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Viaggio nella lingua del nazismo #4: fede per Victor Klemperer

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Siamo giunti alla tappa finale del viaggio nella lingua del nazismo attraverso le parole e le riflessioni contenute nelle pagine del diario di Victor Klemperer, filologo tedesco di famiglia ebraica che, grazie alla moglie “ariana”, riuscì a scampare ai campi di concentramento. I suoi cari furono comunque vittime delle angherie, delle prepotenze e delle violenze fisiche e psicologiche dei molti tedeschi che aderirono al partito nazionalsocialista, trasformando quest’ultimo in una fede in cui credere senza ombra di dubbio o segno di cedimento. È proprio a questa “professione di fede” che Victor Klemperer riserva gli ultimi pensieri del suo diario/studio sulla lingua del Terzo Reich.

La fede della LTI secondo Victor Klemperer

Victor Klemperer
Adolf Hitler

Come già osservato, il “fanatismo” è forse tra i principali  caratteri del nazismo e della sua lingua. Tale fanatismo ha assunto con Hitler una valutazione positiva (e non più negativa come dall’Illuminismo in poi) e contorni sempre più religiosi: «che la LTI sia nei suoi momenti culminanti una lingua della fede è pienamente comprensibile, dato che ha come obiettivo il fanatismo». Nonostante il nazismo si opponga al cristianesimo per le sue radici ebraiche e in particolare alla Chiesa cattolica, molte volte, nei discorsi di Hitler e dei suoi «sacerdoti», viene utilizzato un lessico riconducibile all’ambito religioso.

Gli esempi “religiosi”

Diversi esempi possono testimoniare questa particolare “incoerenza”: il riferimento ai sedici nazisti caduti alla Feldherrnhalle in seguito al mancato putsch di Monaco nel 1923 come a degli “apostoli” («sono sedici, ma è naturale che lui ne possieda quattro di più del predecessore [Cristo, ndr]»); inoltre, spesso nei suoi discorsi Hitler si proclamava salvatore tedesco, la divinità venuta a liberare la Germania e predestinata da una volontà superiore a compiere una missione religiosa.

Dal diario di Goebbels

L’accento sulla predestinazione si evince anche dalle pagine del diario di Goebbels, ministro della propaganda: il 10 febbraio 1932 al Palazzo dello sport di Berlino, Hitler termina un suo discorso con un “amen” ricco di pathos. Tutto ciò, riporta Goebbels, non fa altro che generare in tutti i partecipanti sorpresa e commozione, quasi come se si fosse rivelata a loro la divinità. In realtà, questo «elevato grado di abilità e consapevolezza nell’uso della retorica» era già presente nel Mein Kampf, dove Hitler spiegava il particolare fascino esercitato dall’uso di un registro religioso. Altro elemento molto importante è la collaborazione di «esperti aiutanti» che non fanno altro che elogiare e quasi santificare il loro Führer e la “guerra santa” da lui condotta.

Il significato di Reich

La lingua, dunque, svolge un ruolo molto importante attraverso uno stile prettamente religioso. Ciò è presente non solo nei discorsi e negli scritti nazisti, ma anche negli elementi meno visibili, come ad esempio la semplice denominazione Reich. Quando si pensa a Reich, infatti, non si può assolutamente legare questo termine a “repubblica”, poiché quest’ultima «è affare di tutti i cittadini» ed è una costruzione terrena e razionale. Reich non può essere paragonato neanche a “stato”, termine che indica una

condizione stabile, l’ordinamento ugualmente stabile di un territorio con una sua unità e ha un significato assolutamente terreno ed esclusivamente politico.

Reich, dunque, è l’unica voce ad ammettere un significato religioso e spirituale: esiste, infatti, il Himmelsreich, ossia il regno dei cieli. Inoltre, il Terzo Reich non è altro che la continuazione del “sacro Romano Impero di nazione germanica”, esistente fino al 1806. Qui, l’aggettivo sacro ci fa capire come quest’impero non sia nulla di terreno, bensì nella sua «amministrazione è coinvolta anche la sfera ultraterrena».

“Io credo in lui”

Nelle pagine del suo diario, oltre a riportare le varie riflessioni linguistiche, Victor Klemperer racconta i diversi eventi che, negli anni del nazismo, l’hanno visto protagonista. Proprio riguardo questo particolare concetto di “fede”, il filologo tedesco cita vari personaggi che, sin dal 1933 e fino alla fine del conflitto, hanno continuato a credere ciecamente nel loro Führer. La signorina Paula von B., ad esempio, collega di Klemperer, “zitellona” a detta della moglie, ha sempre rivelato una fede illimitata, che quasi sfociava nell’idolatria (tanto da adorare la foto scattata del cane del Führer). Victor Klemperer ricorda ancora bene quando, il 13 marzo 1938, durante il discorso che decretava l’annessione dell’Austria alla Germania hitleriana:

in prima fila, fra la gente, vidi la signorina von B. Appariva in estasi, gli occhi le brillavano, il suo atteggiamento e il saluto, nella loro rigidità, erano diversi dalla posizione di “attenti” degli altri, davano l’idea di uno spasmodico rapimento.

I due soldati

Anche verso la fine della guerra, quando oramai appariva chiaro quale sarebbe stato il destino della Germania, Klemperer incontra in Baviera due soldati che continuano ad avere fede in Hitler e a rifiutare la sconfitta:

Non è capire che è importante, bisogna credere. Il Führer non cede, il Führer non può essere sconfitto, ha sempre trovato una via di uscita quando gli altri sostenevano che non c’era più. No, accidenti, capire non serve a niente, bisogna credere e io credo nel Führer.

L’incontro che forse più colpisce il filologo tedesco è quello con un suo vecchio alunno, grande sostenitore del partito, che non può e non vuole accettare di essere riabilitato perché, nonostante la guerra e i crimini commessi da Hitler, «sono gli altri che lo hanno frainteso, che lo hanno tradito. In lui, in LUI, io continuo a credere».

Pia C. Lombardi

Bibliografia 

V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, Firenze, Giuntina, 2001.

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