Home Medioevo Rinascimento e Tardo Medioevo (XIV-XV sec.) Giuniano Maio e i rimedi agli accidenti della fortuna nel De Maiestate

Giuniano Maio e i rimedi agli accidenti della fortuna nel De Maiestate

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Giuniano Maio
Napoli nel Quattrocento

Giuniano Maio, letterato napoletano del ‘400, ha illustrato quali dovessero essere le virtù di un sovrano per potersi opporre agli accidenti della fortuna.

Il De maiestate (1492) di Giuniano Maio appartiene al genere letterario della precettistica che ricoprì un ruolo molto importante negli stati italiani del ‘400. Dopo la pace di Lodi, infatti, la penisola godette di un periodo di relativa stabilità destinato ad infrangersi solo con la discesa di Carlo VIII del 1494. Questa fase di stabilità permise agli stati italiani di concentrarsi sui rapporti interni, in particolare sui problemi di legittimità del potere politico. Il De maiestate, dedicato a Ferrante, rientra nel genere degli specula principis, il genere destinato ad essere sconvolto da Il principe di Machiavelli. Con quest’ultimo, Maio condivide però la centralità del tema della fortuna.

Giuniano Maio
Alfonso d’Aragona

Un trattato apologetico

Nel Regno di Napoli, in particolare, i problemi di legittimità erano acuiti dal recente insediamento della dinastia aragonese per mano di Alfonso d’Aragona. Si trattava, quindi, di un nuovo dominio instauratosi per giunta dopo una lunga guerra contro gli Angioini e che – dopo la morte del suo fondatore – non mancò di sollevazioni. Infatti Ferrante, a cui è dedicata l’opera di Maio, vide contestata la legittimità della sua successione in quanto figlio illegittimo e dovette affrontare le forti resistenze feudali che sfociarono nelle due grandi sollevazioni baronali.

Il De maiestate di Giuniano Maio ha quindi, nonostante le promesse di obiettività espresse nel primo capitolo, un carattere chiaramente apologetico se non panegiristico. Ferrante, infatti, è presentato come il monarca perfetto che ha permesso all’autore di vedere con i suoi occhi l’incarnazione della maestà che ora può trattare con cognizione di causa. Il riferimento a Ferrante non è limitato al primo capitolo che funge da introduzione, ma continua per tutta l’opera presentando – alla fine di ogni capitolo – un esempio dato dal sovrano della virtù trattata.

Le virtù contro la fortuna

Giuniano Maio
Ferrante

Come notato da Franco Gaeta, solo nelle pagine dedicate al tema della fortuna si registra una maggiore vitalità, andando oltre «l’involucro dell’adulazione» (Giuniano Maio, De maiestate, a cura di Franco Gaeta, Bologna 1956, Introduzione, p. XIX). Al tema della fortuna Maio dedica specificamente il sesto capitolo intitolato De la fortitudine contra la fortuna.

L’intento è, infatti, di mostrare il rapporto fra la sorte e le virtù del principe. La prima virtù da opporre all’instabilità della fortuna è proprio la “fortitudine”, la quale si sostanzia della “franchezza de core” – trattata nel quarto capitolo – e della costanza, nella doppia accezione “de non inflarese” e di “non insuperbire”.

La fortuna: una forza distruttiva

Giuniano Maio
Alfonso V

In relazione ad una citazione di Cicerone, troviamo, nel capitolo quinto, la prima definizione di fortuna come «dea legiera et imbecille» (p. 63). All’inizio del sesto capitolo, Maio presenta una più articolata definizione dove la fortuna è una

incerta e insidiosa combattitrice de la quale chi più se fida più ingannato e più deluso resta e de la quale chi più se fida più alcuna volta senza merito de virtute più opulento ed esaltato è (p. 71)

La Fortuna non risparmia «li gran palazzi» (p. 74) e non perdona «li sacrati templi né manco a la venerata religione». Si tratta di una forza puramente distruttiva. Prosegue l’umanista dicendo che «lo omo constante e magnanimo» non solo non si sottomette alla fortuna ma la provoca e la sfida,

Giuniano Maio e la fortitudine

Quindi, la “fortitudine” appare come la virtù da opporre alla fortuna, oltre che come una qualità essenziale della maestà. L’esempio riportato da Maio, ad ogni modo, è il noto agguato teso da Marino Marzano ai danni di Ferrante il 30 maggio 1460. L’umanista insiste sulla superiorità numerica dei nemici, che Ferrante avrebbe messo in fuga da solo (e non grazie anche al soccorso dei suoi), per affermare la superiorità della virtù la quale – anche in inferiorità numerica – può facilmente avere ragione della “multitudine”. Ma la vera sconfitta dell’episodio è la fortuna:

Alora certo la fortuna fece de tuo valore e de sua temeritate l’ultime prove, la quale, credendose de te voltare in fuga, con sua vergogna te voltò le spalle (p. 34)

Ettore Barra

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