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Alberto Gaino, i bambini e la cura del manicomio

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Natura e cura del morbo

Chi si preoccupi della malattia, in una qualunque delle sue forme, non può che esaminare con interesse quel soggetto mutevole sul cui corpo il morbo incide il proprio logoramento. Ovunque la patologia rimanda a una cura e la cura a un benessere originario che dovrebbe permettere all’individuo serenità psico-fisica. Donde i farmaci, le operazioni chirurgiche, finanche la psicoanalisi, la quale contiene nella relazione dialogica “le parole” (la citazione, naturalmente, è a quell’ironica categoria che produca un distinguo tra “parole” e “cose” apposta da Michel Foucault quale titolo di uno dei suoi saggi più celebri) per le dissonanze immateriali (eppure così erosive) subite dal soggetto nel corso della propria esistenza.

Ricerca, quella per il benessere, che permette una relazione piuttosto equivoca tra l’ammalato, colui che non conosce né la natura del male né possiede l’abilità tecnica necessaria a immiserirlo, e il medico, la cui competenza abbraccia insieme materie teoriche e pratiche, nonché istituzionali. Il medico impugna, dunque, l’arma della verità.

L’individuo e il dispositivo

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Una pratica di elettroshock dall’archivio dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa.

Colui che il morbo assoggetta, quasi consciamente, è allora un individuo particolare, pur deietto in uno spazio sociale che quasi non gli permette respiro. Valga a tal proposito la nozione di “dispositivo” così come proposta nell’opera di Foucault e che Giorgio Agamben ha esposto con assoluta trasparenza nel saggio “Che cos’è un dispositivo?”, edito da Nottetempo. Ancora dentro l’ambiente intellettuale di una “microfisica del potere”, quali sono le relazioni che si istituiscono tra il medico e l’ammalato, il morbo e la cura?

Quelle di uno sguardo vigile e totalizzante che osservi prima d’agire. E non come mera speculazione teorica si presenta lo sguardo, ma anzi valica il primato della mano, di fatto costituendolo. Ecco, allora, l’edificazione dei luoghi di degenza, le solide costruzioni dove il potere (un potere non ontologico, bensì di chi debella l’ignoranza attraverso la tecnica) esercita l’analisi del soggetto singolare per mezzo dell’occhio. E quando il morbo abita l’ambiente dell’invisibile? Per mano di quali spazi osservare ciò che non è candidamente manifesto? Per mano di quali tecniche medicare la follia?

La verità visibile

L’avvento della psichiatria, pure in materia penale, ha collaborato a un’inclusione dei nosocomi mentali quali ambienti dove consumare un efferato tentativo di guarigione: operare per una rimarginazione di ferite sociali attraverso la tortura pseudo-farmacologica. Dove non la vista, il dir-vero. Se la cura agisce positivamente laddove una ferita ceda di nuovo il primato alla nuda carne, allora l’anomalia deve in qualche modo retrocedere al cospetto della ragione asserendo, con convinzione, la propria miseria. In molti luoghi, su tutti un corso tenuto all’Università di Lovanio nel 1981, Michel Foucault cita una stramba quanto orrorifica conversazione tra lo psichiatra Lauret e un suo paziente, per cui, alle docce ghiacciate del primo, al secondo era soltanto dato ammettere che sì, era vittima di follia.

Scrivere di anomalie congettura nondimeno la presenza di una norma granitica cui al soggetto è dato conformarsi. Vi sono, certo, sistemi di leggi come etiche individuali, precetti e dogmi, tuttavia giammai statuari. Storici, forse, ma in evoluzione continua, particolari quanto gli agenti stessi che occupano un’organizzazione sociale. L’anomalia, di conseguenza, appare quale produzione complessa e artificiosa cui le tecniche mediche non possono che offrire una misera terapia.

La cura del manicomio

bambini curaAlienati, folli, monomaniaci. Uomini, donne, bambini. La cura per la sragione è prima di ogni altra la sua classificazione. Di qui lo studio “Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione” a firma di Alberto Gaino, già penna per “La Stampa”, edito dalle Edizioni Gruppo Abele. L’Ospedale Psichiatrico “Villa Azzurra”, prima che la legge Basaglia ne zittisse i cigolii, è il crocevia per la normalità lacerata dei minori che vi sono stati internati sotto la crudele cura del dottor Giorgio Coda, lo psichiatra soprannominato “elettricista” la cui panacea prendeva il nome di punizione.

Premono, le esistenze dei piccoli ospiti del ricovero, per venir fuori dall’archivio cui sembravano relegate e recitare il proprio dramma. Nomi, corpi invalidati nelle capacità, fiaccati nell’intelletto e condannati all’esclusione, psichica come sociale. Aristide, epilettico; Grazia e Valter, gemelli <<scadenti>> (del citato Coda, la definizione); Maria, giovane onanista. Soffocati in ogni impulso dall’istituzione totale, di questi piccoli anormali non resta che un’infanzia eterna, cinerea. Non uno studio sulla follia né sull’internamento, l’opera di Gaino, piuttosto l’inchiesta di un giornalista che descrive, senza lesinare trasporto, un “luogo della memoria”.

Può forse riuscire, la narrazione, a liberarne la memoria dalle oppressioni di cui sono state vittime? La retorica impone di rispondere negativamente, a tale interrogativo; eppure nel racconto esercita il farmaco dell’immaginazione.

Antonio Iannone

Bibliografia

G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, 2006.
M. Foucault, Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia. Corso di Lovanio (1981), trad. V. Zini, 2013.
A. Gaino, Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione., Edizioni Gruppo Abele, 2017.

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