Home Musica del Novecento Storia della musica italiana Enrico Caruso: il napoletano d’America

Enrico Caruso: il napoletano d’America

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Enrico Caruso è stato uno dei più famosi tenori napoletani tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La sua storia invita a inseguire i sogni e farli diventare realtà, al di là delle discriminazioni e dei pregiudizi.

Le umili origini di Enrico Caruso

Enrico Caruso nacque a Napoli, nella via allora detta “di San Giovanniello”, il 25 febbraio 1873. Il padre faceva il meccanico e la madre morì quando Enrico aveva 15 anni.
Il giovane si trovò in condizioni di desolazione e miseria, credeva che il suo destino fosse già segnato e che fosse destinato a fare l’operaio come suo padre.
Camillo Albanese descrive con grande enfasi i pensieri e le sensazioni che probabilmente il giovane Caruso poteva aver provato:

La sua strada sembrava segnata: anche lui avrebbe fatto il meccanico, si sarebbe mescolato a quella massa nerastra che ogni mattina, proveniente dalle periferie più estreme della città, si incamminava infreddolita verso il luogo di lavoro, con sotto il braccio un pezzo di pane e dei broccoli lessati […].
Il piccolo Caruso, infatti, seguì il padre nella officina Meuricoffre, dove guadagnava due centesimi all’ora.

La scoperta di un talento

A scoprire fortunatamente il talento di Caruso fu Rosa Baretti, la sorella del medico che andava a visitare la madre di Enrico e che, sentendolo una volta cantare, ne era rimasta così affascinata che decise di pagargli gli studi di canto e di educarlo. Il ragazzo fu aiutato anche da don Giuseppe Bronzetti, il parroco locale, che lo inserì nel coro parrocchiale.
Fino a 20 anni, era il semplice cantore di paese, che faceva serenate e cantava ai battesimi e ai matrimoni, ma la sua carriera fu tutta in ascesa.

L’ascesa sociale e le difficoltà di Enrico Caruso

Caruso
Caruso posa accanto a un elegante grammofono

Caruso iniziò pian piano ad esibirsi negli stabilimenti balneari del Granatiello e della Marinella fino ad arrivare al teatro Santa Lucia. Camillo Albanese ben ricorda però che i suoi esordi non furono facili, poiché non trovò sul suo cammino chi gli aprisse la strada: il giornalista Nicola Daspuro, corrispondente a Napoli della casa editrice musicale Sonzogno, lo bocciò, salvo riproporlo lui stesso, alcuni anni dopo, quando il cantante già riscuoteva successi nei teatri d’Italia.

Negli ultimissimi anni dell’Ottocento Caruso era ormai un cantante affermato, tutti i teatri d’Italia, tra cui il Lirico di Milano, il Carlo Felice di Genova, il Massimo di Palermo, il Politeama di Livorno, facevano a gara per scritturarlo. Tutti lo apprezzavano tranne la sua bella Napoli.

I pregiudizi e le discriminazioni

A Napoli si conoscevano le umili origini di Caruso e quando il teatro San Carlo lo scritturò per L’Elisir d’amore , il critico musicale del “Pungolo”, Saverio Procida scrisse che aveva la “voce ingolata e baritonale”:

Lo straccione di San Giovanniello, il posteggiatore, come osava presentarsi al San Carlo ?…Esistono anche napoletani meschini che non sopportano il successo di altri uomini, in particolare se sono della medesima terra […].

Il 30 dicembre 1901 Caruso si esibì ma fu fischiato dal pubblico napoletano, manovrato a dovere.
Da allora, non volle mai più esibirsi a Napoli.

Il napoletano d’America

Caruso
I funerali di Caruso

La carriera di Caruso continuò prevalentemente in America, dove realizzò ben 607 rappresentazioni al Metropolitan di New York e divenne il tenore più pagato dell’epoca. Caruso iniziò a vivere negli agi e nelle ricchezze anche se nel cuore, nonostante tutto, aveva Napoli.
Caruso negli ultimi anni di vita infatti vi tornò e morì a Sorrento il 2 agosto 1921:

Quella Napoli che l’offese da vivo, lo celebrò da morto; le sue esequie nella basilica di San Francesco di Paola furono definite “omeriche” per la loro grandiosità. Tutta la città si inchinò di fronte al tenore scomparso.

Raffaela De Vivo

Bibliografia:

C. ALBANESE, Le curiosità di Napoli, Newton, Roma, 2007

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