Psicosi delle 4.48 al teatro Elicantropo

Omaggio a Sarah Kane e alla sua ultima, dolorosa psicosi

Quando entrare in sala tramortisce lo spettatore con la sensazione di aver messo piede in un qualcosa di vivo e fortemente comunicante, di essere stato accolto nell’animo del personaggio e della scena; allora si tratta di arte. Quando nell’uscire dalla sala lo spettatore non si distacca immediatamente dalla dimensione che ha vissuto e porta con se un magone, frutto dell’esperienza attraversata come propria, allora il teatro ha svolto il suo compito. È questo il caso di quanto è accaduto al teatro Elicantropo, che ha offerto il palco ad una bravissima Elena Arvigo, nei panni della complicata Sarah Kane nella sua psicosi delle 4.48, ultimo sconnesso e frammentato grido di disagio e di dolore lasciato dalla giovane e brava autrice a questo mondo prima di abbandonare il peso della vita che non riusciva più a sorreggere. In un contesto di follia dovuta alla troppa lucidità dell’autrice, la Arvigo riesce a comprendere il dramma di questo ossimoro e lo offre al pubblico impastato del travolgimento emotivo che uno scritto vivo quale quello in questione richiede.

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Dettaglio della scenografia

La suggestione della scenografia è sufficiente a trascinare lo spettatore d’impatto in un vortice di sensazioni che hanno ben poco di ragionato. È del tutto intuitivo leggere nei frammenti di specchi rotti sparsi per il palco o appesi alle corde i cocci di una persona e di un animo frammentato che riflette in modo deformato se stesso. Come resta intuitivo il messaggio di un intero palco  cosparso di terreno, simbolo di vita come di morte. “Dieci metri di arena di fallimento” – come scrisse la Kane – erano materialmente sul palco, sotto i piedi, sulla pelle dell’attrice.

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Dettaglio della scena cosparsa di terra

La sua voce accoglie il pubblico nel buio più totale prima che si accendano le luci sullo spettro di una donna nel suo ultimo e più drammatico flusso di coscienza, che accovacciata nella terra, gioca con le enormi carte della sua vita e manda in pezzi gli specchi riflettenti la sua immagine. Originale il gioco di tagli di luce che sembra quasi seguire l’attrice e ricreare più cambi di scena nonostante il palco non sia troppo grande, ma non manca la Arvigo di viverlo tutto, fino ad uscire di scena per poi rientraci, attraversando l’attenzione e la sensibilità degli spettatori.

Le musiche, come l’ideazione della scena e dell’impianto luci, sono frutto dell’attrice protagonista e della regista dello spettacolo, Valentina Calvani. La sensazione palese allo spettatore e frutto dell’estro creativo delle due artiste è quella di veder quasi materializzarsi le parole scritte nella loro poetica struttura cartacea; nel rispetto della forma lirica che la giovane Sarah Kane aveva dato al suo dolore prima di lasciarlo vincere. Le parole sembrano possedere l’attrice, eppure lei le possiede con maestria; in un gioco di coinvolgente connessione emozionale fra il testo, la sua autrice, la sua interprete, lo spettatore.

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Elena Arvigo in scena

La difficoltà di esprimere un dramma simile, tramite una sconnessa mitragliata di parole che non sembrano avere un senso preciso ma che nascondono un animo e un controverso uragano di sensazioni, è risolta con successo da un’attrice di straordinario talento che sembra mettere a disposizione del pubblico emozioni vere e sincere entrando per cinquantacinque minuti nella vita e nella mente di una donna sofferente senza relegarla ad una banale follia, ma affrontando il  suo lucido trauma della consapevolezza del vivere  e offrendone  i contenuti al pubblico fino a toccarlo nel profondo.

Letizia Laezza

4.48 Psychosis di Sarah Kane – Teatro Elicantropo (sito ufficiale) 

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