Home Letteratura moderna (1500-1700) Letteratura del '700 La grazia delle marionette di Kleist e Mann

La grazia delle marionette di Kleist e Mann

3668
La grazia

L’espressione tedesca «sich versteigen», letteralmente traducibile come «smarrirsi salendo troppo in alto», derivata dal linguaggio alpinistico, denota la situazione in cui, scalando un monte, ci si perde non riuscendo più ad andare né avanti né indietro.
Qualcosa di simile accade al protagonista de La Montagna Incantata di Thomas Mann, Hans Castorp, quando si avventura sulle vette innevate di Davos-Dorf nel capitolo Neve. Castorp si avventura sempre più in alto, venendo infine sorpreso da una tormenta. Impedito dalla neve nella scalata, perduta la strada del ritorno, il giovane gira in tondo fino allo stremo delle forze; Castorp «hat sich verstiegen», si è «smarrito salendo troppo in alto». Trovato un rifugio di fortuna, cade addormentato nella neve.

grazia

La grazia delle marionette

grazia
Lo Spinario

Come nel romanzo manniano, anche ne Il Teatro delle Marionette di Heinrich von Kleist avviene uno smarrimento: un giovane di bellissimo aspetto perde tutta la grazia passando ore dinanzi lo specchio nel tentativo di ripetere un movimento riuscitogli casualmente una volta in cui aveva eguagliato la grazia dello Spinario, una statua ellenistica. La voce narrante del libro di Kleist racconta questo aneddoto ad un ballerino professionista, incontrato ad una rappresentazione con delle marionette, che sostiene quanto queste ultime siano abbiano più grazia di qualsiasi danzatore. Il ballerino risponde alla domanda della voce narrante su quale sarebbe il vantaggio dei fantocci sugli uomini dicendo che esso sta proprio nella loro mancanza di anima.

L’affettazione appare, come voi sapete, quando l’anima (vis motrix) si trovi in qualche altro punto che nel centro di gravità del movimento. […] Osservate il giovane F…, quando si ritrova Paride, fra le dee, e porge il pomo a Venere: l’anima gli sta (è un orrore vederlo) nel gomito. Simili errori – aggiunse interrompendosi – sono inevitabili, dal giorno che abbiamo gustato all’albero della conoscenza. Il paradiso è serrato e il cherubino ci sta alle spalle. Noi dobbiamo fare il viaggio intorno al mondo e vedere se si trovi forse qualche ingresso dal di dietro.

Perdersi…

grazia
A. Böcklin, Autoritratto con la morte

Tornando a La Montagna Incantata su cui avevamo lasciato Castorp addormentato nella neve, possiamo dire che il suo smarrimento ha una valenza simbolica. Allo stesso modo in cui non è più capace di scendere dal monte, il giovane non riesce più a trovare la sua strada nella vita: salito a trovare il cugino malato di tubercolosi al Berghof , casa di cura di Davos, in Svizzera, non ne è più tornato ed ha lasciato tutto “giù in pianura”. Durante il suo sonno nella neve, Castorp sogna un paesaggio mediterraneo in cui gli uomini vivono in armonia tra loro e con la natura; ma al culmine dell’estasi onirica, il giovane si volta e si trova al cospetto di un lugubre tempio. Vi entra e nella parte più interna incontra una scena raccapricciante di arpie che divorano un neonato.
Ma non è questa la prima volta che Castorp vede lo spettacolo della morte, se ne definisce anzi “un fedele”. Orfano precoce di entrambi i genitori, passa tutta l’infanzia con il nonno ed alla morte di quest’ultimo è già al suo terzo incontro con il Sinistro Mietitore. Al Berghof cerca in tutti i modi di rompere la cortina di silenzio che circonda la morte dei pazienti di cui è per consuetudine vietato parlare per non interrompere la vita sregolatamente serena che conducono gli altri ammalati. Indignato da questa censura sulla morte il giovane comincia a far visita ai moribondi recando loro fiori e assistendoli, senza però mai trovarsi con loro nel momento del vero e proprio trapasso. Fino a quando non viene in contatto con la propria possibilità di morire, lì nella bufera.

… e ritrovarsi

Risvegliatosi dal sogno, prima di rendersi conto che la tormenta è finita e che può finalmente riguadagnare la strada per il ritorno verso il Berghof, una riflessione gli attraversa la mente: l’uomo deve sempre ricordare lo spettacolo cruento della morte ma non può cedervi, non può rimanere paralizzato dalla consapevolezza della propria mortalità che altro non è che consapevolezza di sé stessi come esseri soggetti alle due leggi che tirano l’uomo verso la terra: la caducità e la forza di gravità. La prima tiene Castorp prigioniero volontario dell’incanto della montagna, la seconda impedisce anche al più perfetto danzatore di eguagliare la grazia delle marionette. In entrambi i casi si tratta di una coscienza dell’essere animati. Ma non è nella perdita di coscienza che Castorp crede di trovare la soluzione e nemmeno il ballerino di Kleist che chiude il suo affascinante discorso di estetica metafisica con queste parole:

Noi vediamo che nella misura in cui nel mondo organico la riflessione si fa più debole e o scura, la grazia vi compare sempre più raggiante e imperiosa. Ma così, come l’intersezione di due linee, vista da un punto dato, dopo aver traversato l’infinito, d’improvviso si ritrova dall’altra parte di quel punto […]; così si ritrova anche la grazia, dopo che la conoscenza, per così dire, ha traversato l’infinito; così che, nello stesso tempo, appare purissima in quella struttura umana che ha o nessuna o un’infinita coscienza, cioè nella marionetta, o in Dio. […] Questo è l’ultimo capitolo della storia del mondo

La grazia
Chagall, La danza

Giovanni Marco Ferone

Fonti

Bibliografia: Heinrich von Kleist, Il Teatro delle Marionette, Il Melangolo, 1978; Thomas Mann, La Montagna Incantata, Corbaccio, 1993; Thomas Mann, La filosofia di Nietzsche alla luce della nostra esperienza in Nobiltà dello Spirito, Arnoldo Mondadori Editore, 1997

Fonte immagine in evidenza

Fonte immagini media: I;II;III;IV

Commenti

Commenti