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Una Filumena che ride e che piange (prima)

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Filumena

FilumenaAl Teatro San Ferdinando di Napoli va in scena Filumena Marturano, capolavoro di Eduardo De Filippo; e, a sipario chiuso, il saluto finale non può che andare al recentemente scomparso figlio Luca, che, poco prima di lasciarci, ha fatto in tempo a concedere i diritti di rappresentazione della commedia ai due attori protagonisti, che sono Nello Mascia e Gloriana. Sarebbe potuto essere un buon ricordo questo rifacimento di Filumena, ma non lo è per diversi motivi, che vanno da una regia (dello stesso Mascia) che pare non cogliere l’essenza del testo all’inadeguatezza degli interpreti.

FilumenaSi parte con le musiche di James Senese, che non dispiacciono: la colonna sonora è una revisione in chiave jazz di Munasterio ‘e Santa Chiara, in linea con il copione e con l’ambientazione.

L’attacco, invece, non è quello classico con don Domenico che si schiaffeggia; prima vi è un’aggiunta atta a contestualizzare storicamente la trama, con un richiamo alla legislazione in norma di figli illegittimi che impegnò l’Assemblea Costituente tra il 1946-‘47, proprio gli anni in cui Eduardo scrisse e rappresentò per la prima volta l’opera.

FilumenaTutta la prima parte, che vede Domenico Soriano maturare via via l’idea di essere stato imbrogliato da Filumena, la quale gli ha estorto il matrimonio fingendosi in punto di morte, appare troppo gridata e scorre molto velocemente per essere una rissa che faccia anche da sintesi di quanto accaduto “dietro le quinte”.
Da un lato Nello Mascia, con la sua abituale recitazione “stizzosa”, dall’altra una Filumena (Gloriana) inchiodata alla poltrona, quasi impassibile, assopita. Non c’è traccia della Filumena ferina, descrittaci da Eduardo «in atteggiamento da belva ferita, ma pronta a spiccare il salto sull’avversario».
E si procede così, con Gloriana  seduta quasi per tutto il tempo. Che questa scelta serva a dimostrare che ora l’ex prostituta possa dirsi finalmente padrona in casa Soriano? Ma Filumena è una furia, deve agitarsi e occupare materialmente tutti gli spazi, almeno deve fulminare con lo sguardo, non può assolutamente stare ferma.

Filumena sa piangere

FilumenaPresto, dunque, si scopre che questa Filumena pare aver perso la propria vitalità, tanto da avere costantemente la voce rotta dal pianto. Ma come: Filumena non è «chella ca ‘a leggia soia è ca non sape chiàgnere»? E qui allora tutto viene allo scoperto e si fa manifesto: per quanto la regia riesca a porre un freno alla vena patetica tipica di Gloriana, questa voce piagnucolosa ogni tanto esce fuori e fa grossi danni.

Filumena se la ride

Ma vi è di più. Nel tentativo di arginare lo spirito da sceneggiata dell’interprete femminile e aggiustare il tiro della sua Filumena, Nello Mascia ha dovuto leggere il personaggio della protagonista in tono farsesco, fraintendendo – volutamente? – la frase chiave: «cunuscevo sulo ‘a legge mia: chella legge ca fa ridere, no chella ca fa chiagnere!». E così Gloriana si rivolge al pubblico, cerca la complicità con lo spettatore e, più la sala ride, più l’attrice marca con tempi comici la battuta successiva.

C’è un po’ di sceneggiata con una Filumena che piange prima di quando dovrebbe; c’è molta commedia (non che nelle commedie di Eduardo non si possa ridere, ma il riso dovrebbe essere amaro); ma non c’è la sostanza: «chisto è nu dramma, gruosso» dice la Loren ai figli in Matrimonio all’italiana.

Non va meglio per la costruzione degli altri personaggi minori ma decisivi: Diana (Francesca Golia) non è cinica ma letteralmente stupida; Rosalia Solimene (Cloris Brosca), giustamente decostruita del bozzetto di maniera, pare però trovarsi sulla scena per puro caso; leggermente accresciuto – ma senza necessità – il ruolo di Alfredo Amoroso (Giancarlo Sorrentino), al quale spetta il compito di spingere don Domenico a ricongiungersi con Filumena in una scena che fa da collante tra il secondo e terzo atto che, pur se un’aggiunta al copione, è però eduardiana, in quanto tratta dal film Filumena Marturano con Titina.

FilumenaOpportuno, a evocare lo stordimento, il ruotare della sezione di palco su cui si trova Domenico nel momento in cui la “sposa” gli rivela di avere tre figli; corretti l’atteggiamento da galletto con cui Mimì vive il rapporto con Diana e, soprattutto, l’entusiasmo da bambino, più che da adulto, con cui egli vive la contentezza di sapere chi dei tre sia suo figlio. Ma tre scene giuste non fanno tre atti.

Tradizione o modernità?

La scenografia, di Raffaele Di Florio, è stilizzata e ridotta all’osso: un tavolo con sedie a sinistra di chi guarda, una poltrona a destra; di quella «spaziosa stanza da pranzo in un deciso “stile 900” sfarzosamente arredata» nemmeno l’ombra. E allora viene spontaneo chiedersi se tali scelte minimalistiche – molto di moda negli ultimi anni e che certamente hanno il vantaggio di portare lo spettatore a focalizzare l’attenzione sul testo e non sul contesto – abbiano sempre una loro ragione: di sicuro, in questo caso, niente permette di cogliere che Filumena, dal plebeo vico San Liborio, abbia ricevuto il “privilegio” di passare a vivere nella benestante casa Soriano. Una casa sì povera di sentimenti ma non certo priva di soprammobili che suggeriscano l’attenzione per l’esteriore e per il superfluo da parte di don Mimì.

FilumenaNon è poi una novità il fatto che i personaggi recitino la loro parte con alle spalle uno sfondo che cambia colore in relazione al sentimento dominante in ciascuno dei tre atti: il rosso come incendio della rabbia, il nero della rancorosa bile, il blu di una recuperata normalità.

È infine da segnalare la volontà di ricostruire il contesto in cui si svolge la vicenda con una serie di puntuali richiami storico-culturali, come quello all’articolo 30 della Costituzione già ricordato in apertura, i riferimenti alla Piedigrotta del 1945, a Sciuscià di De Sica, alle musiche importate dagli Alleati. Occorre però chiedersi che senso abbia una tale ricostruzione archeologica all’interno di uno spettacolo che propone la modernizzazione delle scene e, in parte, dei costumi (questi di Luca Sallustio). Un testo come Filumena Marturano, pur affrontando temi universali, riproduce una realtà contingente ormai passata; la scelta registica, allora, può essere o quella della massima fedeltà o quella – rischiosa ma coraggiosa – di salvare tutto il salvabile e modernizzare il resto: tertium non datur, in media (non) stat virtus!

In compenso, la mostra L’attore napoletano. Oggetti e fotografie appartenuti a protagonisti del teatro allestita nel foyer a cura di Giulio Baffi è ricca e interessante; però non vale i soldi del biglietto.

Carmine Caruso

 

Filumena
TEATRO SAN FERDINANDO – FILUMENA MARTURANO

fino al 6 gennaio 2016

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