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Teatro inglese: dopo Shakespeare non fu il nulla

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teatro inglese

William Shakespeare, morto nel 1616, è considerato l’autore più influente del teatro inglese e, pace all’anima di molti autori francesi ed italiani, dell’Europa in generale. Coi suoi versi ha fatto sognare milioni di spettatori: da Romeo e Giulietta a Macbeth, dalla Bisbetica domata al Riccardo III, almeno una delle sue opere, che spaziano dalla tragedia alla commedia al dramma storico, piace a chiunque le conosca. La maestosa autorità di Shakespeare nel panorama del teatro inglese, però, ha inevitabilmente oscurato gli autori del Seicento: conosciamo tutti l’espressione teatro elisabettiano, ma precisamente cos’è successo nel secolo successivo?

Il teatro inglese nella prima metà del Seicento

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Schizzo dello Swan Theatre, tipico teatro elisabettiano: forma circolare, platea all’aperto e palco (“outer stage”) proteso verso il centro.

Fino agli anni ‘40 del Seicento il teatro inglese conservò la sua caratteristica di fulcro della vita sociale, in continuità col Cinquecento. L’evento che determinò il cambiamento fu, nel 1642, lo scoppio della guerra civile inglese. Si prospettavano anni bui per il fiore all’occhiello della letteratura inglese, momenti difficili per i teatranti e per gli autori: i teatri furono chiusi (e spesso irreparabilmente danneggiati), ogni attività d’intrattenimento fu messa fuori legge, eccezion fatta per gli spettacoli musicali.

Mai sentito parlare dei puritani? Protagonisti del movimento rivoluzionario che portò all’abolizione della monarchia e all’unico periodo repubblicano in tutta la storia dell’Inghilterra, essi nutrivano una fortissima ostilità verso il teatro, considerato come intrattenimento superfluo e perfino luogo di perdizione.

Forse a causa della forzata inattività, forse perché i tempi stavano cambiando e con essi anche la società, sta di fatto che il ritorno del monarca (stiamo parlando di Carlo II Stuart) inaugurò una nuova stagione teatrale, radicalmente diversa dalla precedente.

L’ultimo quarantennio: il teatro della restaurazione

Nel 1660, con l’ingresso delle truppe realiste a Londra e la restaurazione della monarchia, uno dei primi provvedimenti fu proprio la riapertura e ricostruzione dei teatri. Analizziamo brevemente questo fenomeno: possibile che al re il teatro stesse tanto a cuore? Ebbene, esso aveva rappresentato, nel secolo precedente, il punto d’incontro di tutte le classi sociali, un momento di svago e riflessione al contempo (basti pensare che le opere di Shakespeare trattano spesso il tema della sovranità, stabilendo un contatto tra re e popolo): per il re esso rappresentava un utilissimo strumento di controllo.

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Il Drury Lane, esempio di teatro inglese del Seicento: sala al chiuso, sipario e maestosi fondali dipinti che permettavano scenografie spettacolari per l’epoca.

Dicevamo, però, che la società stava cambiando: i progressi economici spingevano nella direzione della borghesia nascente. Il re tuttavia, cresciuto e pasciuto in Francia nei lunghi anni dell’esilio, non aveva grande interesse nel contatto col popolo, caratteristico invece del regno di Elisabetta: di certo alla corte del giovanissimo Re Sole si era abituato a ben altri vezzi! Il suo interesse principale nel restaurare il teatro inglese non era più quello di stabilire un contatto coi suoi sudditi, ma di creare una forma di intrattenimento elegante e raffinata, adatta alla sola aristocrazia, in grado di competere col teatro continentale, soprattutto francese (all’epoca spopolavano particolarmente l’eroismo tragico di Corneille e le passioni primitive di Racine). A posteriori possiamo comunque affermare che gli autori inglesi non si distinsero nella produzione di tragedie, bensì di commedie.

La comedy of manners: uno specchio della società

La satira di costume andava molto di moda anche in Francia: le opere di Molière lo testimoniano perfettamente. La commedia inglese, comunque, occupa un ruolo peculiare all’interno del genere: essa riflette una specifica classe sociale, l’aristocrazia, nell’ultimo secolo della sua supremazia. Come un frutto che, giungendo al culmine della maturità, è già sul punto di andare a male, l’aristocrazia del secondo Seicento è marcia dentro, cinica, priva di scrupoli e dedita unicamente al culto sfrenato dell’esteriorità.

La genialità degli autori di commedie, tra cui Dryden e Congreve, fu quella di fornire una sottile satira dell’alta società del tempo limitandosi semplicemente a metterne in scena le esasperazioni. Così il fop (“damerino”) rappresentava l’uomo ossessionato dalla moda, colui che dell’esteriorità aveva fatto l’unica ragione della propria vita:

Amo essere invidiato e non sposerei mai una donna che sono l’unico ad amare. […] Mi piace avere rivali in amore, fa sembrare che mia moglie sia ancora un’amante. [1]

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illustrazione per “The Man of Mode” (Etherege)

La figura più importante, tuttavia, è quella del rake (una sorta di Don Giovanni): il libertino infatti, pur appartenendo alla medesima classe sociale aristocratica, ne sta ai “margini” e, con la sua aperta dissolutezza, ne svela l’ipocrisia. Basti pensare che il protagonista di “La Sposa di Campagna” di Wycherley si finge eunuco per poter frequentare liberamente donne sposate: in questo modo non desterà sospetti tra gli ignari mariti e, ciò che più importava, non rovinerà la reputazione delle donne.

La forza della comedy of manners sta dunque nello storicizzare un male delle società di ogni tempo: il predominio dell’apparenza sull’essenza e l’ipocrisia che da esso deriva. Non conta ciò che è realmente, ma ciò che appare agli occhi degli altri.

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

Il teatro della Restaurazione,  Paolo Bertinetti

[1] The Country Wife, W. Wycherley

immagini: google images

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