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Ghost in the Shell, il film (2017): la figura del cyborg

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Programmata e in cantiere già da quasi sette anni, Ghost in the Shell, pellicola made in USA tratta dal manga di Shirow Masamune, vede finalmente la luce delle sale cinematografiche nel marzo 2017 ad opera di Rupert Sanders, già regista del mediocre Biancaneve e il Cacciatore. Sarà riuscito Sanders nell’ardua impresa di non deludere i fan e i puristi del manga originale e dell’anime del 1995 diretto (in maniera a dir poco magistrale) da Mamoru Oshii? Scopriamolo insieme.

Nonostante il manga seinen (indirizzato cioè principalmente ad un pubblico maschile più maturo, che va dalla maggiore età in su) che ha dato il via all’intero franchise sia stato pubblicato in Giappone per la prima volta nel 1989, il tema dell’uomo-macchina e le implicazioni politiche e socioculturali che esso comporta è come non mai attuale e riguarda ormai anche molti aspetti della nostra vita quotidiana (più di quanto si potrebbe pensare), nonché ambiti come ad esempio quello filosofico-letterario (i riferimenti a Philip K. Dick e a William Gibson si sprecano) e quello medico, in quanto nella medicina moderna si stanno sempre più sperimentando protesi ed arti meccanici artificiali in sostituzione di quelli mancanti per persone che, nella maggior parte dei casi, hanno dovuto subire amputazioni d’urgenza.

Ghost in the Shell e il cyberpunk

La figura del cyborg è l’elemento centrale di Ghost in the Shell, e nel film di Sanders ciò si può evincere già dalla (meravigliosa) sequenza dei titoli di testa, oltre che dalle atmosfere cyberpunk che richiamano soprattutto quelle di dickiana e “bladerunneriana” (passatemi il termine) memoria, che permeano tutta l’opera e che si respirano grazie  a Sanders che riesce a valorizzare delle scenografie sapientemente costruite (il set della città futuristica in cui è ambientato il film è stato completamente ricostruito in Nuova Zelanda, patria di film come le trilogie de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit di Peter Jackson) con le sue carrellate con panoramiche che terminano in dettagli soffermandosi al punto giusto su di un oggetto ben preciso e una fotografia pulita che punta maggiormente su toni chiari e freddi. Forse un piccolo punto a sfavore potrebbe essere una CGI un po’ troppo abusata.

Il film vede come protagonista il maggiore Mira Killian (un cambio di nome giustificato dalla sceneggiatura di Jamie Moss e William Wheeler, ma è meglio non dire altro per non rovinare la visione ai neofiti), cyborg dal cervello umano (il “ghost“) ma con il resto del corpo (“shell”, appunto) completamente sintetico e ricostruito artificialmente, capo della Sezione 9 di antiterrorismo cibernetico, interpretata da una Scarlett Johansson in splendida forma, alle prese con un caso di attacco ai danni di un dirigente della società Hanka Robotics, che gestisce la Sezione 9. Mira dovrà trovare il colpevole al fianco del suo fedele collega e amico Batou, interpretato bene da un non proprio conosciutissimo Pilou Asbæk.

C’è da dire, però, e qui arrivano le note dolenti, che il Ghost in the Shell di Sanders pecca un po’ di originalità, dato che si è deciso (forse saggiamente per non rischiare) di riprendere pedissequamente alcune sequenze dall’anime di Oshii, ma d’altro canto, forse per adattare il tutto ad un pubblico più ampio e non per forza in mala fede, di indebolirne il senso del messaggio da trasmettere, considerato il fatto che l’anime del 1995 voleva essere un inno al senso di comunità e di condivisione dei più forti sentimenti ed emozioni umane.

Tirando un po’ le somme, quindi, si può affermare che il film di Sanders è da considerarsi una scommessa vinta a metà, con un film gradevole e ben riuscito, ma che se confrontato con la sua controparte anime originale (senza considerare la fonte primaria, cioè il manga) ne esce indubbiamente con le ossa rotte.

Antonio Destino

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Antonio Destino

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