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Il Rap e la depressione: l’interazione nascosta

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Il rap e i suoi generi correlati (RnB, trap, neo-soul per citarne alcuni) sono diventati i più popolari negli USA¹, superando un dominio pluridecennale del rock. Il consumo è del 25,1%, contro il 23%. Anche se le vendite di quest’ultimo sono ancora superiori, nella top 10 americana almeno 7 canzoni di 10 sono rap o simili.

Nella sua storia questo genere non si è mai intimorito davanti tematiche pesanti. Trova le sue origini nell’hip hop, nato negli anni ’70, come movimento culturale legato a feste di piazza. La musica era da ballo e quindi d’aggregazione, che è una dimensione che il rap non perderà mai in tutta la sua evoluzione. Negli anni ’80 si è iniziato a trasformare cominciando ad assumere forme a noi più familiari ed è negli anni ’90, con l’avvento del gangsta rap, che troviamo la denuncia sociale che lo ha reso popolare.

Oggi il rap si è assunto anche un nuovo onere: affrontare la salute mentale. La depressione, nello specifico, è una malattia mentale comune; globalmente sono registrati più di 300 milioni di casi ed è la principale causa di disabilità nel mondo; il suicidio è la seconda causa di morte dei ragazzi tra i 18 e i 25 anni² (qui un nostro articolo sull’argomento). Il tema della salute mentale è presente nel mondo dell’arte sin dalla prima metà del settecento, pensiamo a I dolori del giovane Werther (1774) di Goethe e assumerà varie forme nel corso della sua storia. Con l’avvento della tecnologia, problematiche relative alla depressione e ai suoi sintomi si sono amplificate.

Nel mondo del rap (e non solo – ricordiamo la dichiarazione del Presidente Trump) l’ignoranza sull’argomento ha portato ad una visione della salute mentale distorta, trasformandola in tabù, stigmatizzando le malattie mentali come segno di debolezza, tutto questo in un contesto dove apparire più forti degli altri è un elemento chiave. Ovviamente i motivi per cui le malattie mentali non vengono affrontate sono anche altri: Styles P racconta in un’intervista il suicidio della figlia e dice:”E’ difficile [parlare di questi argomenti] per un afroamericano, perché siamo cresciuti in case dove non diamo molta attenzione a problemi famigliari. Siamo così concentrati sulla sopravvivenza che la famiglia va in secondo luogo e i soldi diventano la cosa più importante“.

Bisogna anche tenere costantemente presente che il periodo storico è molto diverso dal nostro, nonostante la leggera differenza temporale e la sensibilizzazione sull’argomento era poca e in generale l’argomento veniva evitato. Al giorno d’oggi invece almeno il 48% degli americani ha ricevuto aiuto psicologico.

Le responsabilità del rap

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Kid Cudi

L’hip hop dunque, in qualità di genere più diffuso negli Stati Uniti e forse nel mondo, si è trovato davanti un problema diffuso e complesso e si è dovuto assumere la responsabilità di spiegarlo, dando un’ulteriore dimostrazione di come l’arte sia il riflesso della contemporaneità nella quale si sviluppa. Già sappiamo come la fama possa logorare la psiche umana: tanti sono gli studi sull’interazione tra questa e la depressione. Tristi esempi sono i suicidi di Robin Williams e Chester Bennington. 

Tra i vari rapper Kid Cudi è considerato uno dei primi ad aver parlato apertamente della malattia mentale e delle sue tendenze suicide: molti rapper lo considerano un eroe, adducendogli il merito di aver salvato le loro vite, di averli aiutati con la loro solitudine e di averli ispirati a fare lo stesso con la loro musica. Molto famoso è il suo post su Facebook dove parla apertamente dei suoi problemi con la depressione.

Anche Eminem ha tentato il suicidio, con un overdosaggio di Tylenol e Lil Wayne rivela il suo tentativo fallito nel featuring con Solange, Mad, ponendo l’accento sulla solitudine:”E’ dura quando hai solo fan intorno e nessun amico intorno”.

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Lil Uzi Vert

Lil Uzi Vert ha confessato di aver pensato al suicidio nel suo pezzo XO Tour Llif3:”Lei ha detto che sono pazzo / ora mi faccio saltare il cervello / Xanny aiutami col dolore / Per favore Xanny fallo andare via“, dove Xanny è un chiaro riferimento allo Xanax, un potente ansiolitico. Anche in questo pezzo ritorna il tema della solitudine.

J Cole, nella canzone che apre l’album 4 Your Eyez Only, For Whom The Bells Tolls, parla della depressione, della solitudine e di visioni di morte, in pochi ma concisi versi:“Non ho nessuno / Sono solo […]  Sono stanco di sentirmi giù, anche quando sono fatto / Non è modo di vivere, voglio morire? / Non lo so”. 

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Kanye West

Logic ha sofferto per anni di attacchi di panico e ne parla nel suo pezzo Anziety, raccontando l’esperienza del suo primo attacco di panico e dell’ansia che lo affligge, invogliando chi lo ascolta a parlare dei propri problemi e a prendersi cura di se stessi.

Anche Kanye West, un personaggio egocentrico che si fonda sull’apparire più forte, ha affrontato la malattia mentale: è stato ricoverato nel reparto psichiatrico dell’UCLA per motivi legati allo stress. Il ricovero è avvenuto in seguito a due date che hanno fatto discutere molto: a San Josè ha dichiarato le sue simpatie per Donald Trump e a Sacramento ha iniziato ad attaccare BeyoncéJay Z, interrompendo l’esibizione.

