Home Antica Grecia Letteratura greca Le donne in Menandro: “La donna tosata” e “L’arbitrato”

Le donne in Menandro: “La donna tosata” e “L’arbitrato”

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Menandro

La modernità di un autore di teatro di III sec. a.C. sta anche in questo: riuscire a portare sulla scena drammi che affliggono da sempre l’umanità in una società essenzialmente patriarcale, che dunque, a seconda delle epoche, li sottovaluta o meno. È questo che fa Menandro, commediografo ateniese, il quale, pur conoscendo benissimo la condizione della donna nella Grecia del suo tempo, non tralascia l’occasione di trattare il tema anche in un momento di evasione, che il teatro da sempre rappresenta.

La condizione della donna in età antica

C’è da dire che atti di violenza sulle donne, nella Grecia ma anche a Roma, erano assai comuni e assolutamente “normali”: non producevano alcuno scandalo, ma spesso erano giustificati in nome del divertimento maschile, eccitato ancora di più dall’alcool che circolava nelle feste, nella quasi totalità dei casi sfondo degli stessi atti di abuso. I bambini che nascevano da queste violenze erano spesso esposti, anche se la “dignità” e la virtus della donna erano ormai notevolmente compromessi.

Sembra strano che un autore di commedia si faccia carico di tematiche tanto importanti e dirette alla sensibilità più che alla risata; ma Menandro è maestro più di vita quotidiana che di scena, e non disdegna di rendere protagoniste delle sue commedie donne dallo spessore incredibile.

Gli “Epitrepontes” di Menandro

È questo il caso della commedia cardine del nostro autore: gli “Epitrepontes”, o più comunemente “L’arbitrato”. Panfile, poco prima di sposare Carisio, subisce una violenza durante una festa, e resta incinta. Il promesso sposo, sconvolto dalla notizia e profondamente amareggiato dall’idea che l’amata aspetti un figlio da un altro, si ritira presso un’etera, Abrotono, innamorata di lui.

La donna, sperando di trattenere Carisio presso di lei, inventa di essere stata violentata da lui stesso una notte, durante una festa. Solo allora Carisio si pente della brusca reazione avuta con la fidanzata; solo ora che è accusato della stessa malefatta può capire cosa deve aver provato Panfile a subire uno stupro, e quale gesto terribile è quello di cui può macchiarsi un uomo. Il ragazzo così torna da Panfile pentito di averla abbandonata, e i due si ritrovano più affiatati di prima.

Ma la sorpresa finale, nelle commedie di Menandro, non può mancare: era lo stesso Carisio l’uomo che violentò Panfile durante la festa, dunque il bambino è suo! Il pentimento, tuttavia, è già avvenuto, Carisio ha già riflettuto sul suo atteggiamento e, con o senza colpo di scena, il nodo era stato già sciolto.

La “Perikeiromene”

MenandroAltra commedia in cui una ragazza è protagonista insieme alla sua sofferenza di donna oltraggiata è la “Perikeiromene”, cioè “La donna tosata”. Glicera è stata abbandonata insieme al fratello Moschione in tenera età, ma allora era abbastanza grande da potersi ricordare dell’esistenza di un parente tanto intimo. Così, quando incontra Moschione, non riesce a trattenersi dall’emozione e lo abbraccia, ma i due vengono scoperti da Polemone, soldato presso cui Glicera è concubina.

Polemone (nome parlante, ricorda la bellicosità) allora, credendo di essere stato tradito dalla ragazza, le taglia i capelli per umiliarne la bellezza. La povera Glicera scappa via senza confessare la verità, ma non serve, perché Polemone, ancor prima di sapere che Moschione è solo il fratello della donna, inizia a riflettere sull’accaduto e si pente amaramente.

Si reca così da Glicera e le chiede perdono. Anche qui c’è però un lieto fine soprendente: Glicera scopre di essere donna libera e i due, ora consapevoli dei loro difetti e pronti a smussarli per l’altro, convolano a nozze. La lezione è tuttavia la stessa: anche senza l’intervento finale di Tyche, i due si sarebbero comunque riappacificati grazie al pentimento e al ravvedimento di Polemone.

È allora chiaro come Menandro sia davvero un grande conoscitore dell’uomo; egli è così sensibile ad ogni forma di sofferenza da mettere in scena, in un mondo assolutamente maschilista, i drammi di donne, che solitamente nelle commedie e tragedie erano addirittura personaggi “muti”, perché parlare non conveniva al loro status. Il nostro autore, invece, non solo le fa recitare, ma pone di fronte a uomini e mariti un problema allora assolutamente sottovalutato e ritenuto “normalità” ma che, con la giusta dose di philantropia, risulta drammatico anche ad un miles gloriosus e fanfarone come Polemone.

Alessia Amante

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