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L’autoritratto in Alfieri e Foscolo: un confronto

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Alfieri autoritratto

In molti casi la parola poetica è la voce della coscienza; con la poesia, che è per eccellenza il genere della “soggettività”, il poeta esprime i proprio stati d’animo e le sfumature più nascoste della propria coscienza. Siamo abituati a cogliere nei componimenti lirici la dimensione interiore che domina l’individuo che ci parla. In alcune occasioni i poeti hanno offerto la propria dimensione esterna, fisionomica, un ritratto fisico oltre che morale. Di certo non si tratta di una scelta fine a se stessa: la descrizione somatica si rivela spesso un espediente per dare voce alla propria coscienza e indirizzare il lettore alla comprensione del carattere, in una ricercata corrispondenza tra dati esterni ed interni.  Vediamo i casi di Alfieri e Foscolo.

Autoritratti di Alfieri e Foscolo

coscienza Alfieri
Vittorio alfieri, ritratto di Francois Xavier Fabre 1797

Tra gli esempi di poesia che esprimono corrispondenza tra aspetto fisico e coscienza di sé troviamo Vittorio Alfieri (1749-1803) che nel sonetto CLXVII “Sublime specchio di veraci detti” realizza un autoritratto in versi che inaugura un costume, quello del componimento autodescrittivo, che si sviluppa tra i poeti dell’Ottocento romantico.

“Sublime specchio di veraci detti,

mostrami in corpo e in anima qual sono:

capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;

lunga statura, e capo a terra prono;

 

sottil persona in su due stinchi schietti;

bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;

giusto naso, bel labbro, e denti eletti;

pallido in volto, più che un re sul trono:

 

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;

irato sempre, e non maligno mai;

la mente e il cor meco in perpetua lite:

 

per lo più mesto, e talor lieto assai,

or stimandomi Achille, ed or Tersite:

uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.”

Il “sublime specchio” è il sonetto che Alfieri invoca perché mostri tutte le sue caratteristiche peculiari. Comincia la descrizione elencando i connotati fisici: capelli rossi ormai radi, alta statura e testa china che rivela però una prerogativa interiore. Il pallore del volto accostato a quello di un re sul trono rivela gli aspetti più vari del suo carattere: rigido e brusco, può divenire buono e arrendevole, pur restando celato, anche se mai maligno. In perenne dissidio con se stesso, la coscienza di sé vacilla tra il considerarsi eroe (Achille) e considerarsi un vile (Tersite).

Infine, introduce il tema della morte in chiave agonistica: essa rappresenta l’ultima sponda che separa l’uomo dalla conoscenza del suo effettivo valore. Alfieri si dà appuntamento al cospetto dell’inevitabile fine che sembra rappresentare l’ultimo atto di una vita nella quale la preoccupazione maggiore pare essere quella della comprensione della propria reale statura: il trapasso assume il significato di incontro con il proprio essere e la propria reale coscienza.

coscienza LeopardiRifacendosi proprio al sonetto alfieriano Ugo Foscolo (1778-1827) ci propone il suo “Autoritratto”, conosciuto come “Solcata ho la fronte” in cui è palese il culto per l’individuo eccezionale, narcisista e titanico proprio di tanta produzione romantica. Risulta un componimento importante nella produzione di Foscolo, anche per l’arco di tempo delle diverse stesure: la prima risale al 1802, versione leggermente modificata nel 1803; viene rifatta nel 1808, dopo la pubblicazione dei Sepolcri.

“Solcata ho la fronte, occhi incavati intenti,

crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,

labbro tumido acceso, e tersi denti,

capo chino, bel collo, e largo petto;

 

giuste membra; vestir semplice eletto;

ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;

sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;

avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

 

talor di lingua, e spesso di man prode;

mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,

pronto, iracondo, inquieto, tenace:

 

di vizi ricco e di virtù, do lode

alla ragion, ma corro ove al cor piace:

morte sol mi darà fama e riposo.

I particolari fisici del ritratto vorrebbero avere un significato morale, secondo una tendenza diffusa nel Romanticismo: “fronte solcata”, “occhi incavati” e “capo chino”, sono attributi che concorrono a suggerire il travaglio interiore e l’indole tormentata del poeta. Il poeta si descrive, presentando il suo aspetto fisico e il suo carattere impulsivo che è sempre in lotta col destino: viene espresso anche il lato più ardimentoso, impulsivo e violento del suo carattere, sebbene sia riconducibile all’esaltazione narcisistica del proprio ego. Il sonetto si chiude riprendendo il tema della morte come nel sonetto di Alfieri.

Qui Foscolo afferma che solo con la morte che non è una nemica per il poeta: potrà trovare la fama e il riposo, concetto che ricorre in gran parte dei suoi sonetti. Tuttavia questi versi furono modificati nell’ultima riedizione, in cui scompare la parola “fama”.

I due sonetti, quello di Foscolo chiaramente basato su quello di Alfieri, delineano un preciso ritratto dei due autori, in cui i tratti somatici risultano funzionali alla definizione del proprio carattere, apertamente presentato nella commistione di pregi e difetti, nella coscienza della propria inquietudine ma anche del proprio eroismo: entrambi i poeti esprimono l’eterno conflitto tra ragione e sentimento.

Maurizio Marchese

Fonti:

Vittorio Alfieri, Utet, Torino, 1973

Ugo Foscolo, Poesie e Prose, Utet, Torino 1972

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