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Giacomo da Lentini: il primo poeta italiano

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Madonna, dir vo voglio

Oltre un secolo prima di Dante, nel profondo sud, in Sicilia, nasceva la poesia italiana grazie all’opera di Giacomo da Lentini, un poeta di prima importanza nel panorama della nostra letteratura, il principale esponente della Scuola poetica siciliana. Questo è il nome che viene assegnato dagli studiosi al primo movimento poetico in un volgare italiano che si costituì intorno alla corte siciliana dell’imperatore Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi tra gli anni ’20 e ’60 del XIII secolo.

Giacomo da Lentini e i poeti della Scuola siciliana

Scuola Siciliana

I poeti della Scuola erano soprattutto di origine siciliana, ma alcuni di essi provenivano anche da altre zone del meridione o persino dal nord Italia. Essi svolgevano l’attività di burocrati della Magna Curia federiciana (il grande apparato burocratico costituito dall’imperatore), nelle funzioni di giudici, avvocati, cancellieri o notai. Proprio un notaio fu Giacomo da Lentini, anche detto per antonomasia “il Notaro”, colui che più di tutti influenzò la lirica italiana successiva.

Oltre a Giacomo, altre figure importanti furono Pier della Vigna, fedelissimo collaboratore di Federico II, ingiustamente accusato di tradimento; Guido delle Colonne, giudice messinese, profondamente austero e tra i massimi esponenti dello stile elevato; Stefano Protonotaro, anch’egli messinese; Jacopo Mostacci, uno dei più provenzaleggianti poeti siciliani; Rinaldo d’Aquino e Mazzeo di Ricco. Ma autori di liriche in siciliano furono anche lo stesso imperatore Federico II e suo figlio, Re Enzo.

Notizie biografiche su Giacomo


Della biografia di Giacomo da Lentini conosciamo ben poco, come del resto poco sappiamo di tutti gli altri poeti siciliani. Sicuramente, come ci suggerisce il suo nome, era nativo della Sicilia, di Lentini appunto. In effetti in quella zona era presente una nobile famiglia normanna “de Lentino” o “da Lentini”, ma non è certo che Giacomo fosse ad essa imparentato.

Come si è detto, svolse l’attività di notaio al servizio dell’imperatore e fu attivo soprattutto fra gli anni 1233 e 1240: proprio a queste date, infatti, si riferiscono alcuni documenti di suo pugno che ci sono pervenuti.

Giacomo da Lentini

Giacomo da Lentini fu il primo poeta?

La cronologia della Scuola siciliana è difficile da ricostruire: non sappiamo con certezza se Giacomo da Lentini fu effettivamente il primo poeta, colui che diede inizio a tutto, ma in ogni caso egli fu senza dubbio la personalità più influente, come dimostrano i numerosi rimandi intertestuali, le citazioni o le allusioni degli altri rimatori.

Il riconoscimento di Giacomo come caposcuola risale agli stessi Siciliani. Non è un caso che egli sia uno degli interlocutori di entrambe le tenzoni siciliane superstiti (e forse anche di una terza anonima). Proprio con il Notaro, inoltre, si aprono le due più importanti antologie della lirica italiana delle origini: il canzoniere Vaticano Latino 3793 (siglato V) e il canzoniere Laurenziano (siglato L), entrambi copiati in Toscana tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo.

Ciò che ci porta ad assegnare a Giacomo da Lentini il ruolo di iniziatore è anche il fatto che i due canzonieri sopracitati sono stati predisposti in ordine cronologico, riportando dapprima componimenti siciliani, e poi quelli toscani, delineando una tradizione che arriva fino allo Stilnovo e a Dante.

Prima di Giacomo

Prima dei Siciliani e di Giacomo sono attestati soltanto sparsi frammenti poetici in altri dialetti italiani, ma che, allo stato attuale delle conoscenze, non costituiscono indizio di una tradizione letteraria che possa chiarire l’origine e lo sviluppo della Scuola siciliana e della lirica successiva.

Giacomo da Lentini e i trovatori

Un fatto interessante è che entrambi i manoscritti V e L aprono la serie delle liriche con lo stesso componimento: Madonna, dir vo voglio, che già da tempo è stato riconosciuto essere una fedele traduzione (almeno nelle prime due strofe) di una nota canzone di Folchetto di Marsiglia (A vos, midontç, voill retrair’ en cantan), il trovatore forse più citato, da Giacomo in poi, nei poeti italiani del Duecento.

