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Beirut, i bohémien dell’indie

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Beirut

I Beirut sono ormai una piacevole sorpresa nel mondo della musica da anni. In attesa del loro ritorno con il nuovo album, conosciamo meglio la loro storia.

Cosa succede quando il vasto panorama della musica indie incontra sonorità dell’est europeo e un ukulele?

Nasce un caso come quello dei Beirut, il gruppo indie americano nato a Santa Fe (New Mexico) che con tre album pubblicati (Gulag Orkestar nel 2006, The Flying Club Cup nel 2007 e The Rip Tide nel 2011)  hanno conquistato la critica musicale per la loro originalità fuori dal comune.

Originali, a cominciare dal nome. Perché proprio ‘Beirut’? Cosa collega la capitale del Libano con dei ragazzi statunitensi? Assolutamente niente. Il nome è stato però scelto tra una lista di città, ossia Pompei, Minsk, Bilbao e appunto Beirut. Pompei tra l’altro diventa il nome dell’etichetta che pubblicherà i loro album (la Pompeii Records appunto).

Beirut

Il leader della band è Zachary Francis Condon. Zach, di Santa Fe, nato nel 1986, è sempre stato affascinato dalla musica: tanto è vero che in età adolescenziale (quindici anni) incideva dischi con il suo vero nome o con il nome d’arte The Real People. Zach rappresenta l’anima della band, in quanto conserva i tratti propriamente americani per lo stile, ma possiede una voce che ricorda i tanto ricercati ed amati chansonnier francesi, il tutto accompagnato dalla capacità di suonare la tromba, il flicorno ma soprattutto l’ukulele, uno dei simboli delle canzoni della band.

L’amore per questo strumento è nato per l’impossibilità di suonare una qualsiasi chitarra a causa di problemi al polso, ma non tutti i mali vengono per nuocere ed ecco che canzoni come Postcards From Italy diventano oggetto di cover da Florence Welch dei Florence + The Machine (qui la recensione dell’ultimo album).

I Beirut e il viaggio

I Beirut sono dei musicisti bohémien, maledetti nello spirito, e se proprio vogliamo indagare nei possibili riferimenti storici possiamo trovarli un punto d’incontro tra lo stile di Goran Bregovic e quello di Beck: un’apparente antitesi. Il genere dei Beirut è da definire come un indie cosmopolita, una musica mondiale, e questo deriva anche dalla passione per i viaggi di Zach Condon, che a diciassette anni con suo fratello girò l’Europa. Da questo viaggio nacque la passione sfrenata per il folk balcanico (ma spesso anche con incursioni sovietiche) che influenzerà il primo album, Gulag Orkestar. Gulag Orkestar è un viaggio, un viaggio vero e proprio che parte dalle steppe russe (il CD parte proprio con la canzone The Gulag Orkestar) per fare varie soste a Berlino (con le canzoni Prenzlauerberg e Brandenburg, nome di due quartieri della capitale tedesca), per poi approdare in Italia, passando da melodie serie ed altezzose, con strumenti da orchestra, al suono dolce ed estivo dell’ukulele, come un cambio di stagione. Subito si ritorna in Germania, con Rhineland (Renania), per poi fare una sosta a Bratislava con l’omonima canzone, dove l’atmosfera sembra proprio quella di un circo balcanico. Niente di tutto questo è arrivato al grande pubblico: se consideriamo originale questa idea nel 2015, considerate che Gulag Orkestar è uscito nel 2006.

http://https://www.youtube.com/watch?v=-UJX0QpkhhU

Trombe squillanti ed insistenti, valzer e ballate tzigane, uso del glockenspiel, ma ancora mandolini, sax, flicorni: un tripudio di timbri che combaciano alla perfezione con i testi scritti nelle notti insonni di Zach Condon.

Ma la loro storia non è finita nel 2011, quando è uscito il loro ultimo album. Dopo essere sparito dai radar, Zach Condon ha annunciato l’uscita di una nuova creatura, No No No, prevista per l’11 settembre 2015.

Stando a un comunicato stampa, l’ispirazione per l’album è arrivata da un momento di crisi fisica e mentale che aveva colpito Condon in Australia nel 2013, oltre che da un divorzio. “Ero completamente distrutto e il mio corpo me la stava facendo pagare”, ha dichiarato. “Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo di fronte ad estremi dubbi su me stesso. Avevo toccato il fondo.” La cosa è stata poi risolta dall’inizio di una nuova relazione. “Avere una presenza positiva come la sua significa avere sia una guida sia una luce che splende su tutte le cose negative della tua vita. Sicuramente non sarei dove sono adesso se non fosse stato per lei.

Da queste anticipazione ci si aspetta che nel nuovo album prevalga il lato romantico su quello malinconico, le due anime principali dei Beirut. Aspettando con attesa il nuovo lavoro, ecco il primo estratto, la canzone che prende il nome dal titolo dell’album, No No No, che vi proponiamo:

http://https://www.youtube.com/watch?v=WfE156KQBa0

Diego Sbriglia

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