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Utopia della realtà: un paradigma di Thomas More

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utopia

Utopia, cos’è se non una civiltà, certo immaginifica e ideale, costruita per mezzo di istanze concrete? Interessante come una dissertazione che abbia a tema l’utopia non possa esimersi dal dialogare con un attore che pare in essa tanto manifesto quando latente. La prossimità non permette che uno sguardo cieco: lo spazio, insomma, inteso come il confinamento d’un luogo che sia reclude sia conforma. Non esisterebbe utopia se non si potesse osservarla per mezzo delle mura di una topia delimitata.

Il confine dell’utopia

utopiaÈ soltanto attraverso una chiaro delineamento della nozione di civiltà reali che si possono comprendere quelle filosofiche, dunque irreali, cui il sedicesimo secolo ha dato luogo attraverso “Utopia” di Thomas More oppure “La città del Sole” di Tommaso Campanella. Proprio sul terreno della realtà è eretta, con le istanze del pensiero in luogo dei mattoni, la riflessione sulla civiltà utopica e sulla totale contingenza con cui essa agisce.

Già i proto-filosofi, Anassimandro tra i primi, avevano osservato in un elemento ben lontano dalla finitezza cui l’universo degli uomini è relegato, vale a dire l’apeiron – ciò che risulta privo del confinamento e dunque, in traduzione, l’in-definito – il più autentico principio della stessa. È naturalmente Platone, in seguito, a descrivere la realtà contingente, pur quella delle sensazioni umane quali “bellezza” o “giustizia”, alla maniera del riflesso di un modello privo d’imperfezione che abiterebbe il celebre spazio soltanto intellegibile dell’iperuranio e di cui la realtà non avrebbe che una relazione partecipativa, Marginale, il paradigma normativo.

Realizzazione e fantasticheria

utopiaEsattamente il contrario le civiltà utopiche del Cinquecento, le quali descrivono con il linguaggio dell’ideale istanze completamente normative per civiltà già esistenti. Le utopie non si conformano insomma che come sfere dell’ideale a cui aspirare per una realizzazione terrena. L’avveramento possibile della fantasticheria utopica permette, al solito, uno sguardo duplice. V’è sì, infatti, l’ideale da realizzarsi, ma v’è pure il pericolo, comune invero a ogni fantasticheria, di disperdere il lume della ragione – che Spinoza insegna risolversi completamente nella realtà del mondo – in un cammino verso la Chimera della perfezione.

È nel 1516 che l’Inghilterra conosce il dittico di teoria politica che prende nome di “Utopia” a firma di Thomas More, dedicatario del mordace “Elogio della follia” dell’amico fraterno Erasmo da Rotterdam. Suo l’afflato più tagliente dell’opera, relazione romanzesca dell’erudito Raffaele Itlodeo, il quale «per bramosia di andar osservando il mondo si unì ad Amerigo Vespucci».

Felice o inesistente?

Giacché “Utopia” è un termine che More conia ex novo bisogna allora descriverne la duplice etimologia. Utopia è difatti sia il non-luogo mutuato dalla negazione ou e da tòpos; sia il “luogo felice” che traduce eu, suffisso di cui il greco antico si serve per indicare ciò che contiene in sé istanze positive. Tale la ragione per cui “l’eccellentissimo Raffele Itlodeo” – il cui nome ha per significato “distributore di ciarle” – può osservare la forma di governo del sovrano Utopo e come la non (ancora) esistente e come la migliore.

Le istanze d’una società ideale

Quali, allora, le istanze di una società ideale? More osserva con ammirazione la precisa sistematizzazione della parti sociali operata da Platone nel “Repubblica”; critico lo sguardo che dedica all’Inghilterra del secolo. Quella società razionale e ben strutturata che è l’isola di Utopia non può che condannare le enclosures, vale a dire le recinzioni per cui

i nobili, i gentiluomini e persino certe sante persone come gli abati, non paghi delle rendite […] e non soddisfatti di vivere lautamente senza far nulla, disutili alla comunità, quando non sono addirittura nocivi, non lasciano palmo di terra alle colture, cingono di steccati tutti i campi per destinarli al pascolo, abbattono le case, demoliscono i villaggi, lasciano in piedi solo la chiesa per usarla come ovile.

Su tutte, dimora sull’isola una libertà di culto che rimandi a un’universale tolleranza religiosa; realizzata tuttavia non certo per mezzo del culto dell’arbitrio individuale con cui sembrano agire le società contemporanee, bensì con opera di convincimento dell’ateismo. Nessun conflitto tra fedi, dunque, sarà la miglior religione – il cristianesimo, naturalmente – a prevalere sulle altre senza contributi esterni.  Così l’avvento di un umanismo che ritrova in una paritaria distribuzione della ricchezza come nell’annientamento della proprietà privata, la maggiore e più sovversiva delle necessità. L’utopia non è che l’impossibile che diviene inverosimile.

Antonio Iannone

Bibliografia

T. More, Utopia, trad. it. U. Dotti, Feltrinelli.

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