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Violenza e aggressività: risposte del diencefalo

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La violenza e l’aggressività, riconducibili da un punto di vista neurofisiologico al diencefalo, sono sempre state oggetto di studio durante i secoli passati, e sono tutt’ora un campo della ricerca molto vivo.

Gli esperti in genere hanno analizzato questi comportamenti con metodologie diverse, che spaziano delle basi anatomo-fisiologiche a quelle dei meccanismi biochimici, fino all’osservazione condotta nei contesti più diversi, come la prigionia del topo nella gabbia, dell’uomo nei lager nazisti, degli astronauti nella capsula spaziale.

Nei secoli la neurofisiologia si è evoluta, e pur essendoci ancora un grandissimo quantitativo di incertezze e di dubbi, è stato possibile stabilire delle connessioni tra varie zone del cervello, che controllano comportamento, emotività e diverse aree del corpo.

Il diencefalo, fra queste, è costituito da strutture che si trovano lateralmente al terzo ventricolo, tra cui l’ipotalamo in basso, il talamo al centro e l’epitalamo in alto.

Diencefalo: i primi studi sui modelli animali

È chiaro però che gli studi sul comportamento umano hanno dei limiti etici evidenti e per questo vengono spesso presi in considerazione modelli animali, i quali danno numerosi vantaggi, in quanto il loro comportamento, è facilmente prevedibile e analizzabile, sia a livello quantitativo che qualitativo.

Uno dei primi studiosi ad interessarsi a questa tematica fu Charles Darwin, che nel 1872 pubblicò un’opera, dal titolo “The expression of the emotion in man and animals”. In questa sede egli, fra l’altro, descrisse dettagliatamente la risposta comportamentale del gatto in presenza del cane, che risultava essere costituita da curvatura del dorso, abbassamento del capo, dilatazione delle pupille, erezione del pelo, aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, brontolio sordo e il soffio finale, che rappresenta il culmine di questa reazione comportamentale.
Diversi anni dopo, tra il a 1944 e il 1969, Hess riprodusse la reazione di “difesa-offesa”  nell’animale non narcotizzato e libero di muoversi, stimolando elettricamente specifiche aree ipotalamiche. Era la prova che l’attivazione di alcune zone del sistema nervoso centrale poteva evocare risposte comportamentali complesse.

Oggi sappiamo che la stimolazione dei nuclei ipotalamici laterali induce nel gatto mansueto verso il topo, un caratteristico attacco di tipo predatorio, costituito da comportamenti quali esplorazione dell’ambiente, puntamento e silenzioso avvicinamento della preda, attacco repentino con morso alla nuca del ratto e uccisione di quest’ultimo. La stimolazione del nucleo ventromediale dell’ipotalamo dà luogo invece alla reazione di difesa-offesa descritta da Darwin e indotta da Hess e, infine, la stimolazione dei punti situati più anterolateralmente evoca reazioni di fuga.

Tra i mammiferi dunque i modelli più utilizzati come fonte di esperimento sono il gatto e il topo, grazie alla somiglianza di alcune strutture del SNC con quelle dell’uomo.

Lesioni del diencefalodiencefalo

È stato dimostrato che il nucleo dorsomediale del talamo è implicato in molte funzioni superiori. Una lesione in questa sede può portare ad una riduzione dell’ansia, dell’aggressività e del pensiero ossessivo. È anche possibile riscontrare un’amnesia transitoria che con il passare del tempo può portare ad uno stato confusionale. Gran parte della manifestazioni neuropsicologiche in seguito ad una lesione del nucleo mediale del talamo sono caratterizzate da disfunzioni simili a quelle conseguenti ad una lesione della corteccia prefrontale (con la quale è per giunta interconnesso). Gli effetti dell’ablazione, ovvero dell’asportazione, del nucleo dorsomediale rispecchiano quindi quelli della lobotomia prefrontale.

Conclusioni

Diventa quindi chiaro che la mera stimolazione di specifici centri nervosi determina l’attivazione di un comportamento corrispondente (nel caso dei nuclei del diencefalo aggressività), ma è altrettanto vero che questo non basta per capire a fondo la neurofisiologia del comportamento, la quale è caratterizzata da collegamenti che vanno a coinvolgere altre aree del cervello (come la corteccia prefrontale citata in precedenza), molte delle quali sono tutt’ora sconosciute.

Christian Nardelli

 

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