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Libero arbitrio nell’ebraismo dalla Bibbia a Paolo di Tarso

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Nel mondo antico si credeva che fosse il Fato a determinare il destino. Fu l’ebraismo a introdurre ll libero arbitrio, trasmesso poi alla fede cristiana.

La libertà è una dei aspetti più importanti dell’epoca moderna. Anche per questo si tende spesso a darla per scontato. In realtà, l’umanità non si è sempre sentita libera e padrona del proprio destino. Il mondo antico, infatti, era perlopiù oppresso da una visione fatalista secondo cui tutto era già stato stabilito dal Fato. Una forza inarrestabile e impersonale contro cui nemmeno gli dei potevano nulla e che può essere considerata la vera protagonista dei grandi poemi epici, come ad esempio l’Eneide di Virgilio. Anche in questo caso, la rottura va attribuita alla diffusione della fede cristiana, che ha reso universali verità di fede che in origine appartenevano solo all’ebraismo.

La libertà nel mondo antico

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Aristotele

Nell’antichità quello di libertà era un concetto del tutto diverso da quello moderno. Ad Atene l’uomo libero era il cittadino con una condizione abbastanza agiata da poter partecipare alla vita pubblica. Il cittadino ateniese, inoltre, doveva essere nato in città e – ovviamente – non essere uno schiavo. Anche secondo uno dei più grandi pensatori dell’umanità come Aristotele, la schiavitù era una pratica naturale.


Lo schiavo, infatti, era per definizione colui che non riesce per natura ad essere un uomo, dove la qualità principale di quest’ultimo è la razionalità. Quindi lo schiavo difettava di libertà non tanto per la condizione sociale, ma per una questione antropologica. Non essendo razionale, era infatti incapace di autodeterminarsi. Per i Romani, la libertas si basava proprio sulla contrapposizione tra schiavo e civis, qualificandosi a tutti gli effetti come un privilegio esclusivo.

Il libero arbitrio nell’Antico Testamento

Il libero arbitrio è una realtà centrale delle fede mosaica, si tratta quindi di un’altra importante differenza che distingueva l’ebraismo dal mondo greco-romano. Nella Sacra Scrittura, Dio si rivolge sempre all’uomo come ad un essere libero e razionale.  Per questo Jahvè chiede sempre conto delle loro azioni ai responsabili di misfatti come, per esempio, con Adamo (Gn 3,13), con Caino e – per mezzo del profeta Natan – con Davide (2 Sam 12,7-15).

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Caino e Abele

In diversi casi, Dio decide di punire le disobbedienze di Israele semplicemente lasciandolo «in balia del suo proprio volere» (Sir 15,14), dopo averlo messo davanti alla via del bene e del male (Deu 30, 15-16). E nel Libro di Giosuè viene esplicitamente chiesto a Israele di scegliere se servire il Signore o abbandonarlo (Giosuè 24, 14-15).

Ebraismo e libertà individuale

Grazie alla centralità della Scrittura, l’ebraismo ha sviluppato un forte concetto di responsabilità individuale:

La frequentazione con il testo sacro ha sviluppato una coscienza dell’umanità in cui il libero arbitrio e l’onniscienza divina convivono senza cadere in contraddizione. Centrale, nel pensiero dell’ebraismo, è l’idea della responsabilità individuale: nel rispetto della legge, ma anche nel concetto di una compassione reciproca che è principio sociale. Ogni individuo è coinvolto nel destino altrui e in qualche modo lo determina (Elena Loewenthal, in ebraismo, Enciclopedia Treccani).

Da Giuseppe Flavio a Paolo di Tarso

Questa convivenza tra libero arbitrio e onniscienza divina – che potrebbe sembrare difficile da spiegare teologicamente – è ben sintetizzata da Giuseppe Flavio, storico ebreo del I sec. d. C., con queste parole riferite alla dottrina dei Farisei:

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Giuseppe Flavio

Ritengono che ogni cosa sia governata dal Destino, ma non vietano alla volontà umana di fare quanto è in suo potere, essendo piaciuto a Dio che si realizzasse una fusione: che il volere dell’uomo, con la sua virtù e il suo vizio, fosse ammesso nella camera di consiglio del Destino (Antichità giudaiche XVIII 1, 3).

Come ricordato da Marco Treves, in Giuseppe Flavio il termine “destino” va inteso come “Provvidenza divina”. L’ebraismo postbiblico ha conservato nei secoli la dottrina del libero arbitrio. Questa notazione storica permette anche una più accurata interpretazione del pensiero paolino, spesso citato anacronisticamente a sostegno di una predestinazione assoluta.

Riportando le lettere di Paolo di Tarso nel contesto storico dell’ebraismo, risulta ancora più evidente come l’apostolo delle genti, di origine farisaica e con una forte preparazione rabbinica, quando parla di predestinazione non intenda mai predeterminazione.

Ettore Barra

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