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L’Avvoltoio di Giuseppe Petrarca, la recensione

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L’avvoltoio è il necrofago per eccellenza, un divoratore di carogne che dalla morte trae il suo sostentamento. Quale appellativo migliore per definire un medico che, in spregio a qualsiasi giuramento e a ogni principio di basilare umanità, costruisce una fortuna sull’espianto d’organi?

L’avvoltoio, ultimo romanzo di Giuseppe Petrarca (di cui abbiamo raccontato la presentazione), edito da Homo Scrivens, affronta con coraggio il tema della violenza sull’altro, tanto più grave e dolorosa quando questi non è in condizione di difendersi. Le prede dell’avvoltoio sono infatti gli ultimi tra gli ultimi, bambini immigrati senza un nome e un’identità, facili da far sparire e da nascondere, degradati da esseri umani a pezzi di ricambio per malati facoltosi.

All’avvoltoio e ai suoi simili, individui privi di scrupoli e dotati di solidi agganci nel mondo della politica e in quello della sanità, si contrappone Cosimo Lombardo, integerrimo commissario già protagonista di due medical thriller. La sua spasmodica ricerca della verità, accompagnata da una forte dose di empatia per i meno fortunati, rappresenta il riscatto di un’umanità malata che pare aver smarrito sé stessa.

Le contrapposizioni de L’avvoltoio

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La copertina del romanzo

L’opposizione tra il commissario Lombardo e l’avvoltoio non è l’unica dotata di una certa centralità all’interno dell’opera che si sviluppa attraverso un incalzante susseguirsi di contrapposizioni, la prima delle quali si trova proprio in apertura d’opera.

Petrarca apre infatti la narrazione con due suggestive e disturbanti descrizioni del medesimo evento, un espianto d’organi e gli istanti che lo precedono, visto dagli occhi del paziente, un bambino ormai consapevole dell’imminenza della morte, e dell’avvoltoio che si prepara ad operarlo. A paura, ribellione e infine rassegnazione del primo fa da contraltare l’indifferenza del secondo e della sua tecnica, dotata di bellezza e precisione impareggiabili ma priva d’anima.

Il mare, insignito del duplice ruolo di confine e di ponte, in grado quindi di separare e contemporaneamente avvicinare uomini e civiltà, è un altro forte elemento di contrasto legato a doppio filo con l’immigrazione. Quest’ultima è vista in modo ambivalente, come un fenomeno che non può essere fermato senza causare vittime ma che presenta comunque delle problematiche tutt’altro che secondarie. L’accoglienza infatti, supportata in linea di principio, appare tutta da riformare nella sua attuazione concreta, spesso poco rispettosa della stessa salute dei migranti.

La contrapposizione principale resta però quella tra chi riesce a vedere l’umanità dell’altro e chi pare esserne incapace. Ciononostante nessun personaggio cessa di essere umano, indipendentemente da quanto sia estesa la sua degenerazione morale. In linea con il concetto di banalità del male descritto da Hannah Arendt infatti la crudeltà e l’indifferenza sono viste come un tratto costitutivo dell’essere umano e un esempio della sua mediocrità più che come cifre di una non meglio identificata mostruosità appannaggio di singoli individui.

Una crisi di vocazione laica

Sebbene si ritrovi coinvolto nelle indagini circa una misteriosa epidemia, prima, e un laboratorio clandestino dedito al traffico d’organi, poi, Cosimo Lombardo non è giunto in Sicilia per affrontare nuove sfide ma per prendersi un periodo di riposo dal sua ruolo di tutore della legge.

Lombardo, in seguito agli avvenimenti dei libri precedenti, sta infatti vivendo una sorta di crisi di vocazione laica: nonostante creda ancora nell’importanza della verità e del proprio lavoro egli dubita della sua efficacia in un mondo in cui la corruzione è diffusa in tutti gli strati della società e una potente organizzazione criminale internazionale pare muovere le fila dei più importanti stravolgimenti politici e civili.

A sostenere Lombardo in questo difficile frangente sarà soprattutto l’amore per Carla che, nonostante i problemi dovuti alla distanza, rappresenta per lui un irrinunciabile rifugio. Il loro rapporto non è però perfetto o sempre uguale a sé stesso ma si sviluppa nel corso del romanzo, con Lombardo che prende progressivamente consapevolezza della profondità dei propri sentimenti. Allo stesso modo egli affronterà dunque in maniera costruttiva la propria crisi di vocazione cercando di ritrovare sé stesso nel corso di un travagliato viaggio attraverso gli splendidi luoghi dell’infanzia e quelli, terribili, della prevaricazione e della sofferenza.

Alessandro Ruffo

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