Scannasurice di Enzo Moscato al Teatro Elicantropo

Scannasurice: Moscato, Cerciello, Villa

Nel 1986, poco più di vent’anni fa, Enzo Moscato scriveva Scannasurice, termine che in italiano vuol dire: “ammazza-topi”. Carlo Cerciello, anche per questa stagione teatrale mette in scena questo gioiellino di drammaturgia, come fa da anni; e il testo in nessuno dei suoi allestimenti perde un grammo della propria forza espressiva. Le motivazioni di questo miracolo di esposizione, estetica, sentimento e mistero del teatro sono da attribuire ad una confluenza di fattori fondanti che non sempre riescono a coesistere senza accavallarsi e schiacciarsi a vicenda o a sussistere nella stessa natura professionale che ci si aspetterebbe da loro. Parliamo delle tre figure archetipo del teatro : drammaturgo, regista, attore.

Partiamo dalla “sostanza” del testo, dalla potenza dell’intreccio di parole che esplodono come un vulcano, in quel linguaggio forse anche per questo detto “magmatico”, “lavico”, che trova una sua concretezza, autonomamente, nella semplice lettura, ma che viene materialmente realizzato dall’intuitiva regia di Carlo Cerciello, che lo esalta in ogni singola virgola senza però banalizzarlo, rifuggendo il rischio di farlo crollare in una fiumara di vocaboli, ma anzi, evidenziando la sua origine tsunamica.

Difficoltà non indifferente, rendere giustizia ai testi degli autori protagonisti della così detta “rivoluzione drammaturgica napoletana”, soprattutto nell’epoca in cui la materia era ancora incandescente, plasmabile, e  il fenomeno non del tutto metabolizzato. Laddove si definisce “tsunami” un fenomeno i cui caratteri sono labili ed imprecisi: un rientro, un’implosione, una gestazione lenta e poi una violenta deflagrazione. Di cosa?

Di tradizioni, di segreti, di verità, di natura, di città e di cittadini, che si infilano rumorosi e caotici, scostumati ed impudenti, a volte sporchi e fastidiosi come topi, come “surice”, per i vicoli di una città “senza bandiera”, senza bandiera perché instabile, inetta, disgregata, in bilico fra vita e morte per condizioni geografiche ma anche per trascuratezze volontarie, per lo stato di abbandono in cui si lascia e la si lascia degenerare, questa città maestosamente decadente, in cui non si “vive”, ma si “sta” … si sta sulle macerie di un terremoto, quello dell’ottanta, ma anche fra tanti altri rottami e simboli … alcuni emblema della tradizione napoletana, come una macchinetta per il caffè o un mazzo di tarocchi, altri manifestazione dichiarata della sciatteria cittadina, come pietre fradice o sacchetti di immondizia.

scannasurice
scannasurice

In una lotta per la sopravvivenza del singolo senza spirito di aggregazione alcuno, ci si accontenta degli scarti per tirare avanti un altro giorno …“ ’na raschetell, nu muzzon e sigarett” … come i topi, palesata metafora dei napoletani. Gli abitanti di quella Napoli stupenda che però non sanno tutelare, quella Napoli di sole e di mare che così sfila fra le meraviglie del mondo nell’immaginario dei popoli, ma che è anche, nelle sue viscere, nelle profondità delle sue fognature, una città di sordidi roditori e scosse sismiche, che arrivano e spaventano, ma senza scuotere.

Il terzo tassello del puzzle, che si incastra perfettamente con gli altri due, è ovviamente l’attore/attrice. In questo caso, una magistrale Imma Villa, interpreta mille volti in mille posizioni, mille squarci di usi e costumi, realtà e finzione, verità e bugie, racchiusi nell’involucro di un essere androgino dalla dubbia natura, carnale e divina, simbolica e concreta, avvolto dall’occulto, che esprime non l’essere, ma l’esistere; non la persona, ma la comunità, lo stato delle cose, mantenendoci un legame ma standone al di fuori.

Uno stato di incompletezza. Totalitario. Catalizzatore. E allora eccola qua, la domanda : “ma tu si femmn o si omm, si vecchij o si guaglion?”… domande lecite, ma precisazioni inutili.  Perchè non c’è età, non c’è sesso. Perché non c’è stabilità, non c’è equilibrio. E in questa creatura tutta emozionale, che possiamo riduttivamente indicare “femminiello”, si concentra l’efficacia del senso di limitazione del napoletano, del quale si serve spesso Enzo Moscato.

Determinate chiavi di lettura, comunque, sono fornite senza indugi dall’autore, come quella accomodata nella scenografia di Roberto Crea; una sorta di labirinto di cunicoli somigliante ad una fognatura, dove sgattaiolano “surice”, i “femminielli” e le anime, le ombre, i fantasmi della città … Un reticolo, come quello urbano, una “saettella”, un ammasso di lerciume e rottami che le scosse del terremoto hanno portato allo scoperto ma che nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.

E già nell’impatto scenografico offertoci all’ingresso in sala, si esplica il potenziale espressivo del teatro, del drammaturgo che “lo scrive”, del regista che “lo accompagna” e dell’attore che “lo serve”. Dalla collaborazione di tutti gli operatori nasce la creazione, in un complicato ed impegnativo universo che sta dietro le quinte di un teatro che parla, ma: “se non hai niente da dire, il teatro non dice niente”; come dichiara il regista stesso in un’intervista.

Senza arrogarsi il diritto di offrire spunti interpretativi, questo spettacolo, questo viaggio dentro se stessi e dentro una parte della propria storia, merita di essere vissuto.

Disponibile presso il teatro Elicantropo dal 16 febbraio al 5 marzo 2017.

Letizia  Laezza

Teatro Elicantropo- sito ufficiale 

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