Due testi a confronto

Ecco i due testi a confronto:

A vos, midontç, voill retrair’ en cantan (Folchetto di Marsiglia)

A vos, midontç, voill retrair’ en cantan
cosi·m destreign Amor[s] e men’ a fre
vas l’arguogll gran, e no·m aguda re, †
qe·m mostras on plu merce vos deman;
mas tan mi son li consir e l’afan                   
qe viu qant muer per amar finamen.
Donc mor e viu? non, mas mos cors cocios
mor e reviu de cosir amoros
a vos, dompna, c[e] am tan coralmen;
sufretç ab gioi sa vid’ al mort cuisen,           
per qe mal vi la gran beutat de vos.

 
Parer non pot per dic ni per senblan
lo bens ce vos voigll ab † len carna fe †
mas nie[n]s es so ce vos dic: si·m te
al cor us fioc[s] que no·s † remuda o dan.†
Per cals raisons no·m ausi consuman?
Savi dion e·l autor veramen
qe longincs us, segon dreic et raiso[s],
si convertis e natura, don vos
deves saber car eu n’ai eissamen                
per longinc us en fioc d’amor plaisen
[…]

Madonna, dir vo voglio (Giacomo da Lentini)


Madonna, dir vo voglio
como l’amor m’à priso,
inver’ lo grande orgoglio
che voi, bella, mostrate, e no m’aita.
Oi lasso, lo meo core,                       
che ’n tante pene è miso
che vive quando more
per bene amare, e teneselo a vita!
Dunque mor’e viv’eo?
No, ma lo core meo                          
more più spesso e forte
che no faria di morte  naturale,
per voi, donna, cui ama,
più che se stesso brama,
e voi pur lo sdegnate:                                   
amor, vostra ’mistate vidi male.

Lo meo ’namoramento
non pò parire in detto,
ma sì com’eo lo sento
cor no lo penseria né diria lingua;                 
e zo ch’eo dico è nente
inver’ ch’eo son distretto
tanto coralemente:
foc’aio al cor non credo mai si stingua,
anzi si pur alluma:                                         
perché non mi consuma?
La salamandra audivi
che ’nfra lo foco vivi   stando sana;
eo sì fo per long’uso,
vivo ’n foc’amoroso                                      
e non saccio ch’eo dica:
lo meo lavoro spica    e non ingrana.
[…]

Madonna, dir vo voglio

Qui Giacomo si dimostra non solo un abilissimo traduttore, nel senso più moderno del termine, ma anche un grande poeta, che riesce da un lato a restare fedele al modello provenzale e dall’altro a farlo proprio attraverso una rielaborazione metrico-formale più complessa e raffinatissima.

Una letteratura fondata su una traduzione

Ecco come, dunque, una traduzione siciliana di un testo d’oltralpe pone le basi per una nuova tradizione letteraria. Da questo, come da numerosissimi altri indizi (traduzioni, citazioni, rielaborazioni), si evince come la lirica siciliana si sia ispirata alla poesia dei trovatori provenzali, attivi da circa un secolo prima nelle corti della Francia meridionale; essa non fu altro che una delle numerose forme che la lirica trobadorica assunse quando dalla Provenza passò nel regno di Sicilia.

Come la lirica dei trovatori si apre con Guglielmo IX d’Aquitania, anche la poesia della Scuola siciliana, e quindi tutta la poesia d’arte “italiana”, inizia con un autore di grandissimo pregio e valore. L’unica differenza da mettere in rilievo, rispetto all’esperienza trobadorica, è che molto probabilmente il vero promotore della Scuola fu l’imperatore Federico II che mise in atto una serie di politiche culturali volte a promuovere la poesia e la lingua siciliana come lingua letteraria vera e propria.

L’invenzione del sonetto

Il Notaro ebbe una straordinaria influenza non solo sulla letteratura italiana ma anche su quella mondiale. Infatti egli, con ogni probabilità, fu l’inventore del sonetto, la forma metrica più fortunata di tutta la poesia europea successiva e soprattutto italiana, che a partire dal Rinascimento si diffuse, grazie al fenomeno del “petrarchismo”, anche oltre i confini della nostra penisola.

Sembra che l’origine del sonetto sia legata all’uso isolato di una stanza di canzone che sotto vari aspetti rispecchia sequenze metriche molto usate dal Notaro. Proprio a lui sono attribuiti il maggior numero di sonetti prodotti dalla Scuola (circa venti).

