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La “fine del mondo” di Jakob van Hoddis

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Jakob van Hoddis
Jakob van Hoddis
Jakob van Hoddis

Jakob van Hoddis l’11 gennaio 1911, data certamente simbolica, pubblica la sua poesia Weltende (Fine del mondo) sul giornale berlinese Der Demokrat. Nel 1911, anno di diffusione del termine “Espressionismo” sulla rivista Der Sturm, il poco più che ventenne van Hoddis diventa il protagonista dei circoli d’avanguardia berlinesi. Purtroppo, pubblicò poco e per un brevissimo periodo, poiché già nel 1912 cominciò a dare i primi segni di squilibrio mentale e iniziarono i primi lunghi soggiorni nelle case di cura che termineranno solo nel 1942, quando il poeta, ebreo e per di più folle, verrà deportato in un campo nazista in Polonia. Il rapporto spesso ricorrente tra malattia e poesia (si pensi, ad esempio, a Nietzsche) è una costante dell’Espressionismo: il folle, in quanto lontano dalla civiltà razionalizzante, risulta il più incorrotto e per questo il più vicino alla poesia.

Le novità mancanti: dalla struttura…

Oltre a prestare il titolo dell’unico volume di poesie di Jakob van Hoddis quando egli era ancora in vita, Weltende apre nel 1920 la celebre antologia poetica espressionista Menschheitsdämmerung (Crepuscolo dell’umanità). Quella di van Hoddis è una delle poesie più famose dell’Espressionismo, nonostante la semplicità e la comprensibilità della sua struttura e della sua lingua. Da un punto di vista strettamente tecnico e compositivo, infatti, troviamo due quartine dallo schema metrico ABBA e ABAB, la variante  più usata durante il periodo classico-romantico. La novità di questa poesia non sta, dunque, nella sua struttura ma certamente quest’ultima mette in luce le innovazioni di diversa natura della poetica di Jakob van Hoddis.

… alla lingua

Jakob van Hoddis
Emil Nolde, Natura morta con maschere III, 1911.

Un altro elemento interessante da analizzare è senza dubbio il linguaggio usato, che non differisce più di tanto da quello adoperato per la comunicazione. Si tratta di un tedesco elementare, all’interno del quale non si notano nemmeno le uniche parole composte usate (Dachdeckel e Eisenbahnen, rispettivamente “tegole” e “ferrovie”), parte integrante della quotidianità di una metropoli come Berlino. Non è presente, quindi, quella tipica e frequente coloritura data dall’aggiunta di aggettivi: infatti, anche se quest’ultimi ricorrono, sono spesso un’aggiunta, una sorta di “extra” e vengono saltati nella traduzione perché scontati (ad esempio, dicke Dämme, ossia “dighe spesse”). Si comincia però ad intravedere un’importante prima novità: l’elemento naturale wild (selvaggio) che si contrappone alla civiltà. Il linguaggio di Jakob van Hoddis è quindi semplice e poco neo-barocco, a differenza di quello espressionista.

L’Io di Jakob van Hoddis

Uno dei punti nevralgici dell’Espressionismo è la questione della soggettività. L’Espressionismo, infatti, è la poetica dell’Io. In realtà, sul finire del ‘800 si può osservare un fenomeno interessante e al contempo contraddittorio. Da un lato vi è la dissoluzione del concetto metafisico di un Io e persiste una soggettività labile, franta, ossia moderna, tipica della metropoli descritta da Georg Simmel. Dall’altra si afferma l’Io occidentale e della ratio tecnologico-scientifica. Nella sua poesia, van Hoddis inserisce un terzo soggetto, l’Io che realizza la propria esistenza nel momento in cui la natura sbriciola il mondo positivista e tutto ciò che le lega le mani, cioè il progresso umano.

Il crollo del mondo positivista

Il legame di questa poesia con la metropoli è ovviamente inscindibile. Ciò si può osservare sin dal primo verso, costruito in modo tale che il soggetto, invece di trovarsi all’inizio della frase, sia realmente sospinto dal vento verso la fine del verso («Del Bürger fliegt voi spitzen Kopf der Hut»). È una costruzione cinematografica, espressione non solo della società moderna, ma anche degli usi e costumi del tempo. Però, questo cappello che fugge via rappresenta anche una tragedia per il cittadino borghese: a sparire, infatti, non è soltanto il suo Hut, ma anche la sua protezione, il suo sostegno, il suo contegno e il suo essere:

Al borghese vola via il cappello dalla testa aguzza, 

Per l’aria è come un ridonar di grida,

Precipitano tegole e vanno in pezzi

E sulle coste – si legge – sale la marea.

 

E’ giunta la bufera, i mari furibondi 

Saltellano sulla terra a infrangere le dighe.

Quasi tutti hanno un’infreddatura.

Strade ferrate cadono dai ponti.

Pia C. Lombardi

Bibliografia

F. Buono, Stemma di Berlino. Poesia tedesca della metropoli, Dedalo, Bari 2000.

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