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Allegorie e riferimenti in Li dis dou vrai aniel

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Intorno alla prima metà del XIII secolo in Europa si diffonde all’interno della tradizione novellistica sia in volgare che in latino un tema ricorrente che ha del leggendario: appartiene a quell’epoca infatti un testo anonimo di circa 400 versi, scritto in antico francese (lingua d’oïl), incentrato sulla figura di tre anelli, capaci di portare la beatitudine e la discordia per ragioni contrastanti.
Come vedremo, il tema è ricorrente – sebbene con minute variazioni – in altri esemplari della produzione dell’epoca, come in Li dis dou vrai aniel.

La narrazione

La ragione del testo è un’esortazione ai cavalieri cristiani di intraprendere la crociata (probabilmente la quinta o la sesta), e per oltre la metà della sua struttura racconta la leggenda dei tre anelli: un cavaliere dal cuore buono possiede un anello capace di guarire ogni malattia, e passa il suo tempo a offrirlo a chi ne ha bisogno; egli ha tre figli, ma solo uno di loro ha ereditato la bontà del padre. Conscio di ciò, in punto di morte il cavaliere affida al figlio prediletto il vero anello, mentre per non contrariare gli altri due, costruisce due copie perfette del monile e fa credere a ciascuno di loro di avere l’originale.

Un giorno uno dei tre fratelli si vanta di aver ricevuto lui l’anello paterno, vanificando così il proposito del cavaliere. Vengono effettuate varie prove e condotti diversi malati per stabilire infine chi abbia l’originale di quei tre anelli identici; alla fine, suo malgrado, il gentile fratello deve ammettere di avere quello giusto, e allora gli altri due, invidiosi, lo scacciano dai possedimenti paterni.

Li dis dou vrai aniel e i suoi affini

La storia finisce qui; del resto seguendo fedelmente il titolo (ovvero in italiano La «parabola» del vero anello) i lettori dell’epoca erano già guidati verso l’inevitabile esito degli anelli contraffatti, lasciando affiorare quella che è l’idea che si desidera difendere: i tre anelli sono un’allegoria delle tre grandi religioni monoteiste, ovvero ebraismo, Islam e cristianesimo; tuttavia, nel clima delle crociate si intendeva attribuire solo ad una, chiaramente il cristianesimo, personificato dal fratello gentile, la capacità di riconoscere la verità tramite un anello miracoloso, ovvero il Cristo, segno della predilezione di Dio (=il cavaliere). Compito dei fedeli è quindi difendere l’osservanza della religione ‘vera’.

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Carta incipitaria del Gesta romanorum

Ma vediamo le altre varianti: queste, oltre ad essere leggermente diverse quanto a dettagli narrativi, posso presentare anche una ragione testuale differente. Una delle varianti più illustri è la novella di Melchisedec (III, 1ª giornata) del Decameron di Boccaccio, su cui non ci soffermeremo più a lungo.

Ci basterà osservare che nella novella le affinità narrative sono molte, ma il messaggio del testo è esattamente l’opposto: l’esito della storia di Melchisedec vuole dimostrare l’intrinseca veridicità delle tre religioni, rendendo quindi un confronto contrastivo tra loro inutile e dannoso: sono tutte e tre religioni rivelate, e pertanto confutare il principio di una delle due significa confutare quello della propria stessa religione.

Altrettanto interessante è la raccolta narrativa in latino detta Gesta romanorum, risalente sempre al XIII secolo, ma la cui area di origine è difficile da stabilire.

Anche qui come in Li dis abbiamo un cavaliere con tre figli: in punto di morte, al primo lascia la sua terra e un anello, al secondo i suoi forzieri – tra cui un anello -, mentre al terzo lascia solo un altro anello identico, sostenendo però che si tratta del suo tesoro più grande e prezioso.

Subito i primi due fratelli desiderano mettere alla prova le virtù di ciascuno dei loro monili, nonostante le rimostranze del terzo, che ritiene di possedere palesemente lui quello prodigioso, non avendo ricevuto altro. La prova della guarigione alla fine gli dà ragione.

Il racconto si interrompe qui, ma il senso della storia è precisato in una sorta di morale: l’anello rappresenta il Signore, che generò tre figli, ovvero le tre religioni: al primo figlio promise una terra; si tratta quindi dell’ebraismo, al secondo i suoi forzieri; parliamo quindi dell’Islam (proverbiale era al tempo il luogo comune delle ricchezze orientali), al terzo non lasciò nulla di materiale, ma il potere della fede in Cristo per guarire le affezioni (in questo caso dell’anima).

Come si vede, il senso del racconto qui è diverso da Li dis dou vrai aniel: innanzitutto lo stesso non si conclude con un motivo di tensione, a differenza de Li dis, ma viene messo in luce un criterio razionale di giustizia: il terzo fratello, di suo non migliore degli altri due, riceve nient’altro che la fede in Cristo. Si tratta però di una fede diversa, che gli altri fratelli non possiedono – o meglio possiedono, ma nella forma di un anello comune, ovvero senza virtù prodigiose. La giustizia della ripartizione dell’eredità permette a tutti e tre di essere soddisfatti del lascito.

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Se ne potrebbe cogliere, in conclusione, l’auspicio di una convivenza pacifica e alla pari fra queste religioni che non sono altro che i figli di uno stesso padre. Indubbiamente un’idea quanto mai attuale, di cui sarebbe opportuno ricordarsi ai nostri giorni.

Daniele Laino

Note

Per chi mastica il tedesco, è da segnalare questa versione de Li dis, ad opera di A. Tobler, unica traduzione ufficiale in una lingua moderna europea.

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