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Il colera a Napoli: l’epidemia del 1884

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Vincenzo Migliaro - La selleria

Nell’estate del 1884 si registrò una devastante epidemia di colera a Napoli. La difficile situazione abitativa dei quartieri popolari e le cattive condizioni igienico-sanitarie favorirono il rapido proliferare della malattia. Nel giro di poche settimane si superarono i 7000 morti. Per impedire il reiterarsi di altre simili tragedie, il sindaco Nicola Amore, con l’appoggio del Re Umberto I e del Primo Ministro Depretis, diede il via allo “sventramento” della città antica con un poderoso piano di Risanamento.

Che cos’è il colera?

Come ci informa l’Istituto superiore di sanità, il colera è un’infezione diarroica acuta causata dal batterio Vibrio cholerae. Il vibrione colerico fu identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch

Il colera è una malattia a trasmissione orale: può essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o alimenti contaminati da materiale fecale di individui infetti; i cibi più a rischio per la trasmissione della malattia sono quelli crudi o poco cotti e, in particolare, i frutti di mare. 

Gli interventi più importanti per la prevenzione delle epidemie di colera riguardano la depurazione delle acque e il funzionamento del sistema fognario.

Il colera in Francia

Con un telegramma datato 22 giugno 1884, il Real Console italiano di Tolone informava il Ministro dell’Interno Agostino Depretis: «risultargli, per comunicazione ufficiosa, che quel giorno eransi colà verificati 13 decessi per colera». Il batterio colerico era sbarcato da una nave militare francese proveniente dall’Indocina.

Presto il morbo raggiunse anche Marsiglia, dove lavoravano circa 60.000 operai italiani. Nello sfuggire all’epidemia, costoro, tornando in Italia, vi diffusero il colera.

Il colera a Napoli

A Napoli, fin da luglio, i medici avevano curato delle diarree che davano segno di essere sintomi di forme coleriche.

Non era certo la prima volta che negli ospedali napoletani si diagnosticasse il colera: nel solo corso dell’Ottocento, la malattia aveva fatto visita alla città nel 1836-37 (prendendosi forse anche Giacomo Leopardi), nel 1854-55, nel triennio ‘65-67 e nel 1873.

Il contatto duraturo e frequente con il colera aveva permesso alla medicina di fare molti passi in avanti: si faceva sempre più strada l’idea che il morbo si sviluppasse attraverso il contatto con persone ammalate; iniziava a tramontare la teoria miasmatica, rendendo chiaro che le condizioni del suolo e dell’atmosfera potessero soltanto favorire – ma non determinare – la diffusione del contagio.

La messa in atto di nuove misure di contenimento del contagio si era mostrata vincente nel corso dall’epidemia del 1873, quando il colera si era diffuso a Napoli con conseguenze non disastrose.

Eppure nel 1884 l’emergenza non fu ben gestita. Nell’incertezza, i primi presunti casi furono messi a tacere per evitare catastrofici allarmismi. Le conferme arrivarono solo verso la metà di agosto, quando era ormai troppo tardi per qualsiasi provvedimento preventivo.

Nei giorni che seguirono, l’epidemia si propagò rapidamente, colpendo con particolare violenza i quartieri poveri della città; il suo divampare divenne sempre più feroce nei giorni dal sette all’undici di settembre.

Il commediografo Eduardo Scarpetta scrisse:

Tutta la città era schiacciata dal terrore del colera invadente; nei fondachi luridi e oscuri di Porto, del Pendino e del Mercato, nei vicoletti tortuosi della bassa Napoli, simili a budelli ricolmi di lordure, l’epidemia faceva strage spaventosa.

Nel giro di un paio di mesi si contarono più di settemila morti.

Non a caso il colera del 1884, pur avendo il proprio ceppo europeo in Francia, fu ricordato come “il colera di Napoli”.

Le strade del colera a Napoli

colera

Giorgio Sommer – Fondachi di Napoli.

Quali furono nel 1884 i fattori che favorirono il proliferare del colera a Napoli e in particolare nei quartieri popolari? La carenza di strade ampie e ariose; la notevole densità demografica (con il censimento del 1881 risultarono residenti in città 535.000 abitanti); la presenza di mestieri di ogni genere all’interno di un abitato molto fitto.

