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Poesie su Napoli in napoletano: Partenope e il mare in versi

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Poesie su Napoli

Poesie su Napoli: nell’Ottocento italiano i poeti meridionali descrivevano la bellezza e la miseria della città di Napoli componendo versi e poesie liriche con note musicali

Napoli di oggi e di ieri

Poesie su Napoli
La città operosa: Napoli

Agghiacciante è la realtà con cui convivono oggi gli abitanti di Napoli. Considerando il glorioso passato e le magnificenze della sua secolare storia locale, ci si rende conto immediatamente quanto con il tempo la società sia cambiata e quanto eventi, fenomeni e guerre abbiano cambiato radicalmente la storia e la vivibilità della città che si estende ai piedi del Vesuvio. Ripercorrendo il privilegiato passato della città della Sirena, in un attento giudizio sulla letteratura italiana del Mezzogiorno Napoletano, Carducci notò che:

I meridionali non sono poeti né artisti, nonostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione”

La definizione di Carducci rileva la situazione culturale e politica della Napoli fino all’Ottocento. Le città del Sud, sebbene idealmente facessero parte della penisola italiana, nel concreto non vennero mai realmente immischiate nelle vicende dell’Italia del Nord. Il biennio 1860-61 fu il periodo che segna la fioritura feconda della musica, delle tradizioni e della letteratura popolare. L’Unità portò a Napoli l’elevarsi dell’arte in tutte le sue forme e le sue singolari rappresentazioni, tra cui le poesie su Napoli.

Poesie su Napoli: Salvatore Di Giacomo

Poesie su Napoli
Salvatore di Giacomo

Tra i più importanti autori del tempo emerse Salvatore Di Giacomo (1860-1934), poeta napoletano che trasse ispirazione e spunto per le sue opere e la sua ideologia dalle lezioni del verismo italiano. I personaggi e gli ambienti vennero tinteggiati con attente e precise descrizioni veriste, riportate in un dialetto napoletano che aveva trovato la giusta armonia tra ispirazione ed espressione, fondendo ritmi verbali, parole d’arte e di verità storica.

Salvatore Di Giacomo cantò, nelle sue poesie su Napoli, usanze e tradizioni, miseria dei vicoli e abbondanza di allegria, tristezza e povertà, bellezza e suggestione dei paesaggi incontaminati, mare blu e coste verdeggianti.

Descrisse anche del suono della musica che ancora oggi si sente nell’aria del centro antico, del sapore del pane appena sfornato e rese suggestive le note della triste musica della sofferenza del popolo, le cui attese e ferite non vennero risanate con lo Sventramento tanto decantato nell’ingenua illusione e nella consapevole critica affrontata da Matilde Serao nel mai dimenticato Il ventre di Napoli.

Raccontò di un mondo poetico e disincantato che si stava arrendendo alla difficoltà della miseria: ma il popolo resisteva. Attraverso i suoi versi il poeta descriveva la Napoli del realismo del tardo Ottocento, come nel bozzetto della festa natalizia, Nuttata ‘e Natale:

“Dint’a na grotta scura

dormeno ‘e zampugnare

…e ghianca accumparesce e saglie ncielo,

dint’ ‘a chiara nuttata, ‘a luna chiena”

Alta e sempre realmente sentita era la stima che il poeta aveva per la sua città, narrata e descritta nel dolce ricordo di un magico idillio, Na tavernella:

“Maggio. Na tavernella

ncopp’ Antignano: ‘addore

d’ ‘a népeta nuvella;

…e n’aria fresca e ffina

ca vene ‘a copp’ ‘e monte,

ca se mmesca c’ ‘o viento,

e a sti capille nfronte

nu fa truvà cchiù abbiento”

Idilli, numerose poesie e liriche come Marzo e Marechiaro, accompagnate da un felice sottofondo di note musicali che talvolta vennero ricordate e cantate nelle celebrazioni popolari della festa di Piedigrotta. Con Di Giacomo si confermava, quindi, la dignità e la grandezza della poesia dialettale, sublime forma di cultura napoletana, idonea ad entrare nel Parnaso tra le divine sfumature della suprema arte, quando suono e immagini, nota e parola si fondevano completamente.