Un sonetto di Giacomo da Lentini

Vediamone uno esemplificativo, precisando che, salvo pochi frammenti arrivati fino a noi nell’originaria veste siciliana, per il resto dobbiamo leggere i testi della Scuola (tra cui questo) nella rielaborazione in lingua toscana trasmessa dai canzonieri miscellanei:

Donna, vostri sembianti mi mostraro
isperanza d’amore e benvolenza,
ed io sovr’ogni gioia lo n’ò caro
lo vostro amore e far vostra piagenza.
Or vi mostrate irata, dunqu’ è raro
senza ch’io pechi darmi penitenza,
e fatt’avete de la penna caro,
come nochier c’à falsa canoscenza.
Disconoscenza ben mi par che sia,
la conoscenza che nonn-à fermezze,
che si rimuta per ogni volere;
dunque non siete voi in vostra balia,
né inn-altrui c’aia ferme prodezze,
e non avrete bon fine al gioire.

Come si vede, lo schema è già quello classico di un componimento di 14 endecasillabi raggruppati internamente in due quartine (fronte) e due terzine (sirma). Le due quartine presentano rime alternate (ABABABAB), tipiche del sonetto siciliano (mentre si prediligerà lo schema incrociato ABBA ABBA negli stilnovisti e in Petrarca), le due terzine, invece, sono legate da una sequenza replicata a tre rime (CDE CDE).

Il sonetto affronta la tematica amorosa, predominante in tutta la poesia siciliana. Rifacendosi a una concezione tipica dell’amor cortese trobadorico, il sentimento amoroso è concepito come servizio e subordinazione dell’amante verso la donna amata. Tuttavia nei Siciliani, l’esperienza erotica è spesso vista come malattia o incomprensibile follia, come un fenomeno “naturale” e non più “sociale”.

Proprio a partire dai poeti federiciani, l’amore costituirà l’argomento prediletto della tradizione lirica italiana successiva fino a Petrarca e oltre. Quest’ultimo ancora ricorderà che le sue radici poetiche affondano in Sicilia, riconoscendo il primato dei poeti dell’isola:

I Ciciliani / che fur già primi
(Triumphus Cupidinis, IV, vv. 35-36).

Dante e i Siciliani

Nell’opinione comune la figura di Dante Alighieri riveste, nell’ambito della letteratura e della lingua italiana, un ruolo fondativo. Tale idea è giusta se si considera l’importanza che l’opera dantesca ha avuto sulla nostra tradizione letteraria, ma è sbagliata da un punto di vista prettamente storico. Prima di Dante, infatti, come abbiamo visto, la letteratura italiana ha conosciuto vette altissime e ha costruito una serie di modelli a cui poi il Poeta fiorentino farà costantemente riferimento.

Dante dice di loro…

Egli riconobbe molto chiaramente i debiti verso la Scuola siciliana, riconoscendo nel Notaro un caposcuola, come si evince dalla famosa terzina del Purgatorio (XXIV, 55-57):

“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’odo!”

Possiamo ancora essere d’accordo con lui quando, in un celebre passo del De vulgari eloquentia, (I, XII, 2), affermava:

quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur
(“Tutto ciò che gli italiani fanno in poesia si può dire siciliano”).

Rosario Carbone

Bibliografia

  • I Poeti della scuola siciliana, edizione critica con commento a cura di Roberto Antonelli-Costanzo Di Girolamo-Rosario Coluccia, 3 voll., Milano, Mondadori, «I Meridiani», 2008.
  • Antonelli, R., L’«invenzione» del sonetto, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, I, Modena, Mucchi, 1989, pp. 35-75.
  • Brugnolo, F., La scuola poetica siciliana, in Storia della letteratura italiana, diretta da Enrico Malato, I, Dalle origini a Dante, Roma, Salerno, 1995, pp. 265-337.
  • Di Girolamo, C., I Siciliani, in Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, a cura di Franco Brioschi-Costanzo Di Girolamo, I, Dalle origini alla fine del Quattrocento, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, pp. 297-310.
  • Folena. G., Cultura e poesia dei siciliani, in Storia della letteratura italiana, diretta da Emilio Cecchi-Natalino Sapegno, I, Le origini e il duecento, Garzanti, 1965, pp. 273-347.
  • Magro F.-Soldani A., Il sonetto italiano. Dalle origini a oggi, Roma, Carocci, 2017.

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