Le strade partenopee, più che luogo di transito, erano prolungamento naturale di abitazioni inadeguate ai bisogni della vita: luogo di lavoro, spazio d’incontro quotidiano, discarica, area di contrattazione e di vendita.

Nel corso degli anni Sessanta, l’ingegner Marino Turchi, capo dell’Ufficio d’Igiene del Comune, rilevava appunto le difficoltà che s’incontravano a transitare per gran parte delle strade della città; denunciava, inoltre,
la presenza, in pieno centro abitato, di mestieri nocivi alla salute, come le fonderie di metallo.

Nella sezione Mercato era localizzata la concia delle pelli e dei cuoi; nel quartiere Pendino vi era una cinquantina di tintorie.

Il sistema fognario

Il puzzo degli escrementi umani e animali e dei rifiuti provenienti dai banchi di vendita contribuiva a rendere insalubre e sgradevole l’atmosfera dei quartieri popolari.

Il popolo napoletano, privo quasi di servizi igienici, utilizzava normalmente le strade per fare i bisogni; in tal modo, in assenza di un sistema fognario adeguato, i vicoli divenivano luoghi di raccolta delle acque putride.

Quando nell’estate del 1884 il colera giunse in città, i napoletani vivevano quindi su un ammasso di materie cloacali: la realizzazione di un nuovo sistema fognario, sotto la guida dell’ingegner Gaetano Bruno, era iniziata solo l’anno precedente.

Gli acquedotti e il colera

Una delle maggiori problematiche per la vita della Napoli ottocentesca era la difficoltà nell’approvvigionamento idrico per la vetustà degli acquedotti cittadini del Carmignano e della Bolla.

Le abitazioni erano raramente dotate di acqua corrente, che veniva invece attinta dalle fontane pubbliche o dai pozzi; se le fontane fornivano qualche garanzia igienica, non altrettanto avveniva per i pozzi, poiché spesso confinanti con i pozzi neri, da cui non erano rare le infiltrazioni.

Nel 1873 il Consiglio comunale approvò un progetto di riutilizzo delle fonti irpine del Serino, già sfruttate dall’età augustea e fino al tardo-antico per convogliare, verso la città di Napoli, acqua abbondante e purissima.

I lavori di risanamento dell’antico acquedotto del Serino ebbero durata decennale e l’inaugurazione ebbe luogo soltanto il 10 maggio 1885, quando Napoli contava ancora le vittime dell’epidemia di colera del 1884, di cui una delle maggiori cause era stata proprio la scarsa igiene e la cattiva qualità delle acque.

Le abitazioni di Napoli prima del colera

Nel 1877 il toscano Renato Fucini, visitando Napoli a occhio nudo, dopo aver passeggiato per una ventina di giorni tra gli affollati luoghi più rinomati della città, si soffermò e si chiese: dove dorme quella enorme massa di persone che popola le strade durante il giorno? E così, in un’incursione nel ventre della città, il viaggiatore s’imbatté in una moltitudine brulicante e lacera stipata in bassi, fondachi e grotte.

I fondachi erano edifici originariamente destinati a deposito e commercio, adibiti poi ad abitazioni. Questi fabbricati presentavano su più piani piccoli ambienti che ricevevano aria e luce esclusivamente dal cortile al centro, per lo più ricettacolo di immondizie e acque impure.

Nelle Lettere meridionali (una serie di studi su importanti questioni economico-sociali del Mezzogiorno d’Italia), il liberale Pasquale Villari così descrisse i fondachi: «In questi vivono ammonticchiate parecchie migliaia di persone, talmente avvilite dalla miseria, che somigliano più a bruti che a uomini».

Villari diede seguito alla propria opera di denuncia spingendo, nel 1876, la giornalista inglese Jessie White, moglie del garibaldino Alberto Mario, a compiere un viaggio a Napoli, per verificare e rendere noto quanto egli andava dicendo da anni: ne venne fuori il libro-reportage, La miseria in Napoli.

Nel capitolo intitolato “Trogloditi”, la White Mario scrisse: «In una delle soffitte vidi un mucchio di paglia, che letteralmente camminava da sé, a cotal punto che lo credetti un nido di formiche. Ma erano ben altri insetti!».

