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Maurizio De Giovanni e la fame d’identità

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Maurizio De Giovanni
Maurizio De Giovanni
Maurizio De Giovanni, scrittore e drammaturgo

Il 28 febbraio 2015, lo scrittore Maurizio De Giovanni è intervenuto al convegno Per il Dizionario Etimologico Storico Napoletano (tenutosi presso la sede della Società Napoletana di Storia Patria in Castel Nuovo) con una relazione intitolata Fame d’identità. L’incontro, oltre ad avere la specifica finalità di presentare alla città i lavori di ricerca sul dialetto condotti dai docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II, ha rappresentato anche un momento di riflessione sulle cagionevoli condizioni di salute in cui versa la vita culturale cittadina.

Chi è Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni
Uno dei romanzi della saga del commissario Ricciardi

Maurizio De Giovanni (Napoli 1958) è uno scrittore e drammaturgo di successo, le cui opere sono state tradotte in inglese, francese, tedesco, russo e spagnolo. È noto soprattutto per la saga di romanzi gialli che ha per protagonista il commissario Ricciardi, il quale vive nella Napoli degli anni ’30, nel pieno del ventennio fascista; più recente la serie legata all’ispettore Lojacono, ambientata sempre nella città partenopea ma in epoca contemporanea. Da ricordare anche gli scritti a tema calcistico sulla propria squadra del cuore, la SSC Napoli ovviamente, della quale è visceralmente tifoso.

La presenza di De Giovanni in una giornata di studî promossa da filologi e linguisti (tra i quali Patricia Bianchi, Chiara De Caprio, Nicola De Blasi, Pietro Maturi, Andrea Mazzucchi, Emma Milano e Francesco Montuori) è stata da lui stesso spiegata sottolineando la propria costante attenzione al dialetto scritto e parlato.

Sebbene sviluppate in forma asistematica come è tipico della vita culturale di Napoli, sono numerose in città le realtà di studiosi e appassionati che animano progetti di rilancio della lingua e della letteratura partenopea (in sala presenti, tra questi, il poeta Salvatore Palomba, il cantante Gianni Lamagna, il magistrato Sergio Zazzera, il presidente della Fondazione Premio Napoli Gabriele Frasca).

Una Napoli senza identità

Maurizio De Giovanni
L’ultima pubblicazione di Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni è partito con l’evidenziare un dato di fatto: il popolo napoletano ha un grosso problema d’identità. I cittadini partenopei, dal proprio canto, pretendono il rispetto dei proprî diritti; tuttavia, quanto essi sono concittadini? cioè, quanto essi riescono a limitare volontariamente i proprî spazî per permettere l’esercizio degli spazî altrui?

I napoletani ormai parlano di se stessi in terza persona: «Non ce la faccio più a sopportare questa gente!»; «Questa città sarebbe bellissima se non ci fossero i napoletani!». Luoghi comuni, dunque, ma alimentati dagli stessi concittadini.

Napoli, metropoli con quasi tremila anni di storia, capitale di un regno per circa seicento anni, vive oggi con difficoltà la propria bellezza, non la riconosce, la porta come una croce.

L’immagine che meglio può descrivere lo stato in cui si trova la Napoli del Duemila è quella delle facciate delle proprie chiese in disfacimento, deturpate, oltraggiate, ma che continuano comunque ad esprimere la magnificenza delle proprie linee sotto la coltre di smog; facciate che per vergogna, per fastidio, per indifferenza i cittadini non guardano, volgendo costantemente lo sguardo altrove.

