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Alberto Burri: materia, gesto, forma

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Burri
Rosso plastica, 1966

Sacchi di iuta, fogli di cellophane, passando attraverso i legni bruciati e le lamiere saldate, cellotex e caolino: è tra questi materiali che la creativa spregiudicatezza dell’artista Alberto Burri si muove senza sosta durante la sua intera carriera.

Burri
Sacco 5P, 1953

Nasce a Città di Castello nel 1915, e in seguito frequenta la Facoltà di Medicina (1940). Gli eventi bellici hanno la meglio e travolgono la sua vita, finendo prigioniero degli alleati, in un campo di concentramento nel Texas, a Hereford.  È forse proprio l’esperienza della prigionia a far maturare in lui il desiderio di accostarsi alla pittura che, una volta liberato, inizia a praticare a tempo pieno. Si stabilisce a Roma, dove ha modo di entrare in contatto con gli ambienti dell’avanguardia informale, divenendone ben presto uno dei più validi esponenti. La sua ricerca, imperniata sulle problematiche della materia, protagonista indiscussa, è sempre stata estremamente rigorosa (deformazione professionale potremmo dire), portandolo a dei risultati che avranno echi ed influenze anche oltre Oceano.

Burri
Grande ferro, 1961

Se la Materia, rimane l’affezione costante di Burri, i materiali sono destinati ad essere sostituiti, e la scelta può essere variabile. La matrice comune resta sempre e comunque quella di essere poveri, negletti, spesso rifiutati. Proprio perché usati e dismessi essi sono tangenti segni  di storia e di vita, come se le vicende personali di coloro che ne hanno fatto uso fossero state trasferite su di essi.

A partire dagli anni Settanta trova nei Cretti un nuovo modo di plasmare la materia: sperimenta un miscuglio di caolino, bianco di zinco, vinavil posto su base di cellotex quadrata o rettangolare per creare una superficie irregolarmente e casualmente crettata, appunto. Lo spessore del materiale e il tempo di essicazione, sono i due valori controllati dall’artista. In questo modo realizza grandi opere come al Museo di Capodimonte a Napoli o a Los Angeles.

Burri
Cretto nero, 1976

Facile immaginare in queste opere, in queste superfici le più diverse suggestioni: dalla sua terra d’origine, quella umbra, a quella conosciuta durante la prigionia, nel lontano Texas. Ma la ragnatela di solchi può suggerire anche stati d’animo profondi, tensioni interiori, lacerazioni dirompenti. Vi si può rivedere, volendo, la vita stessa, con le sue mille spaccature e contraddizioni.

Burri
Il grande Cretto Bianco a Gibellina

Gibellina (Valle del Belice, Sicilia) è l’esempio lampante. È il 1968 quando un forte sisma squassa la terra, e distrugge di colpo la piccola città. L’ex sindaco Ludovico Corrao, nel 1985, chiama a raccolta vari artisti di fama per elaborare insieme progetti di piazze, architetture e opere da mettere in atto nella fondazione della nuova città. Anche Alberto Burri vi prende parte, ma diversamente dagli altri decide di intervenire proprio sulle macerie, e seguendo le direzioni tracciate dall’antico assetto urbanistico, l’artista compatta e ingloba i resti nel cemento, creando la più grande opera di Land Art d’Europa, un grande Cretto Bianco. Le fenditure ora ricoprono il terreno, e ciò che rappresentano è la memoria storica. Come un monumentale sudario bianco ad eterno ricordo dell’evento distruttivo. È un’opera a misura d’uomo, fatta per essere percorsa, per dare a chi ha vissuto quella drammatica esperienza, un luogo in cui almeno immaginare la loro vecchia vita, e riconoscere quello che c’era e dov’era.

Chiare le parole dell’artista:  “Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di questo avvenimento. Ecco fatto” (Alberto Burri, 1995 da laRepubblica.it)

Burri
Cretto G1, 1975

Il 2015 è  l’anno in cui cade il Centenario della nascita di Burri, e oltre a tutte le manifestazioni nazionali e internazionali svolte in ricordo del grande artista, la Regione Sicilia in collaborazione con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha deciso di completare questa grande opera di Land Art, senza eguali nel panorama artistico internazionale; portando finalmente a termine quello che negli anni Ottanta per mancanza di fondi era rimasto interrotto.

 Marina Borrelli

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