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Anselmo d’Aosta e l’argomento ontologico

So che non vedevate l’ora di tornare a lanciarvi nel fantastico medioevo filosofico: eccoci qui, dunque, con Anselmo d’Aosta e il suo famosissimo argomento ontologico.

Vita di Anselmo e il suo Proslogion

Anselmo
Anselmo d’Aosta mentre parlava con Dio. Sobrio.

Anselmo nacque nel 1033, ad aosta. Trascorse gli anni migliori della sua vita nell’abbazia benedettina del Bec, di cui divenne poi anche Abate, tra il 1063 e il 1093, e dove alternava preghiera e insegnamento; a malincuore accettò l’incarico di vescovo a Canterbury e rimase tale fino al 1097. Tra sofferenze di varia natura, politiche soprattutto, Anselmo rimase vescovo fino all’anno della sua morte, il 1109.

L’argomento ontologico ha il modestissimo fine di dimostrare l’esistenza di Dio a priori, ovvero senza far ricorso all’esperienza ma partendo dall’idea di Dio presente nella mente; questa dimostrazione il nostro Anselmo l’ha ideata nel Proslogion, opera del 1076. Nel proemio, Anselmo scrive “(…) cominciai a chiedermi se non si potesse trovare un unico argomento che dimostrasse da solo (…) che Dio esiste veramente e che è il sommo bene (…)”. L’argomento occupa i capitoli secondo, terzo e quarto dell’opera.

Capitolo II: aliquid quo nihil maius cogitari possit

Nel capitolo secondo Anselmo, rivolgendosi a Dio, afferma il suo essere “qualcosa di cui nulla può pensarsi più grande” – in latino: aliquid quo nihil maius cogitari possit − ciò significa che non si può pensare nulla di più grande di Dio. Anselmo continua:

o forse non esiste una tale natura, poiché «lo stolto disse in cuor suo: Dio non esiste». Ma certo quel medesimo stolto, quando ode (…) la frase «qualcosa di cui nulla può pensarsi più grande» intende quello che ode; e ciò che egli intende è nel suo intelletto, anche se egli non intende che quella cosa esista.

Anselmo vuole dire che anche chi nega l’esistenza di Dio deve convincersi che, nella sua mente, è presente una cosa della quale nulla può pensarsi di più grande; ma è naturale che qualcosa di cui non esiste nulla di maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Se tale cosa esistesse solo nell’intelletto e non nella realtà, si potrebbe pensare un’altra cosa grande come la prima che però si trovi anche nella realtà; dunque la prima cosa sarebbe minore della seconda, ossia di sé stessa, e ciò è abbastanza contraddittorio. Tutto ciò per dire che “esiste qualcosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà”.

Capitolo III: Ens Necessarium

Anselmo
Qui Dio sta guardando molto male lo stolto che non crede nella Sua esistenza.

Nel terzo capitolo Anselmo rafforza quanto detto nel secondo dicendo che Dio “esiste in modo così vero che non può neppure essere pensato non esistente”. Ora mi direte: “ma è la stessa cosa che ha detto prima!” Ovviamente no.

Il primo argomento, quello del capitolo di prima, parte dal concetto di ens perfectissimum, ente perfettissimo, e l’esistenza è intesa come una perfezione di Dio; il secondo argomento, nel capitolo terzo, parte invece dal concetto di ens necessarium, ente necessario, e ciò significa che è impossibile negare il suo contraddittorio (la possibilità di essere o non essere).

L’ente necessario non può, ovviamente, non esistere; tale argomentazione è logicamente invincibile ma sussiste un piccolo problema non trascurabile: noi stiamo parlando in modo aprioristico, partendo dal presupposto (non dimostrato e non dimostrabile) dell’idea di un ente necessario. È un po’ come costruire una casa meravigliosa sulla sabbia: è bellissima ma le fondamenta sono troppo fragili.

Capitolo IV: lo stolto è proprio stolto

Ma come disse in cuor suo (lo stolto, NdA) ciò che non poté pensare? O come non poté pensare ciò che disse in cuor suo, quando è la stessa cosa dire nel proprio cuore e pensare?

Questa domanda apre il capitolo quarto; secondo Anselmo, lo stolto distingue due modi di pensare: pensare le parole che si dicono e pensare la cosa significata dalle parole. Stando così le cose, lo stolto può anche affermare che Dio non esiste ma non è realmente in grado di pensare ciò che queste parole vogliono dire − ciò che è significato dalle parole − in quanto, come abbiamo visto, il significato di queste parole è contraddittorio. “Nessuno infatti che intenda ciò che è Dio può pensare che Dio non esista, anche se dice in cuor suo queste parole, o senza dar loro significato o dando loro un significato diverso”. Compreso che Dio è, come abbiamo detto fino alla nausea, ciò di cui non è possibile pensare nulla di maggiore, non è possibile pensare che Dio non esista.

Anselmo ci ha dimostrato come, aprioristicamente parlando, sia possibile dimostrare l’esistenza necessaria di Dio.

Luigi Santoro

Fonti

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Fonte immagine media I, II

Fonte citazioni: Anselmo d’Aosta, Proslogion, in Anselmo d’Aosta, Opere filosofiche, a cura di Sofia Vanni Rovichi, Laterza, Bari 1969

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