Trova allora senso la icastica definizione di Salvatore Di Giacomo, il quale, nel descrivere ‘o Funneco verde che si trovava al Porto, lo definì una scarrafunera, ossia una tana di scarafaggi, covo lurido, brulicante di uomini-blatte.

La vita a Napoli tra bassi e grotte

Rispetto a quella dei fondachi, peggiore era probabilmente la situazione dei bassi: qui non si sfuggiva a condizione di oscurità perenne e di contatto diretto con strade in condizioni igieniche disastrose.

Nell’inchiesta Il ventre di Napoli, la giornalista Matilde Serao così descrive la sensazione che si provava di fronte a queste misere abitazioni:

Non vi è compassione e ribrezzo più grande che il cacciar il viso a fondo in questi bassi ove vive e mal vive il popolo, in questi bassi che sono già oscuri, oppressi, angusti nelle vie più grandi e che nei vicoli, in cento vicoli, in mille vicoli diventano delle stamberghe sotterranee, quasi diventano degli antri ove si agitano e brulicano le vite umane, piccole, grandi, decrepite.

Il basso era (e ancora lo è) un terraneo, senza finestra, che prendeva luce e aria soltanto dalla porta; appena arrivava la primavera, chi lo abitava, si trasportava nella via, vivendo e lavorando fuori della soglia.

Una considerazione a parte, nella storia delle residenze del popolo napoletano, meritano le grotte degli “spagari”. Esse erano situate sull’altura del Monte Echia a Pizzofalcone e, oltre che ad abitazione, erano adibite a bottega: vi si lavorava la canapa, da cui erano tratte le stuoie di spago.

I volontari per il colera a Napoli

La tremenda sciagura del colera di Napoli del 1884 mobilitò le energie di medici e volontari che giunsero da ogni parte d’Italia e d’Europa per sostenere la città martoriata dalla malattia.

Il monumento in ricordo del colera, presente nella Villa Comunale di Napoli, recita:

AI FRATELLI GENEROSI / DI OGNI PROVINCIA D’ITALIA / CHE NELLA STRAGE COLERICA DEL 1884 / ACCORSERO EROICAMENTE / IN AIUTO DEI COLPITI / NAPOLI / CONSACRA QUESTO RICORDO / E RACCOMANDA ALLA MEMORIA DEI POSTERI / I NOMI DEI CADUTI NELL’OPERA PIETOSA / SUOR MARIA OSTEVE / SUOR CECILIA LEFOUR / ROCCO LOMBARDO / CONTE ANTONIO BARBARO / OSCAR ETTARI .

Oltre ai reparti dell’esercito, accorsero in città molti degli appartenenti alla Croce Rossa e ad altre associazioni umanitarie, che si prodigarono per soccorrere gli ammalati e agevolare il ricovero degli stessi negli ospedali.

Anche Axel Munthe, celebre medico e scrittore svedese (di lui si ricorda Storia di San Michele, romanzo dedicato alla celebre villa caprese), giunse a Napoli per alleviare le sofferenze dei colerosi, raccontandone le drammatiche vicende nelle Lettere da una città dolente.

Il repubblicano Giovanni Bovio pure si mosse per organizzare l’intervento dei volontari, che furono raccolti sotto il simbolo della Croce Verde. All’appello di Bovio aderirono alcuni parlamentari socialisti, tra cui Andrea Costa.

La politica scopre il colera

«Il colera del 1884 – disse Francesco Saverio Nitti – fu una rivelazione terribile: si vide quanta miseria e quanta degradazione popolare si nascondessero sotto una cornice apparente di prosperità».

E, in effetti, l’epidemia portò Napoli al centro delle cronache nazionali e le istituzioni dello Stato si sentirono in dovere d’intervenire.

Il primo segnale forte di questo interessamento serio delle autorità fu la visita del Re in città; appena informato della gravità della situazione, Umberto I, convocato a Pordenone per l’inaugurazione di un nuovo padiglione di un cotonificio, rigettò l’invito, inviando il seguente telegramma al sindaco friulano: «A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore; io vado a Napoli» (la frase campeggia a ricordo su una stele posta nel 1901 all’Emiciclo di Capodimonte).

Colera
Tondo di Capodimonte – Stele a ricordo del colera.

