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Inumani: eugenetica e biomutazioni in casa Marvel

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Inumani
Una delle più celebri illustrazioni della casata reale degli Inumani di Jae Lee

Inumani: sono tra noi!

Gli Inumani sono arrivati. Ma per incontrarli bisognerà aspettare. E nemmeno poco.

Da non molto è stata infatti confermata la loro futura presenza all’interno dell’acclamata serie televisiva “Agents Of S.H.I.E.L.D.”, seguita dal loro approdo sul grande schermo, nell’autunno del 2019, durante la cosidetta “Fase 3” del Marvel Cinematic Universe.

Fatta eccezione per i più assidui fan della Casa delle Idee però, in molti si staranno chiedendo: chi sono gli Inumani? Obiettivo di quest’articolo sarà fornire una risposta a tale domanda.

Cercando di ridurre al minimo la parte relativa alla storia editoriale, gli Inumani nascono come supergruppo tra le pagine dei ben più noti Fantastici Quattro nel 1965, dalla penna dei grandi Jack Kirby e Stan Lee configurandosi da subito come personaggi misteriosi, schivi, dalla presenza abbastanza distaccata che allude al loro status di “estranei”.

Frutto di esperimenti da parte degli extraterrestri Kree, essi sono stati concepiti come cavie per una razza superiore, una soluzione per avere la meglio contro gli eterni nemici Skrull. Abbandonati poi senza motivo apparente, gli Inumani, residenti nell’isola di Attilan, sono stati costretti a spostarsi frequentemente e a darsi un’organizzazione stabilendo un regime monarchico con a capo la corte del sovrano Blackagar Boltagon, meglio noto come Freccia Nera.

Proprio intorno a questa elite regale ruotano quasi interamente le vicende del gruppo, ospitate dapprima su diverse testate, per poi ottenerne una propria nel 1975, inchiostrata dal magistrale Gil Kane, ma dalla durata di soli dodici numeri a causa del poco  successo.

Esiliati, ma questa volta editorialmente, gli Inumani sono quindi ritornati come “guest-stars” sulle pagine dei Fantastici Quattro, oltre ad ottenere sporadiche apparizioni in Thor e nei Vendicatori.

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I due sovrani di Attilan: Freccia Nera e Medusa

La svolta del 1998

La svolta per gli Inumani arriva nel 1998.

Dalla fine degli anni 90′, la Marvel era alla disperata ricerca di nuove idee editoriali in grado di risollevarla da un periodo di crisi iniziato nel ’96. Nel 1998 un giovanissimo Joe Quesada, si assume l’arduo compito di rilanciare un Devil post-Miller riuscendo in ciò che appariva impossibile ed aiutando la ripresa della Casa delle Idee. Sempre lui, sulla neonata “Marvel Knights” – testata che ospita personaggi un po’ di secondo piano con tematiche spesso più mature -, ha un’intuizione: dare una nuova possibilità agli Inumani.

Ma è con l’arrivo di Paul Jenkins che il progetto decolla. Britannico e di professione editore, Jenkins è uno dei più convinti partecipi della silenziosa rivoluzione avvenuta all’interno dell’universo Marvel e DC, con il passaggio ad uno stile narrativo ricercato, etereo, quasi filosofico. Jenkins scava a fondo nell’animo dei personaggi, plasmandone la psiche grazie all’espediente del monologo interiore, non sempre gradito da chi era abituato a dialoghi secchi che presagivano l’imminente dimostrazione di forza e superpoteri: un modo di concepire il supereroe in maniera assolutamente anticonvenzionale, mettendone in risalto le debolezze ed i difetti piuttosto che i poteri.

Tutto questo, nella nuova serie sugli Inumani, iniziata nel Novembre del 1998, viene sottolineato ed accentuato dalle scurissime chine di Jae Lee, inchiostratore di origini coreane, capace di rendere alla perfezione la bizzarra estetica della popolazione inumana.

La serie dura quasi un anno, chiudendosi nell’Ottobre del ’99, e facendo letteralmente il botto. Proprio grazie agli Inumani infatti Quesada diventa Editor nel 2000 e Jenkins vince il prestigioso premio Eisner.

Forti del successo, la coppia Jenkins-Lee partorirà un altro capolavoro di casa Marvel: Sentry. Ma questa è un’altra storia.

