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Napoletanità positiva e negativa

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Cosa significa essere napoletani ? Valentino Di Giacomo scrive che la napoletanità è uno stato dell’anima e che è un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, configurandosi come un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri.

Ma perché essere napoletani significa essere “diversi” ? Occorre chiarire se una tale diversità sia da intendersi in modo positivo oppure negativo.

La napoletanità è positiva

napoletanità
La napoletanità è musicale

Francesco Durante, nel suo libro dal titolo semplice quanto efficace “I Napoletani”, scrive che per diventare napoletani c’è bisogno di una certa prensile attitudine alla mimesi che parta dal riconoscimento di una “ricchezza” napoletana che di fatto è incontrovertibile. I primi aspetti positivi della napoletanità, individuati dal Durante, sono l’affettuosità e la musicalità dei gesti e delle emozioni napoletane.

Caruso di Lucio Dalla è un mirabile esempio di riproduzione-sintesi di uno “spirito” riconoscibile come “napoletano”. Altrettanto forte è la canzone Dicitencello vuje di Enzo Fusco, il cui ritornello recita:

‘A voglio bene…
‘A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm”a scordo maje.
E’ na passione,
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema…
e nun mme fa campá!…

Le parole di Enzo Fusco hanno un chiarissimo significato: esprimono il tormento dell’innamorato, stretto da una “passione più forte di una catena”. La passione, la calorosità, il modo ridondante di esprimere un sentimento effusivo è tipico della napoletanità. E la particolarità è che spesso queste emozioni sono espresse con potenza attraverso l’arte del canto.

Un’altra canzone che già dal titolo ci fa imbattere nella napoletanità più assoluta è “Spassiunatamente” di Conte. Si capisce che il titolo è costituito da un avverbio di grande vocalità partenopea, al modo di Indifferentemente. In questa canzone, addirittura, la mezzaluna sul mare è una “scudisciata turcomanna”. Si tratta di un dialetto di cui i napoletani sono orgogliosi.

Infatti, il fattore preponderante della napoletanità è il dialetto, che si configura come una vera e propria “lingua a sé stante”. I napoletani hanno inventato fantasiose metafore per esprimere in maniera colorita le semplici situazioni della vita quotidiana. Amedeo Colella chiama le simpatiche espressioni napoletane “paraustielli”, ossia iperboli verbali che esprimono concetti semplici.

Il Colella scrive:

napoletanità
Un proverbio napoletano

Credi, per esempio, che a’ capa sia semplicemente la testa ? (tra l’altro il napoletano testa è il vaso delle piante, “na testa e’ gerani”). Leggi un po’….

Tené a’ capa fresca (letteralmente “avere la testa fresca”). Me lo diceva mio padre quando, nei primi anni ’80 facevo l’ecologista e volevo differenziare la spazzatura. A quei tempi concetti considerati fissazioni radical-chic per sinistroidi che nun tenen’ niente a che pensà e quindi tenevano a’ capa fresca. Quando hai troppi pensieri invece tieni a’ capa ca te volle (testa che bolle).

Questo è solo uno degli innumerevoli esempi di espressioni in uso nella lingua napoletana. Per poter comprendere cosa rende “speciale” in napoletano, possiamo mettere a confronto una strofa della canzone Era de maggio scritta da Salvatore Di Giacomo con la sua traduzione in italiano:

napoletanità
Il napoletano e l’italiano a confronto in alcuni “modi di dire”

E diceva: “Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll’ore…
chisà quanno turnarraje?”
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.”

E diceva, “Cuore, cuore!
cuore mio lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore.
chi sa quando tornerai?”
Rispondevo io “Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui”

Già leggendo il testo, ci accorgiamo che il napoletano ha una forza espressiva molto più pregnante e coinvolgente.

La napoletanità negativa

napoletanità
Il 5 dicembre a Napoli si è tenuta una manifestazione per dire no alla camorra

Il concetto di napoletanità in senso negativo è attribuito purtroppo alla criminalità che ha sporcato la nostra terra. Spesso, ci capita di sentirci additati come “napoletani” nel senso di camorristi e questo è molto spiacevole perché, in realtà, la maggior parte della popolazione napoletana è formata da gente onesta. La camorra ha dato un’immagine negativa di Napoli perché agisce all’aperto, nelle strade, con sparatorie che provocano vittime innocenti tra i passanti, anche per il regolamento dei conti tra le sue varie “famiglie” che si contendono il territorio. Ma oggi il vero problema a Napoli è che la criminalità tende a sconfinare dal suo ambito naturale in una zona grigia che si va sempre più allargando, dove diventa difficile distinguere la linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito, tra affari e illegalità, tra la società civile e quella criminale. A volte la realtà napoletana è orribile, ma è altrettanto orribile il naturalismo orribilistico che pretende di rappresentarla. Raffaele La Capria, in una lettera inviata a Giorgio Bocca, scrive:

Dici che a Napoli siamo soltanto dei camorristi, dalla preistoria a oggi, poveri noi ! È vero, i camorristi ci sono, ma ci sono anche gli altri e sono la maggioranza.

Napoletanità vuol dire fantasia, passione, intelligenza, cultura, amore per le proprie tradizioni; al contrario napoletaneria significa oleografia,banalità, volgarità, sciatteria ed esaltazione dell’ignoranza.
Due termini dicotomici che spesso vengono confusi da chi non conosce Napoli ed i napoletani.

Si tende da parte dei mass media ad ingigantire le storture di questa città, che pur rappresentano una mortificante realtà, ma si dimentica con troppa facilità il suo patrimonio culturale, la laboriosità di gran parte della sua gente, si trascura la genialità e la filosofia di vita del napoletano, che rappresentano un patrimonio da difendere e da valorizzare.

Raffaela De Vivo

Bibliografia:

R. LA CAPRIA, Napoli, Mondadori, 2015.

A. COLELLA, Manuale di napoletanità, Ateneapoli, Napoli, 2010.

G. BOCCA, Napoli siamo noi, Feltrinelli, Milano, 2006.

F. DURANTE, I Napoletani, Neri Pozza, Vicenza, 2011.

Sitografia:

http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo77/articolo.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Era_de_maggio

http://www.ilnapolista.it/2011/09/la-napoletanita-non-appartiene-solo-ai-napoletani/

 

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