Contro gli stereotipi

Maurizio De Giovanni
Uno dei romanzi della serie dell’ispettore Lojacono

I napoletani, dunque, consentono che la comunicazione della propria città, all’interno e all’esterno di questa, avvenga per stereotipi; ma, positivi o negativi che siano, gli stereotipi sono in ogni caso dannosi: la pizza e il mandolino sono dannosi quanto Gomorra. L’orgoglio ottuso di chi dice «Napoli non è solo questo», citando magari delle parti nobili della cittadinanza (come se poi le realtà efficienti fossero solo quelle), è pure esso una difesa sbagliata, mentre quella giusta è nella ripresa delle radici identitarie. Non è quello di Maurizio De Giovanni un discorso politico (di matrice neoborbonica e/o separatista) o sociologico ma un discorso di tipo culturale, perché, in vista di una sempre più urgente rifondazione dell’idea di cittadinanza, deve avere un ruolo di primo piano la storia comune del popolo napoletano.

A tale scopo, lo studio della letteratura prodotta e della lingua parlata a Napoli nel corso dei secoli appare fondamentale, in quanto il recupero e il mantenimento del patrimonio comunitario deve necessariamente avvenire attraverso la valorizzazione del dialetto locale. E, allora, il Dizionario Etimologico Storico Napoletano come riscoperta della perduta identità cittadina.

Il napoletano oggi

Maurizio De Giovanni
I Quartieri Spagnoli

Il napoletano è un sistema linguistico ancora attuale: è la lingua dei quartieri popolari e delle canzoni neomelodiche, è la prima lingua che apprendono gli immigrati.

Tale vitalità trova conferma negli stessi messaggi che Maurizio De Giovanni riceve, a mo’ di consulenza linguistica on-line, sui social network. E così scopriamo l’incertezza di un lettore che chiede: «La prima persona singolare del passato remoto di dìcere è dicette (la pronuncia più diffusa in città) o diciette (tipica della provincia, per distinguersi dalla terza singolare, che è appunto dicette)?»

Non va dimenticato che oggi il napoletano è ampiamente sfruttato dalla musica cosiddetta progressiva, è la lingua cioè in cui si cantano l’hip pop e il rap, grazie alla propria natura fonica, che prevede generalmente che le vocali interne e finali non accentate siano semiatone (schwa). E, se i cantanti non solo partenopei ma di tutta Italia che fanno una musica a tematica sociale sentono il bisogno di esprimersi in napoletano, vuol dire che il dialetto di Napoli ha ancora molto da esprimere e da comunicare.

Non parlare in napoletano!

Maurizio De Giovanni
Maurizio De Giovanni

Eppure il napoletano è costantemente sepolto, detronizzato da un odioso perbenismo che lo snobba a favore dell’italiano. Prima degli anni sessanta la situazione era assai diversa: c’era la canzone classica che faceva da ambasciatrice della storia culturale cittadina; e non è un caso che l’idea di Napoli sia crollata nella comunicazione internazionale proprio quando la propria lingua non è andata più nel mondo. A partire dal secondo dopoguerra si è venuta consumando, infatti, una vera e propria catastrofe, il dramma di una storia comune cancellata a colpi di proibizione: «Non parlare in napoletano!» è stato lo slogan della battaglia condotta contro l’uso del dialetto intrapresa dai genitori della borghesia vomerese e posillipina (i nobili di Chiaja non lo parlavano più già dall’inizio del secolo); battaglia a cui si è, da qualche anno, aggregato anche il popolo degli impiegati e degli operai, convinto del fatto che il diploma – se non addirittura la laurea – spetti di necessità ai proprî figli solo perché non dialettofoni.

Ed ecco educata una generazione di giovani grosso modo linguisticamente divisibile in due (con tutte le dovute differenze): da un lato, i ragazzi delle aree socialmente più difficili, quasi esclusivamente dialettofoni; dall’altro, coloro che posseggono un livello d’istruzione superiore, parlanti perlopiù italiano (spesso pessimo) e che del dialetto conoscono soprattutto insulti e termini coloriti.

Alla ricerca dell’identità perduta

Di fronte a un tale quadro, la custodia del napoletano si presenta non solo come conservazione della storia cittadina ma anche come base del futuro culturale di Napoli. I nuovi napoletani, soprattutto quelli con un livello di formazione elevato, più verosimilmente futura classe dirigente, non possono non conoscere il napoletano.

 

Carmine Caruso

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