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Simone de Beauvoir e il lavoro dell’ignoto ne “I Mandarini”

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simone de beauvoir

Simone de Beauvoir: l’ignoto del dopoguerra

Simone de Beauvoir, attraverso il romanzo “I Mandarini”, descrive il doppio movimento di ogni guerra: ora una forza distruttrice, ora una creativa. Affrancarsi da un conflitto è il rimettersi da una malattia, abbandonare finalmente la convalescenza e l’ombra della distruzione per rinascere a nuova vita. Così quell’interregno positivo che avrebbe dovuto rappresentare la conclusione del secondo dei conflitti mondiali, luogo dove alla memoria si sostituisce l’ignoto. V’è forse qualcosa di più avvincente dell’ignoto?

È su tale pietra che Simone de Beauvoir posa la propria architettura narrativa, dimostrando una tesi piuttosto lineare: l’ignoto è tanto più seducente quanto fragile.

J’accuse!

simone de beauvoir zola
Lo scrittore naturalista Émile Zola.

La penna diviene spada; l’autore invece di velarsi si denuda in un’idea da difendere, peggio, diviene di quell’idea lo stendardo dietro cui lanciare le proprie invettive.

L’atto di fondazione dell’intellettuale engagé, politicamente impegnato, si ritrova nel celebre J’accuse, per mezzo di cui lo scrittore Émile Zola, un mattino del 1898 sulle colonne dell’Auroresottopone a pubblico biasimo i dreyfusardi, ovvero gli accusatori del capitano ebreo Alfred Dreyfus – tra cui figurava un poeta quale Paul Valéry – falsamente imputato di alto tradimento verso la nazione francese.

Così, la penna mutava dallo strumento di cui l’artista si serve perché il racconto abbia vita, all’arma bianca eppure pregna d’inchiostro, estensione di un indice accusatorio. «Io spingerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio», canta il Cyrano di Francesco Guccini, straordinario nella descrizione d’un uomo cui non restano che un naso e il pennino d’una piuma.  La letteratura non ha volto, bisogna fabbricarglielo, ma l’autore che traduce in parole la propria voce? Chiaro che la narrativa ritrovi nell’immediatezza dell’apostrofe giornalistica principale forma d’espressione.

Esistenzialismo: manuale per l’uso pratico

Non molto complesso ritrovare le ragioni per cui la filosofia esistenzialista abbia deciso di occuparsi degli uomini pure in un’osservazione pratica. Un piccolo compendio, che il lettore edotto potrà senza problemi tralasciare, al pari di quei capitoli dei Promessi Sposi che persino Manzoni considera didascalici. Prima d’ogni teoria v’è l’osservazione diretta della contingenza, la sua astrazione nel carattere singolare in forma di puro ente. Lo sguardo che Jean-Paul Sartre ne La Nausea concede al protagonista è quello di una monade a dispetto del mondo, luogo della simbiosi reticolare tra gli enti, per riscoprire di quel mondo il carattere di dolorosa mollezza come d’un bulbo privato del viso.

Naturale che il metodo sia quello fenomenologico mutuato da Edmund Husserl per cui, nel ricercare l’origine degli enti, si necessitava dell’indagine circa la loro essenza. È insomma una perifrasi per l’efficace motteggio «alle cose stesse!». Eppure nell’universo esistenzialista, osservato nel proprio carattere più intimo e in quello della più completa assurdità, come meravigliosamente descrivono i testi di Simone de Beauvoir e di Albert Camus, non certo concede il beneficio del nichilismo passivo, dell’accidia. L’esistenzialismo è, anzi, un umanismo, sostiene Sartre in una celebre conferenza del 1945. Proprio perché l’esistenza precede l’essenza bisogna agire eticamente. Ognuno, nella propria situazione di volta in volta differente, nasconde in sé lo spettro dell’alterità universale: in uno, la salvezza dell’umanità.

Impegni e interrogativi ne I Mandarini

I Mandarini Simone de BeauvoirPure, l’ignoto è una promessa di silenzio. Si apre così, difatti, “I Mandarini”, romanzo vincitore del premio Goncourt nel 1954 che la scrittrice dedica al tentativo di ricostruzione della società umana rimescolando le macerie. Eccoli lì, i Mandarini, gli intellettuali francesi che durante la guerra avevano trasfigurato l’umanismo teorico in prassi politica, meglio, militare; fuori, l’annientamento del rumore, quasi che il silenzio debba durare per l’eternità. La realtà preme invece per la voce.

Che farsene, allora, del dopoguerra? Come agire? Soprattutto: quale ideologia politica sposare? Quale tra quelle esistenti può operare un’effettiva salvaguardia dell’umanità? Bisogna stimare il valore d’un crimine: l’assassinio dei collaborazionisti ormai liberi è certo un illecito, ma sarà pure a-razionale? Naturale che nulla possa la Ragion di Stato contro chi assume l’identità tra essenza ed esistenza, tra decisione e situazione.

Sembrava così facile poter gioire: in guerra, la risposta a ogni interrogativo non era che la pace. E adesso? Il conflitto non abbandona il petto dei soggetti, quasi desiderasse sopravvivere in misura regionale, una volta annientato in quella universale.

Il gioco del rimando, a cura di Simone de Beauvoir

Chi s’interessi di quegli anni così terribili non può esimersi dal gioco dei rimandi tra le figure tratteggiate da de Beauvoir e i modelli di coloro che infiammavano le piazza, le università, gli editoriali della rivista Combact. Robert Dubreuilh, l’anziano stacanovista della scrittura è certo Jean-Paul Sartre; Henri Perron, a un tempo traditore ed eroe subisce la medesima sorte di Albert Camus; Anne Dubreuilh, psicanalista che ricerca in un amore americano un contro-spazio all’inquietudine del territorio francese, è invero la stessa Simone de Beauvoir, la quale aveva trovato nello scrittore comunista Nelson Algren, cui d’altronde il romanzo è dedicato, il secondo dei propri amori necessari[1]. E pure dove le figure non hanno rimandi precisi, perfettamente restituiscono in forma romanzesca le voci che la stessa autrice trascrive nei memoriali: Paul Nizan, Merleau-Ponty, Arthur Koestler.

Uso pubblico e uso privato della ragione

Chiaro che la vita privata si disperda dentro l’azione pubblica. Non ci si può esimere da una citazione alla differenza compiuta da Immanuel Kant nell’ articolo La risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, tra uso pubblico e uso privato della ragione. Privato è l’uso che un funzionario realizza domesticamente della propria ragione[2]; pubblico è invece l’utilizzo della ragione che un privato, inteso come studioso e filosofo, attua pubblicamente attraverso i propri scritti[3].

Tale, dunque, il fardello cui i Mandarini, come tutti gli scrittori, sono assoggettati: un’intimità mondana.

Note
[1] Il primo era naturalmente Jean-Paul Sartre.
[2] <<L’uso che un insegnante ufficiale fa della propria ragione davanti alla sua comunità religiosa è dunque un uso privato>>.
[3] <<Invece come studioso […] parla con gli scritti al pubblico propriamente detto, cioè al mondo, […] nell’uso pubblico della propria ragione>>.

Bibliografia
S. de Beauvoir, I Mandarini, trad. it. B. Fonzi, Einaudi.
J-P. Sartre, La Nausea, trad. it. B. Fonzi, Einaudi.
Per un’esplicazione divulgativa dell’universo esistenzialista si può consultare S. Bakewell, Al caffè degli esistenzialisti, trad. it. M. Zurlo, Fazi editore.
I. Kant, La risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, a c. di N. Merker, Editori Riuniti.

 

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