medioevo ideale, in cui l’artista era veramente onesto, poiché capace di prendere ispirazione dalle forme e dalle imprecisioni della natura, e dove l’arte poteva ritenersi davvero omogenea nel passaggio tra costruzione e decorazione. Pone le sue basi in Inghilterra, terra che non sarà però sede della sua maturità e diffusione. Questa fluidità tra elementi portanti e decorativi è alla base dell’interesse del liberty per l’oggetto di uso quotidiano, il design e la decorazione.

Liberty in Italia. Artisti alla ricerca del moderno. Ediz. a colori
Il liberty a Milano. Ediz. illustrata
Napoli liberty «n'aria 'e primmavera». Ediz. illustrata
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Napoli liberty «n'aria 'e primmavera». Ediz. illustrata
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Il liberty a Milano. Ediz. illustrata
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Napoli liberty «n'aria 'e primmavera». Ediz. illustrata
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Con l’inizio del Novecento si apre quindi in Italia la stagione del liberty, grazie anche alla diffusione nella penisola della moda neocinquecentista, di poco precedente. L’inizio secolo vede, infatti, il diffondersi di un forte sentimento di revival, che porta alla creazione di molte opere ispirate all’arte bizantina, medievale o rinascimentale.

L’interesse per l’arte del Rinascimento, con particolare focus sulle espressioni artistiche del Cinquecento, si diffonde soprattutto a Roma, dato il forte legame che la città, da poco divenuta capitale, mantiene con il proprio passato archeologico. L’interazione con questo passato necessita, però, del filtro delle opere e degli artisti rinascimentali. A rafforzare questa tendenza è, infatti, la volontà di esaltare il “genio italiano” che, in arte, si concentra sulle figure di Raffaello e Michelangelo.

In ogni caso lo stile, che si afferma nelle città legate alla borghesia imprenditoriale, si lega soprattutto al revival medievale e al preraffaellismo di quegli anni. Questo mescolarsi di tendenze portò Giovanni Battista Milani, celebre architetto romano dell’epoca, ad identificare nella “battaglia di stili” la caratteristica predominante dell’arte del suo tempo.

Il rapporto del liberty in Italia con l’Europa: tra influenze e contrasti

L’esperienza artistica del liberty, in ritardo rispetto agli altri stati coinvolti segnò per l’Italia una svolta e un’apertura sull’orizzonte europeo. Questo nonostante il ridimensionamento della carica innovatrice del movimento all’interno del nostro territorio. Ritardo e ridimensionamento erano dovuti sia allo scontro con tradizionalismo e provincialismo che alla mancanza di una base teorica adeguata.

La superficialità di acquisizione è probabilmente dovuta al contrasto con le basi teoriche del revival rinascimentale che segue all’Unità d’Italia e, più avanti, allo scontro con il rigorismo degli stili che si affermano sotto il regime fascista. Entrambi questi impulsi puntano alla creazione di uno “stile italiano”, da contrapporre agli stili d’Oltralpe, stranieri, dei quali il liberty fa parte.

In Italia il liberty è fortemente influenzato soprattutto dalle esperienze viennesi. Qui gli artisti italiani ritrovano quegli elementi di storicismo neoclassico e monumentale, a cui erano così profondamente legati, fusi con una esuberanza decorativa che sa di moderno e che non necessita di una seria revisione strutturale. Da suggestioni simili nascono opere come il villino Ruggeri a Pesaro, realizzato da Giuseppe Brega. L’edificio, tipicamente tradizionale, risponde alle caratteristiche liberty solo per la decorazione che lo riveste.

Il rapporto del liberty con i movimenti tradizionali

Rispetto ai movimenti tradizionalisti, il liberty pone le sue basi sulla realtà presente e sul futuro, in un’ottica avveniristica che vuole rifarsi ai concetti di modernità, novità e gioventù. Resta, però, collegato all’ambiente tradizionale, ricercando un’arte che possa rispondere alle categorie di bello, decoroso ed elegante.

L’adesione a questa corrente porta ad una rinascita della pittura murale, per lo più intesa in senso decorativo. Proprio l’affacciarsi del liberty in Italia, infatti, che per la sua duttilità e superficialità di acquisizione rimase vivo nella penisola per quasi un quarto di secolo, avrebbe dato un’ulteriore spinta vitale al recupero delle tecniche di pittura murale (che già accompagnava le correnti di revival), creando una spirale virtuosa d’influenza reciproca.

Il problema che si presenta, nel rapporto tra liberty e pittura murale, è che ne risulta un progressivo abbandono dei ricettari di tecniche tradizionali e dell’affresco. Questo è dovuto al carattere temporaneo degli apparati decorativi che vengono realizzati e all’inadeguatezza delle tecniche a fresco per lo stile liberty.

