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Patricia Churchland tra filosofia e neuroscienze

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In un’epoca in cui l’ascesa delle neuroscienze invade ogni campo del sapere, è interessante inquadrare il punto di vista di Patricia Churchland, studiosa di fama internazionale che da sempre si occupa della relazione che intercorre tra filosofia e neuroscienze.

L’invasione di campo delle neuroscienze

neuroscienzeLa posizione di Patricia Churchland non lascia spazio a fraintendimenti e in uno dei suoi testi più noti, L’io come cervello, ci mette in guardia dalla propensione delle testate giornalistiche a contraffare gli esiti delle nuove scoperte scientifiche al fine di ricevere maggiori visualizzazioni. Ciò non le impedisce di parlare del cervello in questi termini:

Io e il mio cervello siamo inseparabili. Io sono quella che sono perché il mio cervello è quello che è.[…] Ultimamente penso al mio cervello in termini più confidenziali, come a me.

Le neuroscienze hanno dato adito a numerose teorie e quella sostenuta da Churchland rientra sicuramente nella presa di posizione riduzionista, giacché attesta l’identità tra l’io e il cervello. La tesi in questione più di altre solleva problemi di varia natura, che interessano tanto l’etica quanto la psicologia e la biologia. In effetti le neuroscienze sembrano avanzare la pretesa di rispondere ai grandi interrogativi dell’esistenza. Molte delle azioni che svolgiamo quotidianamente, dalla capacità di provare sentimenti ed emozioni alla decisione di muovere o meno gli arti, derivano dal modo in cui i neuroni entrano in connessione tra loro. È inevitabile allora riscontrare un’incursione delle neuroscienze anche nel campo della riflessione filosofica.

Mappatura del cervello e questioni filosofiche

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Buona parte del lavoro viene svolta dai circuiti cerebrali strutturati, che vanno immaginati come delle mappe geografiche in grado di raffigurare il mondo esterno e gli eventi che in esso si verificano. Nella costante ridefinizione della mappatura gioca un ruolo fondamentale il modo in cui si è evoluto il sistema cerebrale e quello corporeo della specie presa in esame. Il cervello mappa il suo mondo in base al contesto, la trasmissione genetica, le conoscenze acquisite e l’abitudine. Studi di neuroscienze ci informano anche su altre potenzialità del cervello che spesso diamo per scontate, come quella di rappresentarsi la parte interna del corpo. Ignoriamo infatti che l’abilità di riconoscere un dolore avvertito alla gamba destra o la cognizione dello spazio in cui è localizzata la nostra bocca, quando ad esempio avviciniamo ad essa il bicchiere, dipendono dal corretto funzionamento della corteccia parietale dell’emisfero destro.

Memorabili sono a tal proposito i casi clinici descritti da Oliver Sacks, neurologo britannico che è riuscito a dare alle neuroscienze una forte visibilità. Gli studi sui pazienti proposti da Sacks  sono scientificamente validi e riguardano il più delle volte la corrispondenza tra un comportamento inusuale e un danno neurologico. È il caso della sindrome di Tourette, una disfunzione neurologica che si manifesta attraverso tic e movimenti incontrollati e influisce persino sulla personalità del soggetto. Se le neuroscienze hanno dimostrato che i tratti caratteristici di ognuno dipendono dalle connessioni neurologiche, c’è da chiedersi cosa ne sia del libero arbitrio, dell’anima e, infine, se sia ancora corretto parlare di coscienza.

La prudenza come via di mezzo

Per Churchland le cose non si escludono del tutto a vicenda. Gli studi di neuroscienze condotti sul moscerino dimostrano che la presenza di alta serotonina è indice di maggiore aggressività, tuttavia non è possibile ascrivere a questo gene, anche detto gene dell’aggressività, l’inclinazione dell’uomo a fare la guerra. La serotonina non ha in sé alcun potere e su di essa influiscono molteplici agenti esterni. Possiamo allora attribuire al cervello il monopolio delle nostre attività e contemporaneamente non incolpare i geni delle atrocità compiute dall’uomo. Inoltre, non credere nell’esistenza di Dio non implica necessariamente il diniego della morale, così come considerare il comportamento come l’effetto di stati mentali non ci priva delle nostre responsabilità. Le recenti scoperte delle neuroscienze vanno comunque tenute in considerazione, giacché una maggiore cognizione di queste può essere un input per rimodellare i circuiti neuronali e, dunque, tanto l’io quanto il mondo circostante.

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Una molecola di serotonina

La singolarità che contraddistingue ogni essere umano può anche dipendere dalla sua attività cerebrale, ma questo non lo rende meno unico. Nella sfera morale ciò significa che i giudizi emessi su determinate azioni vanno diversificati in base alle condizioni in cui si esse si realizzano: un uomo che appicca un incendio spinto dalla demenza andrà giudicato differentemente da chi compie lo stesso gesto con l’intento di colpire qualcuno. Al riguardo le neuroscienze sono lontane dal decretare l’ultima parola. Anche laddove si adduca come motivazione una variazione neurologica, le attuali terapie non hanno ancora raggiunto i risultati sperati e nulla esclude la possibilità di un atteggiamento recidivo dopo la cura. Dunque è importante non demonizzare i progressi compiuti dalle neuroscienze, ma lo è altrettanto trattare le tematiche ad esse inerenti con la dovuta cautela, analizzando con prudenza tutte le variabili dei singoli casi.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Patricia Churchland, L’io come cervello, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, Milano 2008.

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