Poesie su Napoli: i poeti dell’amore dolce-amaro

 

Poesie su Napoli
Il Castel dell’Ovo

Stimatissimi e geniali furono autori dal talento di Ferdinando Russo (1866-1927) e Libero Bovio (1883-1942) che, fondendo realtà e poesia, plasmarono – senza in verità alterarla – la storia e la vita della città partenopea nelle loro poesie su Napoli. Con parole di amore dolce ma di amaro dispiacere, raccontarono con attesa e dedizione, dispetto e stima la passione per la città del sole. Scriveva Russo nella famosa lirica Scetate:

“Che te vo’ bene assaie sta mmiez’ ‘a via

pe’ te cantà na canzuncella doce!

… è passione ca nun passa maie,

passa lu munno, essa nun passarrà!” 

Bovio continuava nella delicata lirica Tu ca nun chiagne raccontando della suggestiva magia che avvolgeva Napoli durante le notti mediterranee: “Tu can nun chiagne e chiagnere me faie, tu stanotte addò staie?…”. Con queste parole l’autore raccontava un nascosto segreto, un desiderio d’amore romantico in una società distrutta dalle pene, in cui trionfava il femminismo e la corruzione della nobiltà.

Scritti d’occasione, schietti e senza pretesa di vanità furono le poesie su Napoli di Giovanni Aliperti (1891 – 1958), che diffondeva la sua visione della città partenopea esprimendo l’ideale e la sensibilità di un uomo che era anche un poeta. Discreto e solitario, con componimenti brevi, saccenti e arguti meditava nella sua poesia di trovare conforto, evasione e speranza: credeva probabilmente che i mali della società napoletana potessero essere debellati. Raccolse in un’opera di composizione copiosa e analitica le più belle poesie in cui narrava di eventi lieti, tristi e reali, momenti specchio della vita che lo circondava.

Una malattia lunga e devastante portò il poeta a chiudersi in un limbo di malinconia, indifferenza e sfiducia: esprimeva con garbo  affanni, gioie e delusioni per la situazione politica e civile della sua città. Così vita reale e vita ideale si univano fino a fondersi nei suoi versi e Napoli nasceva e moriva attraverso le sue paure e le sue parole. Intensa e suggestiva è la commovente descrizione della bella Napoli, la città “regina” simile a Penelope, la città dalla gloriosa e sventurata bellezza e miseria, sognava per lei il riscatto sociale e il degno riconoscimento culturale.

VIDE NAPULE

se dice: “vide Napule e po’ muore”,

ma chi l’ha vista, nun vo’ maie murì

pecché ccà se fatica e se fa ammore

e chi patisce nun ‘o fa capì.

E si chillo che vene è n’ommo ‘e core

nun po’ fa a meno ‘e nun se ntennerì…

e quanno sente ‘o sisco d’o vapore

fa o’paro e sparo e nun vò cchiù partì.

E appriesso già se sape che succede:

succede ca ‘e stu passo, chiano chiano,

ognuno c’a sta terra mette pede

se scorda d’o paese suio luntano,

nnanze a o’ Vesuvio e ‘o mare cagna fede

se ncanta e vo’ restà napulitano!

Disordinata e sventurata, ferita è da sempre Napoli. Variopinta ma incantevole è la sua suggestiva bellezza. Descritta con amore attraverso i versi di poeti innamorati di lei come di amanti di una donna suadente ma spesso mortale. A metà tra sogno e realtà Napoli nasce e muore nei versi e nei ricordi dei suoi poeti dolorosamente innamorati.

Valentina Labattaglia

Bibliografia:

  • “Dulcis Parthenope – Napoli tra leggende e storia”, Mario Testa, Rolando Editore

Sitografia:

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