Home Letteratura italiana medievale Firenze del '300 Familiares di Petrarca: l’ascesa al Monte Ventoso

Familiares di Petrarca: l’ascesa al Monte Ventoso

3838
Familiares

La vita si esplica nella grande, forse eterna, esperienza artistica. Ma il sentimento, la forza e la memoria recidono il filo che lega l’uomo allo scrittore. Si viene a creare una spaccatura e le due entità configgono, s’urtano, magari sanguinano e dal sangue cade la lettera. Il dolore non ha mai conosciuto punte di tale gentilezza, con le Familiares di Francesco Petrarca.

Familiares
Francesco Petrarca

Familiares, lo specchio e la struttura

L’opera del Petrarca non può essere letta senza conoscere la vita e le motivazioni dell’autore. Un connubio di erudizione e analisi, questa la storia dell’aretino. Erudizione e analisi giocati nel continuo fuggire, in quell’Italia trecentesca che vede salire alla ribalta i grandi signori. Ma la fuga del Petrarca è un galoppo senza conclusione, con sporadici attimi di quiete; vale tanto per la materia, il sentiero fisico, quanto per il dolore, la preghiera dello spirito.

Familiares

Le Familiares rientrano nel grandioso progetto di raccolta operato dal Petrarca al fine di scolpire un profilo ideale della sua esperienza. Si badi, per quanto queste epistole tradiscano una certa vanità, il loro tocco è tanto preciso da parere spontaneo.  Esse percorrono quasi trent’anni di vita del poeta e illuminano quel prisma di conoscenza di cui il Petrarca si giovava. Se posto, infatti, dinanzi alle questione di più sano argomento letterario, l’autore lascia fluire la penna e l’artificio si spegne al fuoco sacro.

Il Monte Ventoso: a Dionigi da Borgo Sansepolcro

Emblematica, in questo corpus, è l’Ascesa al Monte Ventoso, un’epistola di indiscussa fama e indirizzata a Dionigi da Borgo Sansepolcro; quest’ultimo svolge un ruolo cardine nella stesura della lettera, in quanto dalle sue mani Petrarca ricevette le Confessioni di Sant’Agostino. E sarà la voce antica del santo a tagliare il vanto, a eludere il classico rapporto di altezza e beatitudine.

Familiares
Vista dal Mont Ventoux

Siamo nel 1336, Petrarca e suo fratello Gherardo tentano di scalare il monte Ventoux, in Provenza. Già dalla descrizione del passo del congiunto, comincia a profilarsi la tremenda scure della colpa. Gherardo procede dritto, spedito, senza esitazioni; Petrarca indugia, tentenna, cade vittima di ripensamenti. Il processo di emendazione va compiuto. Giunti sulla cima dell’altura, Petrarca torna alle “passate tempeste”, la mole del sentimento e la mole dell’arte; ogni elemento riflesso da quel paesaggio che viene ignorato, ma che siamo in grado di evocare, vittime del gentile andare della scrittura.

 Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino (..)Dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.

Con ogni probabilità, se non vi fosse stata questa coincidenza, questo destino che cala sul Petrarca al pari degli eroi, sarebbe venuto meno anche il cardine del Rerum Vulgarium Fragmenta. Da Platone a Seneca, il poeta chiude in poche righe, in un tassello delle Familiares  la base delle future dinamiche esistenziali, quelle che verranno sviluppate soltanto nel tragico dolore del secolo nostro.

 L’arte: in risposta a Guido Sette

Famliares
Francesco Petrarca; Jofanelli

Se quello del Ventoso è un Petrarca umano, di carne e di sangue, quello della diciannovesima epistola tramuta il crudele giogo in dolce studio. Siamo dinanzi al Petrarca artista – giacché l’affetto libresco è qualcosa che trascende la semplice categoria dei “poeti” e va inscritto al piano universale delle Muse.  La lettera, indirizzata al fidato amico Guido Sette, contiene il seguente frammento:

 Di giorno e di notte ora leggo ora scrivo, alleviando un’attività col sollievo dell’altra, così che la fatica dell’una serve al tempo stesso da riposo e sollievo dell’altra. Non conosco altro piacere, altra dolcezza di vita all’infuori di questa. (…) Le mie opere mi crescono così sotto le mani e nuove opere mi incalzano continuamente (…) Frattanto io sospiro, veglio, sudo, ardo, mi sforzo di andare avanti e dove più fitta è la siepe delle difficoltà che mi ostacolano, lì più accanitamente mi applico, stimolato e incitato proprio dalla loro novità e durezza.

Questo è il cuore pulsante della storia, delle storie. In queste righe si formano Scipione, le lotte del Remediis, le grida campestri della realtà. Sono queste sillabe che tramutano Laura nel bell’intarsio della cesura. Soprattutto, sono queste righe a sconfiggere la morte. Alfieri scriveva: “Bieca o Morte minacci / e in atto orrenda”, Petrarca offre la risposta che ogni uomo d’arte ben conosce.

Silvia Tortiglione

Fonti:

Ernest Hatch Wilkins; Vita del Petrarca, Feltrinelli, 2012; Nuova ed. a cura di Luca Carlo Rossi; trad. di Remo Ceserani.

Commenti

Commenti