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The Haxan Cloak: da un capanno a Vulnicura

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Haxan Cloak

Flash glance alla storia di The Haxan Cloak, artista dark ambient che di recente ha fatto parlare di sé per la collaborazione al nuovo album di Björk, Vulnicura.

I tanti fan che popolano il web – che si rendono conto quando in giro c’è aria di buona musica – avevano molto chiacchierato sull’imminente arrivo di Vulnicura, la nuova creatura dell’artista inglese (ma donna islandese) Björk, finché un leak non ha costretto i produttori ad anticipare la pubblicazione dell’album, inizilamente prevista per marzo; e infatti già da almeno quattro giorni possiamo gustare – via iTunes – questa musica di cui già molti hanno ampiamente dissertato.

C’era un nome, in particolare, che spuntava con insistenza tra le roumour, nei giorni precedenti l’uscita del disco. Lasciamo che sia lui stesso a presentarsi, come nel tweet che ne ufficializzava la collaborazione all’album:

Haxan Cloak

Col lavoro di mixaggio di The Haxan Cloak (nato Bob Krlic) per l’opera nona di Björk, sarà parso bene a qualche ascoltatore rigoroso di spulciare tra le creazioni originali di questo artista. Risulterà, perciò, molto utile ripercorrere la sua storia e la sua interpretazione delle istanze electro-musicali d’oltremanica.

The Haxan Cloak

One of the things that I always think about is how much one can find comfort within discomfort.

The Haxan Cloak, classe 1985, nasce nel capanno di casa Krlic. Come molti del genere, d’altra parte, il giovane Bobby percorre in solitudine la sua strada di ricerca musicale indie: con ciò – Stranezza del nostro tempo interconnesso! – non vuol dire che un artista fisicamente isolato possa o debba creare senza sapere ciò che accade ed è accaduto fuori.

Il suo selftitled album di debutto, The Haxan Cloak (2011), si inserisce infatti, pur con eterodossia, nel solco del post-industrial tracciato dai teutonici Cranioclast (attivi dal 1982). The Haxan Cloak approfitta, però, di quelle sonorità importate dalle fabbriche siderurgico-socialiste della Ruhr, per una riflessione meramente psicologica – o, per meglio dire, psicotica. Come egli stesso ha dichiarato per pitchfork.comqui un’intervista significativa –, «la prima registrazione [l’album di debutto ndr] riguardava il declino di un uomo verso la morte».

La sua prima fatica approfitta della matericità degli archi – da lui stesso suonati in qualità di one man band – per raccontare il lento abbandono delle terre note della vita. Non c’è nulla della poesia post-tardoromantica – altrove abusata con garbo – nelle corde vuote di Disorder, così come non c’è nulla di avanguardisticamente austero o di marxisticamente critico nello sferragliare di Burning torches of despair.

Pitchfork: hai paura della morte?

BK: ne sono assolutamente terrorizzato. Mi spaventa l’inferno che vive al di fuori di me. È l’elemento ignoto che mi si avvicina. È la condizione umana dell’essere spaventati dall’ignoto.

Progressivamente, l’umano finisce sommerso dall’angoscia del non-umano, con un’autopsia di suoni masochisti che si compiacciono della stessa paura che li genera. Parting chant è l’indistinto commiato del defunto, che si perde, come tutto il resto, in un’indistinta materia acustica.

A due anni di distanza, nella musica di The Haxan Cloak non c’è più nulla dei consorti umani. L’ipotesi immanente del trascendente, nell’album precedente, divampa in una realtà di nero terrore. Così, Excavation (2013), consacrazione di un artista che già aveva fatto parlare di sé per la qualità del precedente lavoro, amplia l’arco concettuale di The Haxan Cloak, spingendosi fin dentro un aldilà oscuro, dove la solitudine di un’anima peregrina, inerme al cospetto delle forze di un Tartaro omerico, fa i conti con se stessa e con le sue paure.

Senza soluzione di continuità e con cura analitica, Haxan Cloak ci guida nelle viscere delle sue paure più intime. La voce umana, trattata come un beat ansimante e nulla più in Miste, è solo un rimpianto, così come gli archi di Dieu sono solo un vagito del passato, vestiti come sono in modo del tutto diverso. Con il vagheggiamento di una delusa speranza in The drop, con la licenza ad un fulgido Mi maggiore progressivamente inquinato, si chiude il poema sinfonico che The Haxan Cloak ha dedicato alla sua paura dell’ignoto.

Specialmente il progetto di Excavation è valso all’artista una certa notorietà nel mondo della musica indipendente, fino a importanti presenze agli eventi targati Pitchfork di cui, guarda caso, nel 2013 Björk era stata fiore all’occhiello. Siamo, infine, tornati a Vulnicura, che segna in modo significativo l’ingresso di quest’artista nel mondo delle collaborazioni eccellenti: si spera che questo progetto gli spiani la strada ad un futuro di soddisfazioni.

Antonio Somma

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