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Una bellissima fan-art della regina Medusa. Costei ha il potere di utilizzare i propri capelli come dei veri e propri arti.

La razza perfetta

Uno dei numerosi temi affrontati nei testi di Jenkins è quello della mutazione, in questo caso a scopi di perfezionamento, con conseguente scarto o estirpazione del soggetto non ritenuto adatto o utile alla causa.

Tale teoria è fortemente connessa con i numerosi studi di eugenetica perpetrati, sia sul piano teorico che su quello pratico, da numerosi ricercatori nel corso della storia. L’esempio più tristemente celebre è quello dell’eugenetica di matrice nazista, caratterizzata da accurate scelte del campione e dalla soppressione del gene debole con il supporto di un’ideologia largemente condivisa da molti personaggi illustri del tempo.

Ovviamente, in “Inhumans” tale tematica si palesa in diverso modo, assumendo caratteristiche del tutto singolari. La popolazione degli Inumani infatti nasce con fattezze del tutto comuni, salvo poi subire una mutazione genetica ed estetica che sfocia in trasformazioni del tutto casuali grazie all’esposizione alle “Nebbie Terrigene”.

Tale processo, noto come “Terrigenesi”, costituisce per gli Inumani un vero e proprio rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta nonchè uno step tremendamente importante per il proprio destino: sarà infatti l’esito della mutazione a determinare il ruolo che il singolo andrà ad occupare all’interno della società. Ad esempio alcuni soggetti dotati di qualità superiori vengono integrati nei reparti di difesa capitanati dal rozzo e irriverente Gorgon, versione moderna di un satiro greco.

Non sempre l’esposizione alle nebbie terrigene ottiene risultati ottimali, e non è raro imbattersi in personaggi dalle fattezze grottesche, a volte ripugnanti, con capacità non sempre utili.

Il livello più basso della gerarchia sociale è però occupato dagli “Alfa” o “Alfa Primitivi”, veri e proprio “pariah” della società. Esteticamente simili a dei primati, essi vivono nel sottosuolo di Attilan occupandosi di garantire il funzionamento delle macchine e degli ingranaggi della tecnologia inumana. Privi di qualsiasi potere e dotati di scarso acume, essi non sono altro che schiavi liberati dal giogo reale animati da un attaccamento viscerale, quasi religioso, alla “Grande Macchina” posta nelle profondità della città.

Nonostante la benevolenza del nuovo regnante Freccia Nera, essi continuano però ad essere considerati come una razza imperfetta, debole, che deve essere nascosta dalla società e non deve interferire nel suo progressivo potenziamento.

Ci troviamo quindi di fronte ad una tematica complessa che Jenkins riesce a plasmare incrociando armoniosamente  scienza, misticismo e sociologia.

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Freccia Nera è reputato uno degli esseri più potenti dell’Universo Marvel: con il solo sussurro può distruggere un intero pianeta

Il discorso del Re

Va infine menzionato ciò che rende la saga di Jenkins – e in genere le apparizioni di Boltagon – spettacolare ed al tempo stesso labirintica: la condizione del re Freccia Nera.

Considerato come uno degli esseri più potenti dell’Universo Marvel, Freccia Nera – o Black Bolt – ha la capacità di seminare distruzione con la sola emissione di un sussurro. Non c’è da stupirsi se nelle numerose apparizioni del dio-re di Attilian, non vi siano baloons. Freccia Nera è un re muto. Ma non resta tale nella sua interiorità.

Carismatico ed imperturbabile, Boltagon è protagonista di struggenti monologhi interiori con la sua coscienza straziata dal pesante fardello di dominare su un popolo minacciato da un intrigo di corte. Nemmeno se a farne le spese è la sua fedele consorte Medusa.

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Una versione moderna della casata reale

Insomma, la saga di Jenkins propone il meglio degli Inumani, non lesinando cenni alle loro origini per i meno avvezzi e per chiunque voglia godersi una storia anticonvenzionale per contenuti e per modalità narrative, ma di raro fascino.

Chi è al passo con la continuity potrà inoltre ritrovare Freccia Nera nel maxievento “Infinity”, altro ottimo prodotto di casa Marvel. Per tutti gli altri non resta che attendere l’arrivo del Re di Attilan e della sua corte nell’universo cinematografico e televisivo.

Con la speranza che riescano a lasciarci senza parole.

Gioacchino D’Antó

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