Perché oggi è importante vedere serie come Chernobyl

Chernobyl è stata un vero fenomeno mediatico. Con soli 5 episodi ha conquistato la maggioranza dei telespettatori, con una tensione narrativa e delle interpretazioni sorprendenti. Non minore dibattito ha generato l’accuratezza della serie, ritenuta molto solida sotto molteplici aspetti, anche se pur sempre incline ad una retorica occidentale. Qui, ci interessa analizzare due elementi riconducibili alla produzione HBO (in Italia per Sky): la risposta emotiva al rischio e il discorso sulla verità.

Vivere o rivivere Chernobyl

Prima di piacere o entusiasmare, Chernobyl colpisce. In un panorama dove la violenza e il pericolo (fittizi o meno) sono concetti usurati, il breve excursus nel disastro dell’86 suscita un sano terrore. Nati prima o dopo gli anni ’80, si viene messi davanti ad un fatto: l’essere umano può annientare se stesso. Chernobyl avrebbe potuto essere un disastro ben peggiore, capace di stravolgere l’intera Europa.

Sono ovvietà che conosciamo perfettamente, ma su cui di rado riflettiamo. Questo perché il semplice sapere non basta: è necessaria una risposta emotiva. E Chernobyl fa proprio questo. Dà una dimensione emotivamente comprensibile ad eventi e conseguenze che la mente tende a liquidare. La ripetizione di un disastro simile in Giappone, a Fukushima nel 2011, o del recente incidente a Severodvinsk sono la prova di una preoccupante insensibilità al rischio.

E proprio il rischio è una categoria fondamentale del nostro tempo, come sottolinea il sociologo Ulrich Beck. Si tratta di una spada di Damocle di cui spesso si fatica a comprendere come e quando calerà su di noi. Da ciò, la nostra tendenza a non tenerne conto.

Chernobyl

Sapere che una città o una porzione di terra saranno radioattive per centinaia di anni è una semplice informazione. Così come lo è sapere quanti sono morti, quanti sono stati contaminati. Non ha peso, non impressiona, è solo una notizia fra le tante. Solo l’osservare le storie di chi quella radioattività l’ha sentita bruciare sulla propria pelle può davvero suggestionare. Non a caso, proprio dal raccontare storie nasce il libro di S. Alexievich, Preghiera per Chernobyl, a cui la serie si rifà in parte.

La fiction è meglio della realtà

Produzioni come Chernobyl si fanno necessarie a causa della nostra incapacità di percepire davvero le conseguenze dei nostri strumenti e scoperte più recenti. Dove il documentario si limita alla ricostruzione fattuale, le storie su piccolo o grande schermo danno un volto riconoscibile alle persone coinvolte. La finzione narrativa offre la possibilità di colmare lo iato tra ciò che osserviamo e ciò che sentiamo.

L’importanza di tale risanamento fu professato a lungo dal filosofo novecentesco G. Anders. Nel suo “Dopo Holocaust, 1979”, elogiò una miniserie sull’Olocausto, capace, come Chernobyl, di dare una dimensione emotiva adeguata ad un terribile evento. Le sue parole suonano estremamente pertinenti:

“…solo attraverso la finzione, solo attraverso i casi singoli, l’accaduto e l’innumerabile possono essere resi perspicui e rammemorabili […] Ciò che dobbiamo fare, e ciò che il film ha fatto, è ritrasformare le cifre in esseri umani” (pp. 30 e 34)

Chernobyl

Non solo strumento di intrattenimento, la serie tv può dunque aspirare al ruolo di balsamo per l’insensibilità a problematiche contemporanee. Il disastro di Chernobyl, da oggetto astratto, diventa reale grazie alla messa in scena delle storie di chi l’ha vissuto.

Gettati in medias res nella crisi, ne scopriamo le sue drammatiche diramazioni. Guardiamo con orrore alla sorte degli addetti, dei pompieri, dei cittadini, morti che camminano, ignari di cosa li attenda: uno fra tutti, il caso di Lyudmilla Ignatenko e del marito. La disperazione di una donna che vede il marito semplicemente ustionato si fa simbolo delle numerose vittime inconsapevoli di un male invisibile.

