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Alt-J: This Is All Yours, una recensione

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A due mesi e mezzo dalla prossima data live degli Alt-J in Italia, La COOLtura vi racconta l’ultimo album della band inglese con un occhio al passato ed una gamba nel futuro.

Gli Alt-J: una nuova “onda meravigliosa”?

alt-J - TIAY 03 - credit Gabriel Green.jpg

Una piccola premessa, ma essenziale: prima di recensire l’album abbiamo provato fortemente a non pensare al precedente An Awesome Wave. Questo perché, se per parlare di un nuovo lavoro di un’artista si inizia con un paragone con il passato, allora qualcosa non funziona: tanto nell’artista − che avrebbe inevitabilmente già dato il meglio, ed al secondo album è grave − quanto in chi sta materialmente discorrendo della produzione musicale che, a quel punto, non saprebbe valutare senza partire da una base preconfezionata di trascorsi. Ed allora non si ragionerebbe più di testa ma di pancia; ad essere l’oggetto della questione non sarebbe più la nuova fatica degli Alt-J ma un insieme di aspettative che partono da quando qualcuno si è svegliato una mattina definendoli “i nuovi Radiohead”, quando poi i nuovi Radiohead sono, appunto, i Radiohead dell’album che verrà.

Il punto è un altro. Non è da un paragone che ci si deve muovere ma dalla capacità di innovare e di mischiare alternative-rock a sonorità più elettroniche che questi ragazzi inglesi dimostrano; e questo l’hanno fatto Thom Yorke e soci, vero, ma gli Alt-J sono riusciti a fondere questo sistema già collaudato e brevettato con intermezzi poetici, intimisti e spesso veri e propri miscugli di folk, gospel e ritmicità medievale. E da qui, come detto, bisogna partire.

This Is All Yours è un album solido, tosto, con poche cadute e qualche momento molto alto. La spina dorsale è costituita dal trittico Arrival in Nara, Nara, Leaving Nara: a metà tra delle ballate e delle composizioni liriche di indie rock, dotate di una spiritualità travolgente sin dai testi − manifesti di amore con un forte richiamo all’amore omosessuale tanto oggetto di discriminazioni nella Russia odierna, quella dei giochi invernali del 2014 che hanno costituito il tempus dei tre pezzi. E questo è il momento molto alto di cui sopra, replicato da The Gospel of John Hurt che, come in Matilda-Leòn nel precedente lavoro degli Alt-J, nasce da una visione cinematografica: Alien, e la morte del personaggio di Hurt. Insomma, sono lavori ricercati e continuano a proseguire sulla strada del dialogo aperto già nel 2012, mischiando quella serie di fattori che hanno contribuito al loro successo. Molto bene anche Pusher, una track acustica che parla degli impulsi reciproci in una relazione amorosa. Insomma, qua troviamo la mano forte dell’ultima fatica degli Alt-J, quella in cui si continua un discorso senza pensare al passato, in maniera significativa ma non replicativa. Cosa, per la verità, provata anche in Warm Foothills e Choice Kingdom – ma che non convince appieno.

This-Is-All-Yours

 Va bene, ma questo paragone? This is all yours o An awesome wave?

Avevamo detto di non essere partiti con l’animo di confrontare i due lavori; il problema è che, ad un certo punto, sono stati gli Alt-J stessi a proporcelo. Ma spieghiamoci meglio.
C’è una parte di This Is All Yours che è stata scritta − anzi sembra stata scritta − guardando al passato. Musicalmente ed emozionalmente parlando, è un già sentito; ed è quella più debole. Bloodflood pt. II, momento di passaggio tra il vecchio e il nuovo, ad iniziare l’opera di indirizzo verso ciò che è stato già fatto. Infatti il pezzo contiene dei rimandi lirici a “An Awesome Wave” pur distribuendoli in una forma elettronica che è senz’altro più ardita di quanto fatto in precedenza; un’ottima chiave di volta, nell’ottica di “andare avanti pur mantenendo un’identità”. Il problema è che in altri luoghi non è stato fatto il medesimo lavoro concettuale.

A cosa ci stiamo riferendo, nello specifico? A Left Hand Free, Every Other Freckle, Intro e, seppur di un livello superiore alle citate, Hunger Of The Pine. Odorano di fanservice, di ricerca del colpo ad effetto, della nuova Breezeblocks; il problema è che Breezeblocks è saltata fuori come la Nara di quest’album, continuando in un’opera di ricerca interiore e musicale che viene meno quando produci sapendo già cosa produrre. E così Fitzpleasure, Intro e via discorrendo; il punto morto di This Is All Yours è nell’aver voluto giocare ad essere di nuovo “An Awesome Wave“. Beh, gli Alt-J hanno già fatto quell’album: ciò che interessava, ed interessa ancora di più dopo quest’uscita, è la capacità di reinventare se stessi e di non essere schiavi di quel capolavoro alle spalle: cosa che, purtroppo, è riuscita solo in parte.

A chiudere il tutto la bellissima cover di Lovely Day, originariamente di Bill Withers.

*** and a half out of *****

In ogni caso, noi il 14 giugno saremo al Rock in Roma per recensirveli. La COOLtura, d’altronde, è sempre sul pezzo.

Alfredo Amedeo Savy

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