Nello specifico: XXXTENTACION e Kedrick Lamar

Uno degli artisti che affronta nello specifico la depressione è XXXTENTACION. Nel suo primo album 17 parla della sua salute mentale e delle sue cause: il suicidio di una sua amica ed ex amante Jocelyn Flores e il tradimento della sua ex-fidanzata Ayala negli omonimi brani.

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17

L’album è un ascolto veloce, venti minuti molto intensi; il rapper parla con uno stile brutalmente chiaro, testi corti, versi e strofe che si ripetono, enfatizzando l’ossessività dei suoi pensieri e lanciando l’ascoltatore in una dimensione che mira a  rappresentare la sua condizione psicologica, come spiega in The explanation:

” 17 / La mia collezione di incubi, pensieri e esperienze […] Ascoltando quest’album, stai letteralmente, e non posso precisarlo abbastanza, letteralmente entrando nella mia mente […] Qui ci stanno il mio dolore e i miei pensieri messi in parole / Ci ho messo tutto me stesso, nella speranza che ti aiuterà a curare o anestetizzare la tua depressione”.

Quello che tra tutti ha affrontato più a fondo l’argomento è senza dubbio Kendrick Lamar. La sua è un’opera densa, dove sin dal primo album si presentano una profondità e una sensibilità fuori dal comune. Troviamo tematiche come l’ineguaglianza sociale, il razzismo, il ghetto, ma anche il rapporto tra se e gli altri, con la fama e l’integrità morale e religiosa. Non manca mai in nessun album una componente introspettiva che lo porta ad analizzare se stesso.

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To Pimp A Butterfly

Nell’album To Pimp A Butterfly affronta i suoi demoni interiori, rappresentati Lucy (Lucifero) e parla di come ha affrontato la sindrome del sopravvissuto, il senso di colpa che si può provare dopo essere sopravvissuti a un evento traumatico. Tra i brani più significativi dell’album troviamo u (incorporato in God Is Gangsta, ed è il fratello oscuro di i). Qui Kendrick parla a se stesso e affronta la sua depressione: “Amarti è difficile” viene ripetuto ossessivamente, fino ad affermare “Te lo dico, sei un fottuto fallito – non sei un leader! / non mi sei mai piaciuto, ti disprezzerò per sempre – non ho bisogno di te!“.

Nell’opera di Lamar depressione e questione razziale si fondono: in un’intervista elenca tra le varie cause della sua depressione il contesto in cui è cresciuto (Compton, periferia di Los Angeles, una delle realtà più complesse degli USA):”[Le cause sono] cose che succedono nella mia città o nella mia famiglia, per le quali io non posso fare niente, che sono fuori dal mio controllo […] e questo può tracciare una linea sottile tra l’avere la tua sanità mentale e perderla“. Anche il suo ultimo album DAMN. affronta nel dettaglio la sanità mentale, tra il soffocamento della paura nella vita di ogni giorno (FEAR.) alla solitudine e i suoi risvolti emotivi (FEEL.). 

Il rap e la salute mentale nel passato

Non bisogna pensare che questo sia esclusivamente un fenomeno contemporaneo. Assistiamo indubbiamente ad un momento di apertura, che però trova sempre le sue radici nel passato. Già è capitato che, seppur controcorrente, alcuni artisti abbiano trattato l’argomento, spesso parlando di sintomi al posto della malattia, operando inconsciamente una sineddoche.

Una delle leggende del rap, The Notorious B.I.G., in Suicidal Thoughts affronta e esamina le sue tendenze suicide, che originano da un senso di colpa per i crimini commessi e da un sentimento di disaffezione che sente provenire dalla madre.  Menziona apertamente il suicidio più volte nel testo, oltre che nel titolo e precisa come il suo dolore sia personale e incomprensibile:”Lo stress si accumula / non posso credere che / penso al suicidio / voglio andarmene / ma no, non lo capiresti“.

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Wu-Tang Clan

E The Notorious non è l’unico: anche il Wu-Tang Clan ne ha dato il suo contributo. In C.R.E.A.M. (Cash Rules Everything Around Me) le strofe autobiografiche di Raekwon Inspectah Deck si mischiano con la denuncia di una società dominata del denaro, dove l’essere umano perde ogni dignità. Ed è nella strofa di Inspectah che troviamo un riferimento alla depressione, dalla quale cerca rifugio nelle droghe leggere:”Anche se non so perché ho deciso di fumare erba / penso che è perché così non sono depresso / ma sono ancora depresso e mi chiedo: ne vale la pena?”

2Pac, una delle voci più importanti del gangsta rap, in Thugz Mansion accosta i sue problemi alla religione e parla del suicidio e della solitudine:”Così tanta pressione nella mia vita / alle volte piango, una volta ho contemplato il suicidio / e avrei provato, ma quando ho impugnato quel [calibro] 9 / potevo vedere solo gli occhi di mia mamma / Nessuno conosce la mia lotta, vedono solo i miei problemi / Non sapendo che è difficile tirare avanti quando nessuno ti ama“.

 

¹ dati Nielsen, 2016

² dati World Health Organization, 2004

 

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