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Il poeta elisabettiano: pene d’amore e consapevolezza di sé

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Non solo d’intrighi e chiacchiere su proposte di matrimonio rifiutate, inganni d’amore e tradimenti politici si nutriva lo spirito degli uomini di corte al tempo di Elisabetta I d’Inghilterra: la cura per l’anima, fonte d’ispirazione e persino modello di comportamento ideale era infatti la poesia. Il periodo elisabettiano è l’epoca in cui la poesia inglese si mette non solo “in pari” col resto d’Europa, ispirandosi ai modelli francesi e italiani (Petrarca su tutti), ma sviluppa anche forme proprie, che sono rimaste nel corso dei secoli le più caratteristiche della musicalità poetica inglese.

Il poeta elisabettiano, uomo di corte

Molti furono gli uomini di corte che, nel corso del ‘500, si dedicarono alla stesura di versi: l’ambiente di corte, che già durante il regno di Enrico VIII crebbe in sfarzo e ricchezze, richiedeva intrattenimenti raffinati e la circolazione di raccolte poetiche manoscritte era parte di questo culto della nobiltà e dell’eleganza. Fu in questo contesto, grazie ai viaggi diplomatici che spesso avevano per destinazione gli ameni lidi francesi e italiani, che gli inglesi vennero a contatto con una cultura che a loro parve degna di ammirazione e di imitazione.

Non era raro, infatti, che gli autori (i cui “caposcuola” furono Wyatt e Surrey) selezionassero componimenti del Canzoniere di Petrarca per rielaborarli e farli propri: questo processo di traduzione implicò non solo un momento di arricchimento per la lingua inglese, ma anche una vera e propria mediazione culturale tra il modello fornito dalla poesia d’amore del tormentato Petrarca e l’uomo “nuovo” elisabettiano, tutto preso da se stesso e dalla propria individualità.

Dopo gli esperimenti linguistici di Wyatt, che per primo introdusse la forma del sonetto in Inghilterra, e del conte di Surrey, entrambi attivi sotto Enrico VIII, fu però una seconda generazione di poeti a portare a compimento quel processo di autonomizzazione della poesia inglese rispetto ai modelli continentali: i due autori più consapevoli di questo cambiamento sono Philip Sidney ed Edmund Spenser.

Philip Sidney: un poeta consapevole

Sidney fu il poeta elisabettiano per eccellenza: uomo di corte, nobile, autore della prima raccolta di sonetti in lingua inglese – Astrophil and Stella, che diede il via ad una vera e propria moda dei canzonieri – e di un trattato in cui si riflette sull’importanza della poesia (più in generale dell’immaginazione) nella vita delle persone. Secondo Sidney, infatti, appoggiandosi all’etimologia della parola poet (dal verbo greco poiéin, produrre, creare), la grande capacità della poesia – oggi diremmo della letteratura – è quello di creare mondi, Il poeta è, in scala, un dio creatore del suo piccolo universo, che “spazia liberamente nello zodiaco del suo stesso ingegno”.

Qual è dunque il mondo creato dal poeta-Sidney? Non così creativo, verrebbe da dire a primo acchito, dal momento che il suo canzoniere ripropone il modello già usato e abusato (almeno per noi italiani) dell’amante sofferente per un amore non ricambiato. Eppure Astrophil and Stella offre più di uno spunto di riflessione: Sidney, sotto le mentite spoglie del suo alter-ego Astrophil, ironizza sulla sua condizione di amante rifiutato; a tratti sembra quasi che prenda le distanze da se stesso, giocando col suo io poetico come se fosse, appunto, nient’altro che una costruzione immaginaria.

Sidney e Astrophil

Ad esempio, nel sonetto 45 il povero Astrophil si rende conto che la “sua” Stella, pur non avendo pietà di lui, non ha però difficoltà a commuoversi nell’udire il racconto di una storia d’amore tragica: una “misera” narrazione, nient’altro che parole pronunciate in sequenza, ha più potenza evocativa che il suo reale sentimento d’amore.

Alas, if fancy drawn by imaged things,
Though false, yet with free scope more grace doth breed
Than servant’s wrack, where new doubts honor brings;
Then think, my dear, that you in me do read
Of lover’s ruin some sad tragedy.
I am not I; pity the tale of me.

