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“Traversando la Maremma Toscana” di Giosuè Carducci

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Giosuè Carducci
Giosuè Carducci
Giosuè Carducci, fotografia del 1871

Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta 1835 – Bologna 1907) pubblica nel 1887 “Rime Nuove” in cui raccoglie le poesie scritte a partire dal 1861. Tra i temi che emergono, un posto rilevante è assunto dal culto del passato e delle memorie storiche, dove il sogno della realizzazione di una società egualitaria e liberale si avverte soprattutto attraverso l’esaltazione dell’età dei comuni, che vengono presi come esempio di sanità morale e di vita civile. Accanto al sogno, sul piano storico, di un popolo libero e primitivo, corrisponde sul piano sentimentale quello di un’infanzia libera e ribelle che si riversa sul paesaggio maremmano, come nel caso del sonetto “Traversando la Maremma toscana”, uno forse tra i più belli e noti di Carducci.

“ Quel tratto della Maremma che va da Cecina a San Vincenzo, è il cerchio della mia fanciullezza… Ivi vissi, o, per meglio dire, errai, dal 1838 all’Aprile del 1849.”
Giosue Carducci, Lettere

Attraverso la Maremma con Giosuè Carducci

Giosuè Carducci, durante un viaggio in treno da Livorno a Roma, rivede la Maremma toscana, la terra dove ha trascorso l’infanzia e la prima giovinezza. Il poeta si riconosce in quel paesaggio aspro e selvaggio, che rispecchia il proprio temperamento orgoglioso e impulsivo. La contemplazione del paesaggio suscita emozioni e ricordi legati al tempo giovanile, ai sogni non realizzati nel presente, mentre il futuro non riserva che incertezza e morte. Tema dominante del sonetto “Traversando la Maremma toscana” è il contrasto tra la giovinezza, fatta di attese e di sogni, e la deludente realtà; Carducci tuttavia non si sofferma in considerazioni tristi e dolorose, ma cerca piuttosto di ritrovare nella contemplazione del paesaggio, con le sue colline immerse nella nebbia, un senso di serenità e di pace.

“Dolce paese, onde portai conforme
l’abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
pur ti riveggo, e il cor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine.”

Giosuè Carducci
Insegna in Bolgheri che ricorda il soggiorno del poeta

Il sonetto, scritto il 10 Aprile del 1885, trae spunto da un viaggio in treno del poeta nei luoghi della sua fanciullezza, la Maremma tra Bolgheri e Castagneto. Dal punto di vista espressivo, Carducci usa un linguaggio ricco di termini ricercati e di tono alto; il periodare è ampio nelle prime due quartine, dove vi è la commozione per il ritorno; diventa spezzato nella prima terzina, per rendere l’idea dell’incalzare affannoso della vita, sottolineata dalla ripetizione della congiunzione “e”, e dal verbo “cadrò” (v.11) come pausa per esprime nel finale il suo sconforto. La congiunzione avversativa “ma” interrompe i ricordi di Carducci, che si abbandona ad un senso di pace ispiratogli dal paesaggio.

La gioia per aver ritrovato un pezzo del suo passato contrasta con l’amarezza per i fallimenti del presente: i propositi giovanili non si sono realizzati e l’unica certezza del futuro è la morte. Questo sentimento viene efficacemente reso nella terza strofa dove anche il ritmo sincopato contribuisce a suggerire l’immagine dell’affanno della ricerca e della delusione per il mancato successo.
Nell’ultima terzina, tornando a contemplare il paesaggio familiare, il turbamento suscitato da questa constatazione scompare ed il poeta ritrova la serenità e la pace.

Per quanto riguarda l’uso delle figure retoriche, Carducci ricorre spesso nel testo alla figura retorica dell’antitesi per esprimere stilisticamente il contrasto tematico tra la dolcezza del ricordo e la delusione e l’amarezza del presente.

Amore per la terra natia

Giosuè carducciIn questo sonetto, che fa parte delle Rime Nuove, Carducci si rivolge in prima persona alla terra della sua infanzia, che rivede dopo tanto tempo. Vi è la rievocazione del profondo legame che unisce il poeta alle sue radici, rappresentate dai luoghi che lo hanno visto crescere. Nel paesaggio aspro della Maremma il poeta vede riflesso il proprio carattere fiero e ribelle, ma anche i sogni giovanili che non ha potuto realizzare. Il tema centrale del sonetto è l’amore per la terra natia, la Maremma, rievocata attraverso il ricordo, che è anche ricordo della propria giovinezza, con tutti i sogni, le speranze e le illusioni legate a quel periodo. La poesia di Giosuè Carducci è spesso poesia della memoria, quindi di nostalgia, rimpianti e contrastanti sentimenti interiori. Il poeta si rivolge al suo dolce paese, facendone una breve descrizione, ma solo per parlare dei propri sentimenti e per fare un bilancio della propria vita. Il ricordo degli anni giovanili pieni di sogni e di ideali è offuscato dall’amarezza perché non si sono realizzati ma la contemplazione delle colline sfumanti nella nebbia e della verde pianura gli fa dimenticare le delusioni del presente.

 

Maurizio Marchese

 

Fonti:

G. Carducci, Rime Nuove, A cura di Pietro Paolo Trompeo, Giambattista Salinari, Zanichelli, Bologna, 1961

G. Carducci, Poesie, Garzanti, Milano, 1978

http://www.parchiletterari.com/parchi/carducci/articolo.php?ID=0185

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