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Age Of Ultron: un progetto pretenzioso

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Age Of Ultron

Age Of Ultron: in comune con il film solo il nome

Che Age Of Ultron, l’ultima fatica dei Marvel Cinematic Studios sia stata un enorme successo commerciale, non c’è dubbio: un totale globale di 1.3 miliardi di dollari, di cui 770 milioni solo nel Nord America.

E non ci sono dubbi nemmeno sul fatto che, il lungometraggio e l’opera a fumetti omonima abbiano davvero poco, pochissimo in comune.

È ovvio che i lettori non potevano certo aspettarsi una trasposizione nemmeno lontanamente simile a quella del fumetto. Le motivazioni sono tante e semplici: tra queste sicuramente la mole di scenari e personaggi impiegati. Age Of Ultron è quello che in gergo fumettistico viene definito crossover, un maxievento che coinvolge un gran numero di personaggi e testate, di cui sono spesso presenti i due supergruppi Marvel più celebri: Vendicatori e gli X-Men.

Nel caso di Age Of Ultron, ad avere ruoli chiave nello svolgimento dei fatti sono Wolverine, il mutante dallo scheletro di adamantio e Susan Storm, membro dei Fantastici Quattro e moglie del Dottor. Reed Richards. Entrambi i personaggi non avrebbero potuto comparire in un’ipotetica trasposizione cinematografica dal momento che i loro diritti cinematografici appartengono a studios di produzione differenti.

Divergenze abbondanti sono presenti anche nella trama e nella struttura narrativa: se nel film, la trama sembra essere lineare e offrire il canone dello scontro tra supereroi ed il villain di turno, il fumetto mette in scena più generi, più linee temporali e di conseguenza più situazioni che confluiscono (anche un pochino a fatica) solo verso il finale.

Pertanto, sciolta la questione differenza tra film e fumetto, si può dire che si tratta di due opere parecchio dissimili, che condividono però lo stesso monicker.

Age Of Ultron
Una Variant Cover ad opera di Marko Djurdjevic

Age Of Ultron: un fumetto ambizioso e pretenzioso

Come ogni maxievento che si rispetti, ad orchestrare l’opera sono spesso sceneggiatori e disegnatori autorevoli, capaci di gestire una storia che vada ad incidere (o talvolta a stavolgere) la continuity Marvel. Nel caso di Age Of Ultron, però, il vaso sembra traboccare. Nei sei albi pubblicati da settembre 2013 a febbraio 2014, il team creativo mette in pagina un grandeur composto da molti generi e canoni, peraltro già visti ampiamente in saghe precedenti. Tra queste: viaggi spazio-temporali, un mondo distopico in cui la macchina ha vinto sull’uomo, le “morti importanti” di alcuni supereroi e ovviamente il ritorno dell’imperituro Ultron, riportato in vita in circostanze nemmeno ben chiarite.

Il fatto di sviluppare l’intreccio su piani temporali multipli, rende la narrazione tortuosa, intricata, soprattutto se si alternano anche scene di personaggi secondari sparsi in diversi angoli degli Stati Uniti ridotti in macerie e rastrellati in lungo e in largo dalle sentinelle di Ultron.

Lo spaesamento del lettore viene accentuato anche se si fa conto del fatto che, nella seconda parte dell’opera, il team del reparto grafico consta di ben cinque illustratori.

Se quindi nei primi albi troviamo un Bryan Hitch abbastanza deludente (alcune tavole mancano di profondità e i character design non offrono nulla di nuovo), nei restanti vi è un’alternanza di stili che all’occhio causano una certa disomogeneità dell’opera: Maleev con la sua estetica dagli scuri pesanti (un successo sulle storie di Daredevil e Moon Knight), lascia poi le chine ad un Pacheco che gli si oppone con l’utilizzo della rifinitura digitale e l’utilizzo di colori molto accesi e pulsanti.

Age Of Ultron
Una delle tavole incriminate di Bryan Hitch, in cui la prospettiva sembra mancare del tutto.

L’opera di Bendis e alcuni interrogativi lasciati aperti

Per quanto Brian Michael Bendis rappresenti uno degli scrittori più autorevoli e prolifici di casa Marvel, in molti lettori sta fermentando il malcontento per molte scelte che vanno a stravolgere in maniera troppo larga la continuity o per aver comunque messo troppa carne al fuoco. Secondo la critica, nonostante cinque premi Eisner e serie di successo come Daredevil e Ultimate Spiderman, negli ultimi anni la produzione di Bendis ha sicuramente avuto punti deboli. L’apice della delusione sembra essere stato toccato con il lavoro svolto nella testata dei Guardiani della Galassia, al punto tale da spingere a creare una petizione per esonerarlo dai prossimi incarichi di sceneggiatura.

Per quanto possa essere un approccio radicale ed intransigente, è innegabile comunque che Age Of Ultron non è un’opera fluida ed originale come i suoi precedenti lavori. Sembra, invece, aver preferito un’azzardata commistione di generi e situazioni che fanno fatica a stare tra di loro, oltre ad aver lasciato aperti parecchi interrogativi, quasi a chiedersi se fosse un effettivo maxievento che tiene conto della continuity o una semplice opera distaccata.

Tra questi: per quale motivo Iron Man indossa l’armatura Bleeding Edge se nella testata Marvel Now, Greg Land ne ridisegna una completamente nuova, come si può anche notare in una variant cover del crossover? Come si è trovata sulla terra Susan Storm, se era invece impegnata nello spazio con il progetto Fondazione Futuro con il gruppo dei Fantastici Quattro? E soprattutto, lo Spider Man è Peter Parker o il dottor Octopus, se si tiene conto degli eventi di Superior Spiderman?

Si tratta di discrepanze abbastanza notevoli, se si tiene conto degli eventi delle testate del progetto Marvel Now.

Age Of Ultron
Alcune variant cover dei primi issues di Age Of Ultron

Per concludere

Age Of Ultron è un fumetto che parte da grosse potenzialità che sembrano venire sommerse da troppe idee costruite peraltro in maniera non del tutto credibile. Il personaggio di Ultron non si impone come un vero e proprio villain, e anzi sembra che a causare la criticità degli eventi siano le scelte stesse dei Vendicatori e di Wolverine.

Per i molti che, magari si aspettavano un ritorno di Ultron molto più incisivo o magari un approccio differente dei supereroi per salvare la terra senza ricorrere a clichè visti e rivisti, sarà rimasto con l’amaro in bocca.

È davvero il caso di dire: <<Meglio il film>> ?

Gioacchino D’Antò

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