Insomma, sembra voler dire Sidney: se la poesia ha questo incredibile potere di smuovere i sentimenti più della realtà, più della rovina di un amante che si strugge, allora la soluzione è semplice. Astrophil può trasformare se stesso in una storia (e infatti, chi altri è se non il narratore di se stesso?) per essere amato da lei.

La donna nella poesia del Rinascimento: da oggetto a soggetto

poeta elisabettiano
Amor vincit omnia, Caravaggio

Questa consapevolezza di sé non si limita alla produzione di Sidney: potremmo invece estenderla alla miglior poesia del periodo elisabettiano e definirla come un suo tratto distintivo. Poiché il tema per eccellenza di sonetti e poesie dell’epoca era l’amore, quale luogo migliore per riflettere sulla propria posizione e sul rapporto tra i sessi? La consapevolezza, quindi, non investe solo la sfera dell’io poetico (consapevolezza di sé in quanto autori e narratori) ma anche quella del rapporto amoroso, nella misura in cui alcuni sonetti presentano una situazione amorosa decisamente diversa da quella che ci aspetteremmo: la poesia del Rinascimento inglese non fu solo maschile – e maschilista.

Il cacciatore “cacciato” negli Amoretti di Spenser

Spenser ad esempio, autore degli Amoretti (raccolta dedicata alla futura moglie Elizabeth Boyle, che ha la singolare caratteristica di essere l‘unico canzoniere elisabettiano letteralmente… a lieto fine), descrive nel sonetto 67 un corteggiamento molto particolare. Alla tipica immagine del cacciatore che insegue la sua preda, infatti, segue un rovesciamento in cui non è più lui, l’uomo a caccia, a stanare la cerbiatta, ma lei, l’oggetto del desiderio, a decidere di avvicinarsi e di conseguenza farsi catturare.

So after long pursuit and vain assay,
When I all weary had the chase forsook,
The gentle deer return’d the self-same way,
Thinking to quench her thirst at the next brook.
[…]
Strange thing, me seem’d, to see a beast so wild,
So goodly won, with her own will beguil’d.
In poche parole, il cacciatore si è trasformato in preda: è lei, la cerbiatta indifesa (che tanto indifesa non è, visto che nei versi conclusivi viene definita a beast so wild), a muovere davvero i fili del corteggiamento e stabilire i tempi e i modi della sua “cattura”.

Mary Wroth, un io poetico al femminile

Autrice del primo romanzo in lingua inglese scritto da una donna, The Countesse of Mountgomeries Urania, che peraltro non mancò di scatenare scandali a corte per le sue allusioni a persone realmente esistenti, Mary Wroth è un caso interessante di poesia al femminile che non si accontenta di riproporre i modelli canonici, ma li rielabora dal proprio punto di vista. Nel sonetto 16 della raccolta “Pamphilia to Amphilantus”, pubblicata in calce al suo romanzo, la poetessa riflette razionalmente e con distacco sulla propria condizione di donna innamorata. Lo fa in maniera dolente, quasi indispettita:

Am I thus conquer’d? have I lost the powers,
That to withstand which joyes to ruine me?
Must I bee still, while it my strength devoures,
And captive leads me prisoner bound, unfree?
[…]
No, seeke some host to harbour thee: I flye
Thy Babish tricks, and freedome doe professe;
But O, my hurt makes my lost heart confesse:
I love, and must; so farewell liberty.

La consapevolezza, in questo caso, sta nella capacità di creare una riflessione originale dal punto di vista dell’io narrante: la donna, infatti, non si trova nella stessa posizione di un Astrophil qualsiasi, che soffre di un amore non corrisposto e invoca l’amata sperando di compiacerla. L’io poetico non prova neppure a fare riferimento ad un oggetto del desiderio, perché non è questo l’importante: ciò che conta è la riflessione su se stessa, costretta a rinunciare ai propri valori di autonomia e indipendenza perché inevitabilmente vittima del sentimento amoroso. La voce femminile, insomma, sembra quasi biasimare l’amore, perché – almeno nella sua veste poetica rinascimentale – la costringe ad una posizione scomoda e stretta: anche in questo caso, la poesia si fa momento privilegiato per riflettere sugli stereotipi e acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

The Defense of Poesy, Philip Sidney; Astrophil and Stella, Philip Sidney; AmorettiEdmund Spenser; Pamphilia to AmphilantusMary Wroth, tutti contenuti in “The Norton Anthology of English Literature”,  vol.B

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