Sparisce, insomma, quella ricerca della riscoperta di «antichi segreti» che aveva dato spinta alla pittura murale nel periodo subito precedente, più strettamente legata alle tradizionali tecniche rinascimentali e medievali. Ha inizio una nuova fase di sperimentalismo che porta alla diffusione di tecniche sostitutive, più semplici ed economiche del “buon fresco”, come la pittura a calce e a tempera. L’utilizzo di sostanze oleose, impiegate come leganti nelle tempere, conferiva all’opera finale maggiore luminosità e preziosità. Questi effetti erano molto graditi e ben si accordavano con i frequenti inserti in oro, vetro e ceramica tipici dello stile liberty.

Importante per queste contaminazioni è l’ambiente delle esposizioni internazionali, un tema ampio e affascinante, per l’approfondimento del quale si consiglia la lettura del testo di Elena di Raddo Sogni e ideali: cicli decorativi italiani nelle esposizioni internazionali (1840-1914).

I protagonisti del liberty in Italia

Data la non distinzione delle arti, principio alla base degli ideali del liberty, gli artisti che vi aderirono intesero la propria arte come strettamente collegata all’ambiente in cui essa si inserisce, che si tratti di decorazioni pittoriche, vetrate, ornamenti in ferro battuto o decorazioni in stucco. Perciò gli artisti e la committenza si allontanano dal gusto per la pittura da cavalletto, preferendo pannelli a tempera da inserire negli ambienti di destinazione.

Un altro campo d’espressione artistica molto florido, per coloro che aderiscono alla corrente liberty, è quello delle arti grafiche, come la xilografia, la serigrafia o le illustrazioni di libri, giornali e riviste. Queste opere offrivano, infatti, un diretto contatto con il pubblico e si adattavano perfettamente al concetto di utilità della propria arte che questi artisti ricercavano.

Figure emblematiche del liberty in Italia sono quelle di pittori (comunque legati ad un clima tradizionale e nazionalistico) come Giulio Aristide Sartorio, che realizza in studio il fregio decorativo per l’Aula Parlamentare di Montecitorio a Roma utilizzando tecniche ad encausto su tela ed è spesso coinvolto nelle grandi Esposizioni; Duilio Cambellotti, che crea sulle pareti esterne del Villino Vitale, nel 1910, un fregio che simula uno spazio aperto in cui è ospitata un’intricata folla di colombi, appena sopra l’ultimo ordine di finestre; Adolfo de Carolis, artefice di numerosissimi cicli pittorici decorativi, come quello realizzato ad Ascoli Piceno; e Galileo Chini, anche lui inserito nell’ambiente delle Esposizioni Internazionali.

Dal punto di vista architettonico, si distinsero le personalità di Ernesto Basile, del quale può citarsi la realizzazione di Villa Igeia a Palermo; Giuseppe Sommaruga, che cura la costruzione di Palazzo Castiglioni a Milano; e Raimondo D’Aronco, quest’ultimo artefice del padiglione centrale dell’Esposizione Internazionale delle Arti Applicate che ebbe luogo a Torino nel 1902, la prima in Europa di proporzioni così vaste.

Il quartiere romano Coppedè

Liberty Italia Coppedè
Roma, quartiere Coppedè

Un ultima curiosità che si vuole presentare al lettore, da aggiungere in coda all’elenco dei luoghi da visitare a Roma, è il quartiere Gino Coppedè, realizzato dall’architetto omonimo. Qui le influenze liberty si incontrano e fondono con quelle dell’eclettismo e delle correnti revivalistiche, alternando elementi di decorazione allegorica a disegni d’ispirazione floreale; motivi di matrice greca o rinascimentale ad elementi più chiaramente liberty.

Lo stravagante quartiere, che si innesta tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento, è realizzato tra il 1916 e il 1927 e consegue al piano regolatore Sanjust de Teulada del 1908. Questo piano cercava di dare un ordine alla crescita esponenziale che la città aveva subito a seguito della sua scelta come Capitale d’Italia nel 1871.

Naomi Serafini

Bibliografia

  • E. Barilli, Il Liberty (Elite. Le arti e gli stili in ogni tempo e paese, 30) Milano 1966.
  • C. De Seta, La cultura architettonica in Italia tra le due guerre, Bari 1989 (1972).
  • E. Dellapiana, G. Montanari, Una storia dell’architettura contemporanea, Novara 2014.
  • E. Di Raddo, Sogni e ideali. Cicli decorativi italiani nelle esposizioni internazionali (1890-1914), Milano 2009 (2004).
  • M. Errico, S. S. Finozzi, I. Giglio, Ricognizione e schedatura delle facciate affrescate e graffite a Roma nei secoli XV e XVI, «Bollettino d’arte», LXX, 33-34 (1986), pp. 53-134.
  • G. Germani, La pittura murale italiana nel Novecento: tecniche e materiali, in C. Danti, M. Matteini, A. Moles (a cura di), Le pitture murali, tecniche, problemi, conservazione, Firenze 1990, pp. 103-120.
  • G. B. Milani, L’Ossatura Murale, Torino 1920.

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