Non meno struggente è la scena in cui Valery Legasov chiede il permesso di mandare tre uomini incontro alla morte, per impedire una catastrofe continentale. In ogni frangente domina il disagio e la paura di fronte all’ignoto, ad un rischio mai affrontato prima.

Manipolazioni della verità

Oltre alla percezione del rischio, in Chernobyl è altrettanto centrale la questione della verità. La storia di un simile disastro illustra che i fatti possono essere piegati a piacimento solo fino ad un punto di rottura che può risultare irreparabile. Si apre dunque una riflessione sul potere politico e sul suo opinabile diritto alla gestione di vite umane.

Nel suo interrogarsi sul costo delle menzogne, la miniserie echeggia il panorama politico-sociale contemporaneo, dove spesso si fatica a distinguere tra verità e post-verità, tra fake news e notizie, tra profili social ufficiali o fittizi. Le invettive di Legasov contro i burocrati, per quanto ingenue, rispecchiano le proteste di un cittadino abbandonato a se stesso, tenuto lontano anche solo dalla possibilità di sapere la realtà dei fatti.

Chernobyl

È stato fatto notare, anche in modo piuttosto pedante, come una storia sul costo delle menzogne si basi su ulteriori manipolazioni della verità. A fronte della cura scenografica, dei costumi e del panorama storico-sociale e politico, emergono alcune scelte di colore occidentale. L’impostazione è decisamente manichea e didascalica. C’è quasi la tentazione a individuare una manciata di colpevoli, che ha impedito ad altri di agire secondo il buon senso. Quasi a dimenticarsi che il disastro di Chernobyl accadde a causa di un sistema radicato di connivenza e indifferenza morale.

Il tentativo di tracciare delle zone grigie spesso non convince e le rivelazioni su Legasov o l’asprezza di Shcherbina non ne mitigano i tratti eroici.  Il personaggio di Ulyana Khomyuk è sì una sintesi che snellisce la sceneggiatura, ma è anche una vera e propria eroina della verità e della libera informazione. Il tutto è riassunto dal processo conclusivo, certo non dai toni sovietici, che lancia chiaro il suo messaggio: “Come esplode un reattore RBMK? Con le menzogne”.

Qual è il messaggio di Chernobyl

L’accusa sarebbe dunque di raccontare un pezzo di storia sovietica con un registro improprio. Sebbene si tratti di critiche fondate e di cui prender atto, forse la loro rilevanza è qui relativa. Se può far sorridere sentir parlare dei russi con accento british, la fedeltà al dato storico è mantenuta, in primis riguardo alla cappa totalitaria sovietica, che si esprime nelle limitazioni della burocrazia, nel “pudore” mediatico, nella diffidenza del KGB.

Ma anche senza considerare ciò, se la veridicità dei personaggi o il corso degli eventi sono a volte “rimaneggiati”, ciò accade in vista dell’obiettivo reale della serie: provocare un’emozione, una reazione ad eventi percepiti come muti e distanti.

Bisogna dunque tenere a mente che Chernobyl, non essendo una docu-serie, modella la sua sceneggiatura di conseguenza. Una ricostruzione del tutto obiettiva non può dunque essere il suo metodo. Affinché la produzione artistica eserciti l’effetto benefico di cui si parlava, deve trovare il modo di raggiungere lo spettatore.

Operazione ardua, che deve farsi largo nell’offerta oceanica dell’industria dell’intrattenimento. Senza che ciò si traduca in un resoconto falsificato, è indispensabile manipolare l’intreccio e i personaggi per far scaturire un impatto adeguato. La realtà, per quanto a volte sorprendente o spaventosa, è raramente spettacolare e impressionante.

Sebbene sia paradossale, dobbiamo dire, seguendo ancora Anders, che:

“…la realtà di allora […] per essere colta, doveva essere innanzi tutto trasformata in fiction” (p. 59)

Sta in questo caso al regista e allo sceneggiatore e a tutta la troupe inscenare un dramma che dia una percezione reale di ciò che è accaduto. Che faccia comprendere l’enormità degli eventi trascorsi. Che colmi la distanza tra sapere e immaginazione.

Giovanni Di Rienzo

Bibliografia

G. Anders, Dopo Holocaust, 1979, trad. S. Fabian, Bollati Boringhieri, Torino [1979] 2014