In questo viaggio, che ebbe inizio il giorno 9 settembre e si protrasse nei successivi giorni 10 e 11, il Sovrano fu accompagnato dal Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Agostino Depretis, dal Ministro degli Affari Esteri Pasquale Stanislao Mancini e dal Sindaco Nicola Amore.

Le cronache di questi avvenimenti sono ricche di momenti di alto valore, come l’incontro del Sovrano con l’eroico Cardinale Guglielmo Sanfelice all’ospedale della Conocchia (presso la salita Scudillo, tra Capodimonte e la Sanità) e l’ispezione nei quartieri più miseri.

La partecipazione del Re alla pubblica sventura fu particolarmente apprezzata e avvicinò il popolo al proprio sovrano, al quale fu attribuito l’appellativo di “Re buono”.

Un “Risanamento” per il colera

L’11 di settembre il «Pungolo» scrisse: «L’On. Presidente del Consiglio, durante la sua visita dei giorni scorsi, aveva già espresso l’avviso che tutta la zona inferiore di Napoli “dovesse essere sventrata”».

La felice frase del Depretis, «Bisogna sventrare Napoli!», divenne immediatamente il motto della grandiosa impresa di riqualificazione della città: il sindaco Nicola Amore lo riecheggiò e tutti, amministratori, studiosi e funzionari, si adoperarono perché esso fosse messo in atto.

Nell’autunno del 1884, mentre ancora imperversava l’epidemia, l’attenzione del Comune si focalizzò sulle già note e improrogabili esigenze: la bonifica del sottosuolo; il completamento dell’acquedotto del Serino; l’abbattimento delle abitazioni insalubri e lo sfollamento dei quartieri bassi; il collegamento del porto con la piazza della ferrovia (Rettifilo).

Il 15 gennaio 1885 fu, quindi, varata la Legge per il Risanamento della città di Napoli, la quale proponeva di sostituire – attraverso lo «sventramento» delle sezioni del Mercato, Porto, Pendino e Vicaria – una nuova edilizia a quella che il colera aveva rivelato in tutta la sua incredibile e spaventosa realtà.

Ma, a una prima fase di concordia amministrativa dettata dall’urgenza e dall’attenzione nazionale, seguirono quattro anni di stallo dei lavori. E alla fine il Risanamento, che doveva essere a profitto degli abitanti delle più fetide abitazioni, attuò la riqualificazione edilizia con caratteri inequivocabilmente speculativi.

 Sin dal 1884 Matilde Serao, con lungimiranza, aveva scritto:

Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare.

Ma questa del Risanamento è un’altra storia.

Carmine Caruso

Bibliografia

  • https://www.epicentro.iss.it/colera/
  • Giancarlo Alisio, Napoli e il risanamento: recupero di una struttura urbana, Napoli, Banco di Napoli, 1980
  • Giuliana D’Ambrosio, Il ventre di Napoli. Aspetti e vicende della città popolare nel XIX secolo, Roma, Newton & Compton, 1996
  • Salvatore Di Giacomo, ‘O Funneco verde, a cura di Nicola De Blasi, Napoli, Dante & Descartes, 2009
  • Renato Fucini, Napoli a occhio nudo, introduzione di Antonio Ghirelli, Torino, Einaudi, 1977
  • Axel Munthe, La città dolente, a cura di Maria Concolato Palermo, Atripalda (AV), Mephite, 2004
  • Giuseppe Russo, Il Risanamento e l’ampliamento della città di Napoli, Società pel Risanamento di Napoli, Napoli, Arte tipografica, 1960
  • Francesco Saverio Nitti, La città di Napoli, Napoli, Lorenzo Alvaro, 1902
  • Eduardo Scarpetta, Il colera a Napoli, 1889
  • Matilde Serao, Il ventre di Napoli, a cura di Patricia Bianchi, Roma, Avagliano, 2002
  • Marino Turchi, Sulla igiene pubblica della città di Napoli, Napoli, 1861
  • Marino Turchi, Notizie e documenti riguardanti le condizioni igieniche della città di Napoli raccolti nelle dodici sezioni, Napoli, 1863
  • Pasquale Villari, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, introduzione di Francesco Barbagallo, Napoli, Guida, 1979
  • Jessie White Mario, La miseria di Napoli, prefazione di Antonio Ghirelli, introduzione e note di Gianni Infusino, Napoli, Quarto Potere, 1978

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